
Impero e papato nella prima metà del Trecento
FORTUNATO IOZZELLI
Con la bolla Cum inter nonnullos del 12 novembre 1323, il
papa Giovanni XXII metteva fine all'acceso dibattito riguardante la povertà
di Cristo e degli apostoli, in cui erano particolarmente coinvolti i Frati
Minori. Il papa dichiarava eretica l'affermazione che Cristo e gli apostoli
non possedettero nulla, né individualmente né in comune; inoltre
condannava come contraria alla fede la tesi che Cristo e gli apostoli non
ebbero alcun diritto d'uso, di vendita e di alienazione sui loro beni .
Nell'ordine dei Minori si delinearono ben presto due schieramenti: la maggior
parte dei frati si sottomise alla decisione papale, mentre gli oppositori
più accaniti non tardarono ad allearsi con l'imperatore Ludovico IV
il Bavaro. Facevano parte di questo gruppo di dissidenti: Michele da Cesena,
Guglielmo d'Ockham, Bonagrazia da Bergamo e Francesco d'Ascoli. Nel maggio
1328, essi riuscirono a fuggire da Avignone, dove risiedeva la curia papale,
e a unirsi a Ludovico il Bavaro prima a Pisa e successivamente a Monaco di
Baviera .
Senza entrare nei dettagli della questione della povertà , mi interessa
in questa sede mettere a fuoco il contesto storico in cui si inserisce l'adesione
di questi frati all'imperatore: cioè la lotta tra Giovanni XXII e Ludovico
il Bavaro, l'ultimo grande scontro tra papato e impero nel Medioevo. Perciò
mi soffermerò anzitutto sui motivi di questo contrasto e sullo svolgimento
dei fatti. Rivolgerò poi l'attenzione alle dottrine ecclesiologico-politiche
che si intrecciano con la trama degli avvenimenti .
I
Prendiamo le mosse dalla situazione politica dell'Europa tra
la fine del Duecento e l'inizio del Trecento. A quest'epoca, per coloro che
vivono in questa parte del mondo, la sola comunità che esiste è
la respublica christiana: l'unione dei popoli e dei re cristiani, fondata
sull'unica fede, sull'obbedienza alla Chiesa romana e sulla preminenza del
sacro romano impero.
In Occidente, come è noto, l'impero romano aveva cessato di esistere
nel 476, ma era stato ricostituito nel Natale dell'800 con l'incoronazione
di Carlo Magno da parte del papa Leone III e poggiava sul dominio franco su
gran parte d'Europa. Nel 962 la corona imperiale era passata con Ottone I
ai re di Germania, ai quali rimase fino al 1806 .
L'impero medievale presenta una fisionomia del tutto peculiare . Anzitutto
è universale: in quanto realtà al di sopra dei vari regni formatisi
in Europa in seguito alle invasioni barbariche, tende a ricondurre la diversità
all'unità.
In secondo luogo, l'impero è un'istituzione cristiana: ciò significa
che l'imperatore ha il compito di difendere e proteggere la Chiesa. Questa
missione gli viene conferita con l'incoronazione da parte del papa, e comporta
diversi interventi nella vita della Chiesa, riguardanti la lotta contro l'eresia,
il culto, la disciplina, i benefici ecclesiastici e così via.
In terzo luogo, l'impero medievale è la continuazione di quello romano.
Sotto i carolingi si parlava di regnum francorum. Ottone II si definisce imperator
romanorum. Federico I fa inserire le proprie costituzioni nel Corpus iuris
di Giustiniano e dichiara che il diritto romano vale per tutti i popoli sottomessi
all'impero. Federico II afferma, nel proemio del Liber augustalis promulgato
nel parlamento di Melfi del 1231, che nella sua persona si accentrano il potere
legislativo e quello esecutivo, "perché questo aveva voluto il
popolo di Roma, quando "non sine grandi consilio et deliberatione perpensa"
aveva trasferito i due poteri all'imperatore con la lex regia" .
Infine l'impero è germanico, è cioè unito al regno di
Germania. La missione imperiale è quella del popolo germanico. L'elezione
del re di Germania è un avvenimento che interessa non solo i Tedeschi,
ma anche Roma, il papato e la Chiesa. Infatti non si tratta soltanto di designare
il re di Germania, che sarà consacrato ad Aquisgrana dal vescovo di
Magonza: il candidato promosso re è anche amministratore dei diritti
imperiali, è proposto ad essere elevato alla dignità imperiale.
Insomma, il re di Germania dovrà completare la sua intronizzazione
facendosi incoronare a Roma. Ma questo avverrà col beneplacito del
papa.
L'imperatore del sacro romano impero di nazione germanica non è il
solo capo che guida la comunità dei popoli legata dalla comune confessione
di fede. Egli è il capo temporale, mentre il papa di Roma è
quello spirituale. Diversi passi della Bibbia servono a sottolineare la posizione
di guida del papa all'interno della cristianità: per es. quello di
Genesi 14, 18 su Melchisedek re di Salem e sacerdote di Dio altissimo; oppure
le parole rivolte da Dio al profeta Geremia (1, 10): "Ti costituisco
sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere ed
abbattere, per edificare e piantare"; o ancora il passo di Matteo (16,
19), in cui Cristo conferisce a Pietro il potere di legare e di sciogliere
in terra e in cielo.
Sulla base della Bibbia, si sviluppa la dottrina della superiorità
del potere spirituale del papa su quello temporale dell'imperatore. Si giunge
così a ritenere che spetti al papa esaminare la dignità del
neoeletto re di Germania, prima di incoronarlo imperatore romano; e che qualora
tale indagine dia esito negativo, il papa possa procedere contro di lui fino
allo scioglimento dei giuramenti di fedeltà e alla proibizione di obbedirgli.
In varie circostanze, sia i papi sia gli imperatori tendono a manifestare
chiaramente la consapevolezza di essere i detentori di un potere di guida
e di direzione della cristianità. Intorno alla metà del sec.
XIII, Innocenzo IV (1243-1254) dichiara che il pontefice ha una "iurisdictio
et potestas de iure, licet non de facto" sopra tutti: vale a dire una
sovranità superiore per principio, anche se non sempre esercitata di
fatto . Quando nel 1245, durante il concilio di Lione, depone l'imperatore
Federico II, a giustificazione di quest'atto Innocenzo IV adduce la seguente
spiegazione: Cristo, durante la sua vita terrena, in quanto signore del mondo,
avrebbe potuto deporre imperatori e prìncipi; questa pienezza di potere
egli l'ha lasciata al suo vicario, cioè a Pietro; ma ciò che
vale per Pietro vale anche per i suoi successori, perché sarebbe assurdo
che Cristo "dopo la morte di Pietro avesse lasciato senza la guida di
una persona l'umanità da lui creata" .
Su questa linea di pensiero si muove Bonifacio VIII (1294-1303). Nella bolla
Unam sanctam (18 novembre 1302), egli inserisce "la pienezza del potere
papale in un sistema logico compiutamente concluso in se stesso" . Partendo
dall'idea che fuori della Chiesa non c'è salvezza e remissione dei
peccati, Bonifacio dichiara che ogni potere, sia quello spirituale sia quello
temporale, ha la sua origine in Dio e che da Dio è stato conferito
alla Chiesa, sotto forma delle due spade. Essa lascia l'esercizio del potere
temporale ai re, ma conserva il diritto di effettuare il proprio controllo
su di loro. "Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato
da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà
giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà
essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza
l'Apostolo: "L'uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso
non è giudicato da alcun uomo"" .
La pretesa del dominio universale viene avanzata anche dall'imperatore Enrico
VII di Lussemburgo (1308-1313). Quando nel giugno del 1312 egli comunica la
sua incoronazione imperiale ai re e ai vescovi dell'Occidente, tiene a sottolineare
che "come tutti gli ordini e le schiere celesti servono sotto un solo
Dio, così pure tutti gli uomini, ordinati in province e regni, devono
essere sottoposti ad un unico monarca (uni principi monarche subessent), in
modo che il movimento del mondo, che procede da un solo Dio, suo creatore,
ed è guidato da un solo sovrano, faccia crescere la propria pace ed
unità" .
Questo è, dunque, il quadro ideale della respublica christiana, in
cui il papa e l'imperatore aspirano ad un dominio universale. Se ora rivolgiamo
l'attenzione alla concreta realtà politica, dobbiamo rilevare che tra
Due e Trecento, mentre in Inghilterra, Francia e Spagna si verifica un lento
e graduale trapasso dal frazionamento feudale a forme statali sempre più
ampie e solide intorno a monarchie dinastiche, in Germania e nell'Italia settentrionale
e centrale l'imperatore non riesce a compiere quella funzione unificatrice
svolta dai sovrani negli altri regni. La Germania si presenta divisa in tanti
territori (Länder), più o meno estesi, vassalli di diritto, indipendenti
di fatto dall'imperatore. Si tratta di ducati (Baviera, Franconia, Svevia,
Franconia, Sassonia, Lorena, Stiria, Carinzia, Boemia, Austria ecc.), di marche
(Brandeburgo), di contee (Turingia, Tirolo, Holstein), di principati ecclesiastici
(Treviri, Colonia, Magonza), e di città che godono ampia autonomia
(per es. Francoforte, Norimberga, Ulm, Lubecca).
Non bisogna d'altra parte dimenticare che l'imperatore del sacro romano impero
era eletto dai prìncipi tedeschi o almeno dai più importanti
di essi. Quando questi non riuscivano a mettersi d'accordo su un candidato,
nascevano lotte e rivalità che finivano per indebolire la funzione
imperiale. Così alla morte di Federico II (1250) ebbe inizio il grande
interregno, che contribuì a svigorire ancora di più l'autorità
imperiale. I prìncipi tedeschi, passando da una candidatura all'altra,
evitarono di fatto ogni elezione fino al 1273, quando il papa Gregorio X,
che mirava all'unificazione di tutta la cristianità in vista di una
crociata, riuscì ad ottenere che venisse scelto come re di Germania
un personaggio non troppo potente, cioè Rodolfo d'Asburgo (1273-1291).
Questa soluzione, se da un lato dava stabilità all'impero, dall'altro
suscitava la lotta accanita di Ottocaro re di Boemia , che contestava la validità
dell'elezione di Rodolfo. La vittoria militare di quest'ultimo sul re di Boemia
(a Marchfeld, presso Dürnkrut, nel 1278) gettò le basi della potenza
della casa d'Asburgo. Infatti al figlio di Ottocaro rimanevano la Boemia e
la Moravia, mentre i ducati d'Austria, di Stiria, di Carinzia e di Carniola
passavano a Rodolfo, che ne dava l'investitura ai suoi due figli.
Morto Rodolfo (1291), il figlio Alberto dovette lottare contro Adolfo di Nassau
prima di diventare imperatore (1298). Iniziava subito una politica energica
contro i vassalli riottosi, aboliva pedaggi abusivi e smantellava fortezze.
Non solo, ma dopo la morte di Venceslao III re di Boemia, avocava questo regno
alla corona e si accingeva a conquistarlo, quando moriva pugnalato da un nipote
(1308).
A questo punto Filippo il Bello, re di Francia, cerca di imporre come imperatore
il proprio fratello Carlo di Valois. Ma gli elettori, e il papa Clemente V
(1305-1314) con loro, temendo un eccessivo accrescimento della potenza dei
Capetingi, ancora una volta scelgono come imperatore un personaggio piuttosto
oscuro: Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313). Questi, consapevole del significato
della sua missione, fa ben presto conoscere il suo progetto di venire in Italia
per cingere la corona imperiale.
Il viaggio di Enrico nella penisola italiana cadeva in un periodo di forti
tensioni tra guelfi e ghibellini. Il papa, volendo salvaguardare l'indipendenza
dello Stato della Chiesa e la propria autorità politica attraverso
i guelfi, prese alcune misure: raccomandò a Enrico lo statu quo nelle
città della Lombardia, governate dai guelfi; nominò il re di
Napoli, Roberto d'Angiò, rettore della Romagna (passata dall'impero
alla Chiesa); rinviò l'incoronazione, fissata per il 2 novembre 1311;
impose a Enrico un giuramento, in base al quale egli si impegnava a mantenere
integro lo Stato della Chiesa, a combattere l'eresia e a rispettare i guelfi.
Con questo patto, il papa voleva sia evitare lo scontro tra guelfi e ghibellini,
sia favorire la pace tra Enrico VII e Roberto d'Angiò, capo della lega
guelfa. Di fatto, però, questi due scopi non furono raggiunti. Al suo
arrivo in Italia nel gennaio 1311, Enrico divenne subito capo dei ghibellini
e dovette conquistarsi le città che gli chiudevano le porte (Crema,
Cremona, Lodi, Brescia). Nella primavera del 1312, egli intendeva farsi incoronare
imperatore a Roma, nella basilica di S. Pietro. Ma una parte della città,
compreso il Vaticano, era occupata dalle truppe angioine. L'incoronazione
ebbe luogo in S. Giovanni in Laterano il 29 giugno 1312, per mano di tre cardinali.
Il 26 aprile 1313, Enrico conclude un procedimento giuridico contro Roberto
d'Angiò, pubblicando una costituzione nella quale lo dichiara decaduto
da tutti i feudi, diritti e possedimenti, lo mette al bando dell'impero e
lo condanna a morte . La reazione di Clemente V non si fa attendere: con la
bolla Inter cetera del 12 giugno 1313 commina la scomunica contro chiunque
osi invadere il regno di Napoli . L'imperatore si muove verso il meridione,
ma la morte lo coglie a Buonconvento (Siena) il 24 agosto 1313. Tra l'autunno
del 1313 e la primavera del 1314, Clemente V prepara la bolla Pastoralis cura.
In essa, premettendo la superiorità della Sede apostolica sull'imperatore,
e la dipendenza feudale di Roberto d'Angiò dal papa, annulla tutte
le disposizioni e condanne emanate da Enrico contro l'Angioino, e rivendica
l'amministrazione dell'impero vacante . La nomina di Roberto a vicario imperiale
nei territori italiani (14 marzo 1314) è la logica conseguenza di questo
principio .
II
Dopo la morte di Enrico VII, gli elettori tedeschi si dividono:
alcuni si dichiarano a favore di Federico d'Austria (19 ottobre 1314), altri
per Ludovico di Wittelsbach, duca dell'Alta Baviera (detto Ludovico IV il
Bavaro: 20 ottobre 1314). Il 25 novembre 1314 avviene una duplice incoronazione:
ad Aquisgrana, luogo tradizionale, quella di Ludovico, a Bonn quella di Federico.
Ambedue i contendenti si rivolgono al nuovo papa Giovanni XXII (1316-1334),
un "vegliardo coraggioso e attivo, ma irascibile e imprudente" .
Questi, per evitare che Roberto d'Angiò diventi troppo forte in Italia
e al fine di non indebolire l'impero per opporlo alla Francia, dichiara l'impero
vacante, avoca a sé la sua amministrazione e proibisce di inviare un
vicario imperiale in Italia.
Ludovico il Bavaro lascia ben presto intendere di non essere disposto a sottomettersi
alle decisioni di Giovanni XXII. Il 28 settembre 1322 Federico d'Austria è
fatto prigioniero a Mühldorf da Ludovico il Bavaro, che rimane così
il solo pretendente in lizza per la corona imperiale. Nella primavera dell'anno
seguente, Ludovico manda a Milano un contingente militare in appoggio ai Visconti
(ghibellini), liberando la città assediata dall'esercito del legato
pontificio Bertrand du Poujet.
Il papa, vedendo naufragare la prospettiva di una immediata vittoria sui Visconti,
prende alcune misure contro Ludovico il Bavaro. Con la bolla Attendentes dell'8
ottobre 1323, Giovanni XXII rimprovera a Ludovico di usurpare il potere e
il titolo di imperatore, e così formula la posizione del papato di
fronte all'impero: "Prima che l'uno o l'altro dei candidati designati
dai prìncipi elettori sia stato approvato o disapprovato dalla Sede
apostolica, non è permesso ad alcuno degli eletti di prendere il potere
e il titolo di re dei Romani, dato che in quest'intervallo non sono re dei
Romani ma eletti come re, e non sono né da nominare né da ritenere
come re". Il papa ammonisce inoltre Ludovico per non aver sollecitato
l'approvazione papale e per aver appoggiato i Visconti (nemici della Chiesa),
e lo convoca sotto pena di scomunica ad Avignone, entro tre mesi, a giustificarsi
.
Dopo lunghe esitazioni Ludovico il Bavaro decise di passare alla lotta aperta,
facendo sentire le sue proteste il 18 dicembre 1323 alla dieta di Norimberga.
Dopo aver manifestato la sua fedeltà alla Chiesa e la sua devozione
al papa, Ludovico contestava al medesimo il diritto di esaminare il re dei
Romani, perché quando questi è eletto da tutti o dalla maggioranza
degli elettori ed è incoronato nella sede tradizionale, è re
legittimo e tale deve essere ritenuto .
Alla scomunica lanciata contro Ludovico da Giovanni XXII con la bolla Urget
nos caritas del 23 marzo 1324 , segue la replica consistente nell'appello
di Sachsenhausen del 22 maggio. Ludovico accusa il papa di creare divisioni
tra i fedeli, di voler distruggere l'impero, di fomentare le guerre in Italia
invece di stabilire la pace, di calpestare il Vangelo e di essere eretico
manifesto, perché nega la povertà assoluta di Cristo e degli
apostoli. Chiede, infine, la convocazione di un concilio per designare il
successore di Giovanni XXII . Come si vede, Ludovico ricorre all'accusa di
eresia, che già era stata adottata da Filippo il Bello nei confronti
di Bonifacio VIII, e che, se trovata fondata, poteva consentire ad un concilio
ecumenico di destituire anche il papa.
All'appello di Sachsenhausen, il papa rispose con la bolla Sicut ad curam
(11 luglio 1324), in cui dichiarava indegno del regno e dell'impero il duca
dell'Alta Baviera, lo scomunicava di nuovo e scomunicava tutti coloro che
gli ubbidivano e lo aiutavano; lanciava inoltre l'interdetto su tutte le comunità
(città, università e conventi) che gli venissero incontro con
aiuto, asilo e consiglio .
Lungi dal placarsi, il conflitto tra il papa e Ludovico il Bavaro si inasprisce,
quando quest'ultimo decide di venire in Italia. Il 31 maggio 1327 si fa incoronare
re d'Italia a Milano, nonostante sia stato privato anche del ducato dell'Alta
Baviera dal papa. Prosegue poi il viaggio verso Roma, dove entra il 7 gennaio
1328. Nella città eterna, Ludovico anzitutto si fa incoronare imperatore
da Sciarra Colonna e poi consacrare da due vescovi avversi a Giovanni XXII
(11 e 17 gennaio 1328). Quindi, tra il 14 e il 18 aprile, un'assemblea di
laici convocata dall'imperatore depone il papa e lo sostituisce con il frate
minore Pietro Rainalducci da Corvara, che prende il nome di Niccolò
V. Non potendo trattenersi più a lungo in Italia, Ludovico parte verso
il nord, abbandonando a Pisa l'antipapa, il quale, come la maggior parte dei
signori delle città ghibelline, non tarda a sottomettersi a Giovanni
XXII. Trascorrerà gli ultimi anni della sua vita nella dignitosa prigione
del palazzo papale d'Avignone, dove morirà il 16 ottobre 1333.
Ludovico lascia l'Italia alla notizia della morte di Federico (13 gennaio
1330) e ritorna in Germania. Intanto Giovanni XXII cerca in tutti i modi di
farlo destituire. Una nuova elezione da lui incoraggiata e già decisa
da alcuni prìncipi elettori non giunge a compimento. Ludovico, in un
primo tempo, abdica all'impero (1331) in favore di Enrico di Baviera. Tuttavia
gli intrighi di Roberto d'Angiò, i consigli del cardinale Napoleone
Orsini e dei frati minori ribelli al papa e passati dalla sua parte, inducono
Ludovico a dichiarare il 24 luglio 1334 che non ha inteso rinunziare. Ma c'è
di più: la questione della visione beatifica, sollevata da Giovanni
XXII negli ultimi anni del suo pontificato , spingono Ludovico e i frati minori
del suo entourage a raccogliere una serie di tesi eretiche, da aggiungere
a quelle già riscontrate nei testi concernenti la povertà di
Cristo e degli apostoli, per intentare un processo teologico contro il papa
in un concilio che lo deponga. Ma il 4 dicembre 1334 Giovanni XXII muore.
Nella primavera del 1335, Ludovico avviò trattative diplomatiche col
nuovo papa Benedetto XII (1334-1342), per arrivare ad una composizione pacifica
del conflitto tra sacerdotium e imperium . Nonostante la grande arrendevolezza
dei legati imperiali, i negoziati fallirono a causa delle pressioni esercitate
sul papa da Filippo VI re di Francia e da Roberto d'Angiò, che non
voleva perdere il vicariato imperiale sull'Italia.
La situazione così tesa portò alla dichiarazione di Rhens di
tutti i prìncipi tedeschi (eccetto Giovanni di Boemia) del 16 luglio
1338. In essa proclamarono che il re dei Romani, eletto dalla totalità
o dalla maggioranza degli elettori dell'impero, non aveva bisogno di alcuna
nomina, approvazione, conferma o autorizzazione da parte del papa per amministrare
i beni e i diritti dell'impero e per prendere il titolo di re . Nella dieta
tenuta a Francoforte nel successivo mese di agosto, Ludovico emanava la costituzione
Licet iuris (6 agosto 1338), in cui definiva solennemente, dal suo punto di
vista, i diritti dell'impero: "Noi dichiariamo [
] con il consiglio
ed il consenso degli elettori e di tutti gli altri prìncipi dell'impero
che la dignità e il potere imperiale deriva direttamente da Dio solo,
e che secondo gli antichi e provati diritti e tradizioni dell'impero, colui
che è eletto re o imperatore dagli elettori dell'impero, all'unanimità
o per maggioranza, deve essere considerato ed acclamato, da quel momento e
per il solo fatto dell'elezione, legittimo re ed imperatore dei Romani; e
che tutti i sudditi dell'impero gli devono obbedienza e che egli ha il pieno
potere di amministrare le proprietà e i diritti dell'impero e di compiere
tutto ciò che è pertinenza di un imperatore legittimo, senza
necessitare dell'approvazione, conferma ed autorità e consenso del
papa, della Sede apostolica o di chiunque altro" .
Nella primavera del 1339, in una nuova dieta a Francoforte, i prìncipi
elettori andarono oltre le loro precedenti dichiarazioni, affermando che il
papa non aveva alcun diritto di esaminare il candidato all'impero; che era
obbligato a consacrare colui che gli veniva proposto dagli elettori; e che
in caso di rifiuto, qualunque altro avrebbe potuto consacrare l'imperatore.
Morto Benedetto XII (25 aprile 1342), la lotta proseguì col successore
Clemente VI (1342-1352), il quale ritornò alla politica dura di Giovanni
XXII. Con la bolla Prolixa retro del 12 aprile 1343, Clemente VI imponeva
a Ludovico di deporre la dignità imperiale entro tre mesi, pena sanzioni
più gravi . Ludovico, che si era alienato l'opinione pubblica con la
persecuzione del clero favorevole al papa, si sottomise, abiurò l'eresia
e abdicò (18 settembre 1343). Avendo quindi domandato a quali condizioni
avrebbe potuto ricevere l'assoluzione, il papa gli comunicò nel maggio
1344 "di non potere promettere di riconoscere automaticamente come sovrano
colui che sarebbe stato perdonato. Era la teoria teocratica più rigorosa
che faceva dipendere l'esercizio del potere reale e imperiale dall'approvazione
pontificia. Tanta intransigenza doveva necessariamente urtare gli elettori
tedeschi" .
Il 13 aprile 1346, con la bolla Olim videlicet, Clemente VI scomunicava Ludovico
il Bavaro e lo deponeva da ogni potere . Successivamente invitava i prìncipi
tedeschi ad eleggere un nuovo imperatore nella persona del giovane re di Boemia
Carlo (1346-1378). La morte di Ludovico il Bavaro, avvenuta l'11 ottobre del
1347, spianò a Carlo IV la via verso il riconoscimento generale.
È interessante rilevare che il nuovo imperatore non chiese mai al papa
la conferma della propria elezione, forse sulla base della dichiarazione di
Rhens. Clemente VI, dubitando della sincerità di Carlo che non manteneva
nessuna delle promesse fatte ad Avignone, non gli dette il permesso di passare
le Alpi per venire a farsi incoronare a Roma. Glielo concesse, invece, Innocenzo
VI (1352-1362). Dopo l'incoronazione a Roma (5 aprile 1355), e perciò
nel pieno possesso di tutti i titoli, Carlo IV attuò una riforma costituzionale,
destinata ad avere una profonda ripercussione nella storia dell'impero.
Si trattava della pubblicazione della famosa Bulla aurea (10 gennaio e 25
dicembre 1356), che regolava l'elezione dell'imperatore. Fino a quest'atto,
l'elezione imperiale era compiuta da tutti i prìncipi ma spesso con
gravi inconvenienti, quali si erano verificati con la doppia elezione di Federico
d'Austria e di Ludovico il Bavaro. Per eliminare queste difficoltà,
Carlo IV stabilisce che il diritto di elezione del re di Germania, il quale
è anche re dei Romani e preconizzato imperatore, appartiene a sette
prìncipi elettori, tre ecclesiastici (gli arcivescovi di Magonza, di
Treviri e di Colonia) e quattro laici (il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo,
il duca di Sassonia-Wittemberg e il conte del Palatinato). In caso di vacanza
dell'impero, l'amministrazione è devoluta al duca di Sassonia e al
conte del Palatinato .
Come si vede, nella Bulla aurea non si fa parola del diritto papale di conferma
dell'eletto, né delle pretese curiali di amministrare il territorio
italiano durante la vacanza. Ciò significa la secolarizzazione dell'impero
medievale. Il potere imperiale viene ad essere separato da quello del papa;
l'impero diventa sempre più impero di nazione tedesca . È la
conclusione del processo di separazione tra sacerdotium e imperium, cominciato
con la riforma gregoriana. Ma è anche la vittoria postuma di Ludovico
il Bavaro.
III
Dopo aver esposto le principali fasi del contrasto tra Ludovico
il Bavaro e i papi del suo tempo, è ora necessario esaminare il dibattito
teorico che accompagna tale conflitto. Di fronte all'atteggiamento dei detentori
del potere politico (non solo dell'imperatore Ludovico il Bavaro, ma anche
di Filippo il Bello re di Francia) che aspirano a liberarsi dalla tutela dell'autorità
papale, e perciò mettono in discussione i tradizionali rapporti tra
ordine temporale e ordine spirituale, gli uomini di Chiesa e gli intellettuali
dell'epoca reagiscono diversamente. Alcuni ritengono che il solo modo di fronteggiare
la crisi consista nell'accentuare l'autorità del papa. Altri, tenendo
conto dell'evoluzione in corso e senza negare l'autorità del papa nella
Chiesa, attribuiscono al potere temporale una certa autonomia. Altri, infine,
si propongono di sottomettere la Chiesa alla società civile, in base
sia al rinato diritto romano sia alla filosofia aristotelica. Vale la pena
esaminare distintamente le tre correnti in alcuni esponenti più rappresentativi.
A difesa della plenitudo potestatis del papa, cominciano ad apparire verso
la fine del sec. XIII e nei primi decenni del sec. XIV i trattati de potestate
papae. Dal punto di vista della forma, essi seguono il genere del trattato
scolastico: variano cioè lo schema di una questione con tesi, antitesi,
argomenti a favore dell'una o dell'altra opinione, scomposizione delle obiezioni
e così via. Sono diffusi, come risulta dalla storia della loro tradizione
manoscritta, tra i maestri universitari e tra quelle persone che occupano
posti di responsabilità sia nella Chiesa sia nelle corti di re e prìncipi
.
Tra gli autori di questi trattati, che esaltano il potere papale, meritano
di essere ricordati Egidio Romano (1243/1247-1316), con il De ecclesiastica
potestate (1302), e Agostino Trionfo (detto anche A. d'Ancona: 1243-1328),
con la Summa de potestate ecclesiastica (1326).
Egidio Romano attribuisce al papa ogni potere spirituale e temporale, e perciò
anche il dominio dei beni terreni. In quanto vicarius Christi, al papa appartengono
i due gladii. Solo per opportunità o per indegnità a esercitare
direttamente il potere materiale, questo viene demandato ad altri. Pertanto
il pontefice ha il gladius spirituale ad usum, e ad nutum quello temporale,
che assegna all'imperatore, ai re e ai prìncipi. Il potere temporale
può esistere ed essere esercitato solo nella Chiesa, che è detentrice
del fondamento dell'autorità e, di conseguenza, di ogni possesso. Solo
nella Chiesa, quindi, esistono i regni e le proprietà; il che vuol
dire che solo in virtù della regeneratio (col battesimo) e dell'absolutio
(con la confessione) si può essere legittimi signori e padroni delle
cose terrene.
Il rapporto di posizione del potere temporale e di quello spirituale si pone,
secondo Egidio Romano, nei termini stessi del rapporto del corpo con l'anima:
è ad nutum di quello spirituale e si attua sub famulatu et obsequio
di quello del papa. Nell'ambito però del potere concessogli, il principe
ha la pienezza di giurisdizione, e il papa - in linea di principio - non può
interferire in essa. Ma quest'affermazione, di per sé molto promettente,
non è altro che una premessa per edulcorare la casisitica, in cui il
papa interviene anche nella giurisdizione interna all'ordinamento politico
dei singoli prìncipi. Questi casi si verificano ogni volta che sia
questione del bene dell'anima: perciò anche in materia di dote e di
eredità.
Agostino Trionfo parte dall'idea fondamentale che il papa, in quanto vicario
di Cristo, è principio e causa di tutti i poteri della terra. Questa
potestà universale è la sola ricevuta immediatamente da Dio;
tutte le altre, ecclesiastiche e civili, derivano da essa. Da tale principio
generale scaturiscono le sue applicazioni concrete. Da un lato, il potere
del papa nella Chiesa è supremo: sul piano dottrinale è infallibile,
su quello giurisdizionale è sommo, e da esso proviene quello dei vescovi.
Dall'altro lato, il potere papale, anche se istituito principalmente per il
bene spirituale, si estende anche all'ambito temporale in forza della reductio
ad unum: tutti gli uomini, compreso l'imperatore, sono ricondotti come misura
e regola al papa, che per l'eccellenza del suo potere spirituale è
al di sopra di ogni altro uomo. Perciò, per quanto riguarda l'impero,
l'imperatore è ministro di Dio e anche ministro del papa; solo quest'ultimo
ha il diritto di controllare la validità dell'elezione alla corona
imperiale, di confermarla, di procedere alla cerimonia dell'incoronazione,
di giudicare lo stesso imperatore, di deporlo e di sottoporre a revisione
le leggi da lui emanate. Scopo fondamentale di questo potere accentrato nella
persona del papa è che l'ordine temporale sia innestato nella realtà
salvifica e fare in modo che il popolo cristiano sia sottomesso alla Chiesa,
sposa di Cristo.
IV
Di fronte alle tesi ierocratiche, che riflettono l'indirizzo
politico-ecclesiastico dei papi d'Avignone, alcuni teologi e intellettuali
affermano l'esistenza di due poteri, spirituale e temporale, ciascuno indipendente
nel proprio ambito. Questa posizione equilibrata è ben rappresentata
da Dante Alighieri (1265-1321) nella Monarchia, un'opera in tre libri in cui
tratta dell'impero, cioè di quell'unico principato che sta al di sopra
di tutti gli altri . Nel primo libro, Dante dimostra che l'impero è
necessario al benessere del mondo. Infatti perché gli uomini possano
godere della libertà e vivere nella concordia, è necessaria
la pace universale. Questa condizione si verifica quando esista la guida di
una volontà unica - quella appunto dell'imperatore - che indirizzi
il moto delle altre volontà. Solo sotto l'impero perfetto di Augusto
il genere umano visse felice nella tranquillità di una pace universale:
la condizione voluta dal Figlio di Dio, quando si fece uomo per la salvezza
del mondo.
Nel secondo libro Dante, sdegnandosi nel vedere l'ostilità di certi
popoli contro i Romani e assistendo allo spettacolo di re e prìncipi
concordi nel contrastare l'imperatore romano, dimostra che i Romani hanno
costituito di diritto il loro impero, non già unicamente con la forza.
Il principio base su cui Dante fonda la sua dimostrazione è che il
diritto è immagine della volontà di Dio; quanto Dio vuole in
seno alla società umana dev'essere considerato come di vero e puro
diritto.
Finalmente nel terzo libro, contro la dottrina ierocratica che riservava al
papa il diritto di ratificare l'elezione del rex Romanorum e di amministrare
l'impero, Dante sostiene che l'imperatore riceve la sua autorità direttamente
da Dio e non dal pontefice. Tra gli argomenti che egli confuta c'è
quello che riguarda l'immagine del sole e della luna (Genesi 1, 16), tradizionalmente
applicata ai due poteri: come la luna riceve la propria luce dal sole, così
il potere temporale riceve la propria autorità da quello spirituale.
Ora Dante osserva che la luna non dipende dal sole né quanto all'esistenza
(esse), né quanto alla sua capacità (virtus) e neppure quanto
alla sua attività (operatio), perché ha un movimento autonomo
e una luce propria. Quel tanto di luce che riceve dal sole le serve solo per
esercitare più efficacemente il suo influsso. Allo stesso modo il potere
temporale non riceve da quello spirituale né l'esse né la virtus
né l'operatio, ma solo la capacità d'operare con maggior efficacia,
e ciò per mezzo della benedizione con la quale il papa gl'infonde la
luce della grazia. A favore dell'indipendenza dell'imperatore dal papa, Dante
adduce tre argomenti: il primo sostiene che l'impero, con tutto il suo potere,
è più antico della Chiesa; il secondo afferma che la Chiesa
non ha il potere di conferire l'autorità imperiale, non avendo ricevuto
tale autorità né da Dio né da se stessa né dall'impero
né dal consenso di tutti gli uomini; il terzo asserisce che il potere
di concedere l'autorità imperiale si oppone alla natura stessa della
Chiesa, dato che Cristo davanti a Pilato rifiutò il potere terreno.
A conclusione della Monarchia, Dante sottolinea che l'uomo ha due fini ultimi,
uno per il corpo e l'altro per l'anima. Il primo si raggiunge sulla terra
con l'esercizio delle virtù morali e intellettuali sotto la guida dell'imperatore;
il secondo sotto la guida del papa con l'esercizio delle virtù teologali
(fede, speranza, carità). L'imperatore dovrà dunque facilitare
agli uomini il raggiungimento della felicità terrena col frenare la
cupidigia e con lo stabilire nel mondo la pace e la libertà. L'imperatore
sarà scelto soltanto da Dio per mezzo degli elettori, che avranno l'ufficio
di rivelarne la volontà, e soltanto da Dio riceverà la conferma
definitiva. L'autorità dell'imperatore deriva dunque, senza alcun intermediario,
da Dio. Il che però non esclude ogni vincolo di soggezione dell'imperatore
al papa, dal momento che la felicità terrena è ordinata a quella
eterna. L'imperatore, pertanto, deve usare verso il papa quella riverenza
che il figlio primogenito deve al padre. In tal modo "illuminato dalla
luce della grazia paterna", potrà "con maggior efficacia
irraggiare la terra, al cui governo è stato preposto soltanto da Colui
che di tutte le cose spirituali e temporali ha il dominio" .
In ultima analisi, Dante si inserisce tra coloro che, prendendo le distanze
dalle posizioni radicali, cercano di armonizzare le esigenze dell'impero con
quelle del potere spirituale, senza fermarsi alla semplice coordinazione dei
due poteri. Certamente egli è contro la potestas directa nell'ambito
temporale, ma al tempo stesso a favore di un rapporto fondato sulla superiorità
del fine spirituale dell'uomo su quello terreno.
V
Accanto alla posizione ierocratica (di Egidio Romano, di Agostino
Trionfo ecc.) e a quella moderata (di Dante e di altri), nella prima metà
del sec. XIV vengono elaborate alcune dottrine che mettono in discussione
i fondamenti dell'ecclesiologia medievale.
Marsilio da Padova (1275/1280-1342/1343), un intellettuale italiano influenzato
dall'aristotelismo allora fiorente nelle università di Padova e di
Parigi, sviluppa nel suo Defensor pacis (1324) con coerenza e radicalità
un pensiero politico che si pone in netta antitesi con la corrente ierocratica.
Scopo dell'opera è la tranquillità e la pace del regnum contro
il nemico che la perturba, cioè il papa, il quale pretende di avere
la pienezza dei poteri, di possedere la vis coattiva sulla Chiesa, sull'imperatore
e sui re. Contro questa rivendicazione, Marsilio ribadisce la necessità
che il potere sia uno solo.
A suo avviso, il regnum, che è l'insieme di più uomini che si
uniscono per avere un'esistenza soddisfacente, deve assicurare il bene sia
temporale sia spirituale dell'individuo. Questo duplice scopo è realizzato
da tre corpi sociali: il sacerdozio, l'esercito e la giustizia. Essi sono
ordinati dal potere legislativo, il quale proviene da Dio come causa remota,
ma ha la sua fonte immediata nella totalità dei cittadini o nella loro
maggioranza. All'universitas civium appartengono i cives veri, che hanno diritto
di voto e possono partecipare agli organismi di governo: sono perciò
escluse le donne, i bambini e gli stranieri. I cittadini affidano l'esercizio
del potere ai prìncipi, che, a loro volta, eleggono l'imperatore quale
legislatore sommo, unicamente soggetto alla legge divina.
La Chiesa, secondo Marsilio, è la comunità dei fedeli che credono
nel nome di Cristo e lo invocano. Tutti i fedeli cristiani, e non solo i vescovi
ed i sacerdoti, sono uomini ecclesiastici nel senso più vero e proprio
del termine: Cristo, infatti, ha redento tutti col suo sangue. Marsilio ammette
l'origine divina della Chiesa e del sacerdozio; tuttavia sottolinea che col
carattere sacerdotale conferito da Dio non è dato alcun potere esteriore,
anche in campo spirituale. Nella confessione, il sacerdote può solo
dichiarare a chi Dio ritiene o rimette i peccati. Egli non ha la vis coattiva,
perché le mancanze contro la legge divina vengono punite da chi detiene
il potere civile. Marsilio asserisce, inoltre, che il carattere sacerdotale
è posseduto da tutti i sacerdoti in ugual misura e che il vescovo di
Roma o qualunque altro non hanno poteri maggiori di quelli del semplice sacerdote.
La diversità tra i sacerdoti, ossia la gerarchia, è una istituzione
umana. Non è stato Dio a crearla, ma la volontà e lo spirito
umano l'hanno istituita per garantire l'ordine. Il potere che di fatto i sacerdoti
e i vescovi esercitano deriva dal legislatore umano credente, cioè
dal ceto dei laici, che può obbligarli al servizio e anche deporli.
Secondo Marsilio, la Chiesa ha mancato alla propria missione spirituale sin
da quando, con la donazione di Costantino, ha cominciato ad accumulare potere
e ricchezza. È perciò necessario ricondurla alla povertà
ed umiltà delle origini, spogliandola dei suoi beni e di ogni sovranità.
Il primato papale non viene da Dio, ma è di origine puramente umana.
Il tentativo di attribuire una dignità particolare al vescovo di Roma,
in quanto successore di Pietro, risulta senza fondamento, dato che è
impossibile dimostrare che l'apostolo si sia fermato a Roma. La suprema autorità
nella Chiesa è il concilio di tutti i fedeli o dei loro incaricati.
Esso non è una corporazione a sé stante accanto al regnum, ma
al suo interno è come un organo ordinato alla soluzione di determinati
problemi. La convocazione del concilio appartiene al legislatore supremo (imperatore),
come avveniva nella Chiesa antica. Le deliberazioni conciliari mutuano la
loro verità dallo Spirito santo, ma è dal legislatore umano
(cioè dalla totalità dei cittadini) che esse ricevono l'autorità;
è lui che impone il loro riconoscimento nella professione di fede e
la loro diffusione ad opera dei sacerdoti.
In conclusione, ad una Chiesa desiderosa di controllare il regnum (concezione
ierocratica), Marsilio oppone un regnum che è al di sopra della Chiesa
e assegna alla società obiettivi religiosi e morali elevati. Per lui
la Chiesa non è né retta monarchicamente dal papa, né
collegialmente dall'episcopato, né democraticamente da un concilio,
né viene semplicemente spiritualizzata, ma ridotta ad una semplice
funzione all'interno del regnum .
VI
Altro esponente di spicco della corrente che si oppone alla
ierocrazia è il frate minore inglese Guglielmo d'Ockham (1290/1300-1349/1350).
Il suo pensiero ecclesiologico-politico è raccolto in diversi scritti,
tra cui: l'Opus nonaginta dierum (1333), il Dialogus inter magistrum et discipulum
de imperatorum et pontificum potestate (1333-1341), le Octo quaestiones de
potestate papae (1340-1342), il Breviloquium de principatu tyrannico (1341-1342),
il trattato De imperatorum et pontificum potestate (1347).
Contro il monismo dei curialisti, Ockham sostiene una dottrina dei due poteri,
nella quale l'autorità temporale e quella spirituale sono ordinate
l'una all'altra in un rapporto di dipendenza. Nel proprio ambito, l'imperatore
e il papa non hanno un potere assoluto: questo, infatti, è limitato
non solo dalla legge divina, ma anche dalla libertà del singolo e dal
bene comune. Ockham sottolinea con insistenza l'autonomia del potere temporale.
L'impero romano non proviene dal papa, perché già prima di Cristo
esso aveva una legittima giurisdizione, e fu riconosciuto dal Signore e dagli
apostoli. Il potere imperiale, passato dai pagani ai cristiani, proviene da
Dio, quindi dal popolo romano che istituì l'impero e, infine, dagli
elettori dell'imperatore. Di conseguenza, il papa non dà la giurisdizione
all'imperatore, non può cassarne le leggi, non può deporlo.
Dal canto suo l'imperatore non può rendersi vassallo del papa, per
non cessare di essere successore degli antichi imperatori romani e per non
pregiudicare i diritti dei successori.
La Chiesa, come comunità di tutti i fedeli, è governata in modo
monarchico per volontà di Cristo, che ha nominato Pietro suo rappresentante.
Ockham, a differenza di Marsilio da Padova, attribuisce al papa un potere
reale, conferitogli da Cristo. Tuttavia tiene a specificare che nell'ambito
temporale il potere papale è quasi nullo, perché Cristo durante
la sua vita ha rinunziato al dominio supremo che gli compete come Dio, e perciò
non lo ha trasmesso al suo vicario. Ockham prevede però il caso in
cui il papa debba assumere compiti temporali: in una situazione di necessità,
quando le autorità competenti non ci sono o non sono all'altezza della
situazione, il papa può e deve intervenire negli affari terreni per
il bene della comunità.
Il potere papale è nello spirituale e si estende a tutto ciò
che è indispensabile per la salvezza dell'anima e per il bene dei fedeli.
Esso, perciò, implica il potere dottrinale e disciplinare. Ma anche
in questo campo il potere papale ha i suoi limiti: il pontefice, per es.,
non può comandare ciò che è in contrasto con la legge
divina o con il diritto naturale, deve rispettare il titolo legittimo dei
re, non può imporre il celibato a tutti i fedeli e così via.
Per quanto la dignità del papa sia elevata, al di sopra di lui c'è
la Chiesa universale, che non va identificata con la Chiesa romana e che non
sarà mai vittima dell'errore. Guidata dallo Spirito santo, questa Chiesa
universale e infallibile potrebbe essere rappresentata anche da pochi cristiani
rimasti fedeli, e perfino da una semplice donna, come è avvenuto quando
Maria è rimasta sola ai piedi della croce di Cristo. Il concilio non
è esente da errori, ma costituisce una sorta di argine in grado di
equilibrare il potere del papa, oltre che un possibile ricorso contro il pontefice
eretico.
Come il papa in caso di necessità può e deve intervenire nel
temporale, così anche l'imperatore in quello spirituale in situazione
di emergenza. Per es. l'imperatore può convocare un concilio o addirittura
destituire il papa; può disporre dei beni ecclesiastici (di quelli
cioè affidati alla Chiesa dai re e dai laici per provvedere ai poveri,
alla costruzione di chiese ecc.) per dei compiti temporali, come per es. la
difesa della popolazione contro il nemico.
Da quanto si è finora esposto, emergono alcuni punti di convergenza
e di divergenza nel pensiero ecclesiologico-politico di Marsilio e di Ockham.
Ambedue insistono sulla fondazione naturalistica del regnum (cioè sulla
legge naturale) e sulla distinzione del potere spirituale da quello temporale.
Non professano un vero laicismo in senso moderno: anche Marsilio accetta la
rivelazione, benché sottometta il papa al potere civile. A differenza
di Marsilio, Ockham mantiene al papa il diritto di interferire nel temporale
casualiter, diventando in qualche modo superiore terreno dell'imperatore.
Inoltre non condivide affatto le posizioni di Marsilio, quando questi assegna
al potere civile una funzione riformatrice e purificatrice all'interno della
Chiesa. Sostenitore della libertà evangelica, egli è contrario
ad ogni forma di autoritarismo; e se critica il papato avignonese per la sua
organizzazione burocratica e centralizzata che impedisce l'armonioso sviluppo
della vita cristiana, non lo fa certo per sottomettere la Chiesa al controllo
dei detentori del potere politico.