Impero e papato nella prima metà del Trecento
FORTUNATO IOZZELLI

Con la bolla Cum inter nonnullos del 12 novembre 1323, il papa Giovanni XXII metteva fine all'acceso dibattito riguardante la povertà di Cristo e degli apostoli, in cui erano particolarmente coinvolti i Frati Minori. Il papa dichiarava eretica l'affermazione che Cristo e gli apostoli non possedettero nulla, né individualmente né in comune; inoltre condannava come contraria alla fede la tesi che Cristo e gli apostoli non ebbero alcun diritto d'uso, di vendita e di alienazione sui loro beni .
Nell'ordine dei Minori si delinearono ben presto due schieramenti: la maggior parte dei frati si sottomise alla decisione papale, mentre gli oppositori più accaniti non tardarono ad allearsi con l'imperatore Ludovico IV il Bavaro. Facevano parte di questo gruppo di dissidenti: Michele da Cesena, Guglielmo d'Ockham, Bonagrazia da Bergamo e Francesco d'Ascoli. Nel maggio 1328, essi riuscirono a fuggire da Avignone, dove risiedeva la curia papale, e a unirsi a Ludovico il Bavaro prima a Pisa e successivamente a Monaco di Baviera .
Senza entrare nei dettagli della questione della povertà , mi interessa in questa sede mettere a fuoco il contesto storico in cui si inserisce l'adesione di questi frati all'imperatore: cioè la lotta tra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro, l'ultimo grande scontro tra papato e impero nel Medioevo. Perciò mi soffermerò anzitutto sui motivi di questo contrasto e sullo svolgimento dei fatti. Rivolgerò poi l'attenzione alle dottrine ecclesiologico-politiche che si intrecciano con la trama degli avvenimenti .
I

Prendiamo le mosse dalla situazione politica dell'Europa tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento. A quest'epoca, per coloro che vivono in questa parte del mondo, la sola comunità che esiste è la respublica christiana: l'unione dei popoli e dei re cristiani, fondata sull'unica fede, sull'obbedienza alla Chiesa romana e sulla preminenza del sacro romano impero.
In Occidente, come è noto, l'impero romano aveva cessato di esistere nel 476, ma era stato ricostituito nel Natale dell'800 con l'incoronazione di Carlo Magno da parte del papa Leone III e poggiava sul dominio franco su gran parte d'Europa. Nel 962 la corona imperiale era passata con Ottone I ai re di Germania, ai quali rimase fino al 1806 .
L'impero medievale presenta una fisionomia del tutto peculiare . Anzitutto è universale: in quanto realtà al di sopra dei vari regni formatisi in Europa in seguito alle invasioni barbariche, tende a ricondurre la diversità all'unità.
In secondo luogo, l'impero è un'istituzione cristiana: ciò significa che l'imperatore ha il compito di difendere e proteggere la Chiesa. Questa missione gli viene conferita con l'incoronazione da parte del papa, e comporta diversi interventi nella vita della Chiesa, riguardanti la lotta contro l'eresia, il culto, la disciplina, i benefici ecclesiastici e così via.
In terzo luogo, l'impero medievale è la continuazione di quello romano. Sotto i carolingi si parlava di regnum francorum. Ottone II si definisce imperator romanorum. Federico I fa inserire le proprie costituzioni nel Corpus iuris di Giustiniano e dichiara che il diritto romano vale per tutti i popoli sottomessi all'impero. Federico II afferma, nel proemio del Liber augustalis promulgato nel parlamento di Melfi del 1231, che nella sua persona si accentrano il potere legislativo e quello esecutivo, "perché questo aveva voluto il popolo di Roma, quando "non sine grandi consilio et deliberatione perpensa" aveva trasferito i due poteri all'imperatore con la lex regia" .
Infine l'impero è germanico, è cioè unito al regno di Germania. La missione imperiale è quella del popolo germanico. L'elezione del re di Germania è un avvenimento che interessa non solo i Tedeschi, ma anche Roma, il papato e la Chiesa. Infatti non si tratta soltanto di designare il re di Germania, che sarà consacrato ad Aquisgrana dal vescovo di Magonza: il candidato promosso re è anche amministratore dei diritti imperiali, è proposto ad essere elevato alla dignità imperiale. Insomma, il re di Germania dovrà completare la sua intronizzazione facendosi incoronare a Roma. Ma questo avverrà col beneplacito del papa.
L'imperatore del sacro romano impero di nazione germanica non è il solo capo che guida la comunità dei popoli legata dalla comune confessione di fede. Egli è il capo temporale, mentre il papa di Roma è quello spirituale. Diversi passi della Bibbia servono a sottolineare la posizione di guida del papa all'interno della cristianità: per es. quello di Genesi 14, 18 su Melchisedek re di Salem e sacerdote di Dio altissimo; oppure le parole rivolte da Dio al profeta Geremia (1, 10): "Ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere ed abbattere, per edificare e piantare"; o ancora il passo di Matteo (16, 19), in cui Cristo conferisce a Pietro il potere di legare e di sciogliere in terra e in cielo.
Sulla base della Bibbia, si sviluppa la dottrina della superiorità del potere spirituale del papa su quello temporale dell'imperatore. Si giunge così a ritenere che spetti al papa esaminare la dignità del neoeletto re di Germania, prima di incoronarlo imperatore romano; e che qualora tale indagine dia esito negativo, il papa possa procedere contro di lui fino allo scioglimento dei giuramenti di fedeltà e alla proibizione di obbedirgli.
In varie circostanze, sia i papi sia gli imperatori tendono a manifestare chiaramente la consapevolezza di essere i detentori di un potere di guida e di direzione della cristianità. Intorno alla metà del sec. XIII, Innocenzo IV (1243-1254) dichiara che il pontefice ha una "iurisdictio et potestas de iure, licet non de facto" sopra tutti: vale a dire una sovranità superiore per principio, anche se non sempre esercitata di fatto . Quando nel 1245, durante il concilio di Lione, depone l'imperatore Federico II, a giustificazione di quest'atto Innocenzo IV adduce la seguente spiegazione: Cristo, durante la sua vita terrena, in quanto signore del mondo, avrebbe potuto deporre imperatori e prìncipi; questa pienezza di potere egli l'ha lasciata al suo vicario, cioè a Pietro; ma ciò che vale per Pietro vale anche per i suoi successori, perché sarebbe assurdo che Cristo "dopo la morte di Pietro avesse lasciato senza la guida di una persona l'umanità da lui creata" .
Su questa linea di pensiero si muove Bonifacio VIII (1294-1303). Nella bolla Unam sanctam (18 novembre 1302), egli inserisce "la pienezza del potere papale in un sistema logico compiutamente concluso in se stesso" . Partendo dall'idea che fuori della Chiesa non c'è salvezza e remissione dei peccati, Bonifacio dichiara che ogni potere, sia quello spirituale sia quello temporale, ha la sua origine in Dio e che da Dio è stato conferito alla Chiesa, sotto forma delle due spade. Essa lascia l'esercizio del potere temporale ai re, ma conserva il diritto di effettuare il proprio controllo su di loro. "Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l'Apostolo: "L'uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo"" .
La pretesa del dominio universale viene avanzata anche dall'imperatore Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313). Quando nel giugno del 1312 egli comunica la sua incoronazione imperiale ai re e ai vescovi dell'Occidente, tiene a sottolineare che "come tutti gli ordini e le schiere celesti servono sotto un solo Dio, così pure tutti gli uomini, ordinati in province e regni, devono essere sottoposti ad un unico monarca (uni principi monarche subessent), in modo che il movimento del mondo, che procede da un solo Dio, suo creatore, ed è guidato da un solo sovrano, faccia crescere la propria pace ed unità" .
Questo è, dunque, il quadro ideale della respublica christiana, in cui il papa e l'imperatore aspirano ad un dominio universale. Se ora rivolgiamo l'attenzione alla concreta realtà politica, dobbiamo rilevare che tra Due e Trecento, mentre in Inghilterra, Francia e Spagna si verifica un lento e graduale trapasso dal frazionamento feudale a forme statali sempre più ampie e solide intorno a monarchie dinastiche, in Germania e nell'Italia settentrionale e centrale l'imperatore non riesce a compiere quella funzione unificatrice svolta dai sovrani negli altri regni. La Germania si presenta divisa in tanti territori (Länder), più o meno estesi, vassalli di diritto, indipendenti di fatto dall'imperatore. Si tratta di ducati (Baviera, Franconia, Svevia, Franconia, Sassonia, Lorena, Stiria, Carinzia, Boemia, Austria ecc.), di marche (Brandeburgo), di contee (Turingia, Tirolo, Holstein), di principati ecclesiastici (Treviri, Colonia, Magonza), e di città che godono ampia autonomia (per es. Francoforte, Norimberga, Ulm, Lubecca).
Non bisogna d'altra parte dimenticare che l'imperatore del sacro romano impero era eletto dai prìncipi tedeschi o almeno dai più importanti di essi. Quando questi non riuscivano a mettersi d'accordo su un candidato, nascevano lotte e rivalità che finivano per indebolire la funzione imperiale. Così alla morte di Federico II (1250) ebbe inizio il grande interregno, che contribuì a svigorire ancora di più l'autorità imperiale. I prìncipi tedeschi, passando da una candidatura all'altra, evitarono di fatto ogni elezione fino al 1273, quando il papa Gregorio X, che mirava all'unificazione di tutta la cristianità in vista di una crociata, riuscì ad ottenere che venisse scelto come re di Germania un personaggio non troppo potente, cioè Rodolfo d'Asburgo (1273-1291).
Questa soluzione, se da un lato dava stabilità all'impero, dall'altro suscitava la lotta accanita di Ottocaro re di Boemia , che contestava la validità dell'elezione di Rodolfo. La vittoria militare di quest'ultimo sul re di Boemia (a Marchfeld, presso Dürnkrut, nel 1278) gettò le basi della potenza della casa d'Asburgo. Infatti al figlio di Ottocaro rimanevano la Boemia e la Moravia, mentre i ducati d'Austria, di Stiria, di Carinzia e di Carniola passavano a Rodolfo, che ne dava l'investitura ai suoi due figli.
Morto Rodolfo (1291), il figlio Alberto dovette lottare contro Adolfo di Nassau prima di diventare imperatore (1298). Iniziava subito una politica energica contro i vassalli riottosi, aboliva pedaggi abusivi e smantellava fortezze. Non solo, ma dopo la morte di Venceslao III re di Boemia, avocava questo regno alla corona e si accingeva a conquistarlo, quando moriva pugnalato da un nipote (1308).
A questo punto Filippo il Bello, re di Francia, cerca di imporre come imperatore il proprio fratello Carlo di Valois. Ma gli elettori, e il papa Clemente V (1305-1314) con loro, temendo un eccessivo accrescimento della potenza dei Capetingi, ancora una volta scelgono come imperatore un personaggio piuttosto oscuro: Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313). Questi, consapevole del significato della sua missione, fa ben presto conoscere il suo progetto di venire in Italia per cingere la corona imperiale.
Il viaggio di Enrico nella penisola italiana cadeva in un periodo di forti tensioni tra guelfi e ghibellini. Il papa, volendo salvaguardare l'indipendenza dello Stato della Chiesa e la propria autorità politica attraverso i guelfi, prese alcune misure: raccomandò a Enrico lo statu quo nelle città della Lombardia, governate dai guelfi; nominò il re di Napoli, Roberto d'Angiò, rettore della Romagna (passata dall'impero alla Chiesa); rinviò l'incoronazione, fissata per il 2 novembre 1311; impose a Enrico un giuramento, in base al quale egli si impegnava a mantenere integro lo Stato della Chiesa, a combattere l'eresia e a rispettare i guelfi.
Con questo patto, il papa voleva sia evitare lo scontro tra guelfi e ghibellini, sia favorire la pace tra Enrico VII e Roberto d'Angiò, capo della lega guelfa. Di fatto, però, questi due scopi non furono raggiunti. Al suo arrivo in Italia nel gennaio 1311, Enrico divenne subito capo dei ghibellini e dovette conquistarsi le città che gli chiudevano le porte (Crema, Cremona, Lodi, Brescia). Nella primavera del 1312, egli intendeva farsi incoronare imperatore a Roma, nella basilica di S. Pietro. Ma una parte della città, compreso il Vaticano, era occupata dalle truppe angioine. L'incoronazione ebbe luogo in S. Giovanni in Laterano il 29 giugno 1312, per mano di tre cardinali.
Il 26 aprile 1313, Enrico conclude un procedimento giuridico contro Roberto d'Angiò, pubblicando una costituzione nella quale lo dichiara decaduto da tutti i feudi, diritti e possedimenti, lo mette al bando dell'impero e lo condanna a morte . La reazione di Clemente V non si fa attendere: con la bolla Inter cetera del 12 giugno 1313 commina la scomunica contro chiunque osi invadere il regno di Napoli . L'imperatore si muove verso il meridione, ma la morte lo coglie a Buonconvento (Siena) il 24 agosto 1313. Tra l'autunno del 1313 e la primavera del 1314, Clemente V prepara la bolla Pastoralis cura. In essa, premettendo la superiorità della Sede apostolica sull'imperatore, e la dipendenza feudale di Roberto d'Angiò dal papa, annulla tutte le disposizioni e condanne emanate da Enrico contro l'Angioino, e rivendica l'amministrazione dell'impero vacante . La nomina di Roberto a vicario imperiale nei territori italiani (14 marzo 1314) è la logica conseguenza di questo principio .

II

Dopo la morte di Enrico VII, gli elettori tedeschi si dividono: alcuni si dichiarano a favore di Federico d'Austria (19 ottobre 1314), altri per Ludovico di Wittelsbach, duca dell'Alta Baviera (detto Ludovico IV il Bavaro: 20 ottobre 1314). Il 25 novembre 1314 avviene una duplice incoronazione: ad Aquisgrana, luogo tradizionale, quella di Ludovico, a Bonn quella di Federico. Ambedue i contendenti si rivolgono al nuovo papa Giovanni XXII (1316-1334), un "vegliardo coraggioso e attivo, ma irascibile e imprudente" . Questi, per evitare che Roberto d'Angiò diventi troppo forte in Italia e al fine di non indebolire l'impero per opporlo alla Francia, dichiara l'impero vacante, avoca a sé la sua amministrazione e proibisce di inviare un vicario imperiale in Italia.
Ludovico il Bavaro lascia ben presto intendere di non essere disposto a sottomettersi alle decisioni di Giovanni XXII. Il 28 settembre 1322 Federico d'Austria è fatto prigioniero a Mühldorf da Ludovico il Bavaro, che rimane così il solo pretendente in lizza per la corona imperiale. Nella primavera dell'anno seguente, Ludovico manda a Milano un contingente militare in appoggio ai Visconti (ghibellini), liberando la città assediata dall'esercito del legato pontificio Bertrand du Poujet.
Il papa, vedendo naufragare la prospettiva di una immediata vittoria sui Visconti, prende alcune misure contro Ludovico il Bavaro. Con la bolla Attendentes dell'8 ottobre 1323, Giovanni XXII rimprovera a Ludovico di usurpare il potere e il titolo di imperatore, e così formula la posizione del papato di fronte all'impero: "Prima che l'uno o l'altro dei candidati designati dai prìncipi elettori sia stato approvato o disapprovato dalla Sede apostolica, non è permesso ad alcuno degli eletti di prendere il potere e il titolo di re dei Romani, dato che in quest'intervallo non sono re dei Romani ma eletti come re, e non sono né da nominare né da ritenere come re". Il papa ammonisce inoltre Ludovico per non aver sollecitato l'approvazione papale e per aver appoggiato i Visconti (nemici della Chiesa), e lo convoca sotto pena di scomunica ad Avignone, entro tre mesi, a giustificarsi .
Dopo lunghe esitazioni Ludovico il Bavaro decise di passare alla lotta aperta, facendo sentire le sue proteste il 18 dicembre 1323 alla dieta di Norimberga. Dopo aver manifestato la sua fedeltà alla Chiesa e la sua devozione al papa, Ludovico contestava al medesimo il diritto di esaminare il re dei Romani, perché quando questi è eletto da tutti o dalla maggioranza degli elettori ed è incoronato nella sede tradizionale, è re legittimo e tale deve essere ritenuto .
Alla scomunica lanciata contro Ludovico da Giovanni XXII con la bolla Urget nos caritas del 23 marzo 1324 , segue la replica consistente nell'appello di Sachsenhausen del 22 maggio. Ludovico accusa il papa di creare divisioni tra i fedeli, di voler distruggere l'impero, di fomentare le guerre in Italia invece di stabilire la pace, di calpestare il Vangelo e di essere eretico manifesto, perché nega la povertà assoluta di Cristo e degli apostoli. Chiede, infine, la convocazione di un concilio per designare il successore di Giovanni XXII . Come si vede, Ludovico ricorre all'accusa di eresia, che già era stata adottata da Filippo il Bello nei confronti di Bonifacio VIII, e che, se trovata fondata, poteva consentire ad un concilio ecumenico di destituire anche il papa.
All'appello di Sachsenhausen, il papa rispose con la bolla Sicut ad curam (11 luglio 1324), in cui dichiarava indegno del regno e dell'impero il duca dell'Alta Baviera, lo scomunicava di nuovo e scomunicava tutti coloro che gli ubbidivano e lo aiutavano; lanciava inoltre l'interdetto su tutte le comunità (città, università e conventi) che gli venissero incontro con aiuto, asilo e consiglio .
Lungi dal placarsi, il conflitto tra il papa e Ludovico il Bavaro si inasprisce, quando quest'ultimo decide di venire in Italia. Il 31 maggio 1327 si fa incoronare re d'Italia a Milano, nonostante sia stato privato anche del ducato dell'Alta Baviera dal papa. Prosegue poi il viaggio verso Roma, dove entra il 7 gennaio 1328. Nella città eterna, Ludovico anzitutto si fa incoronare imperatore da Sciarra Colonna e poi consacrare da due vescovi avversi a Giovanni XXII (11 e 17 gennaio 1328). Quindi, tra il 14 e il 18 aprile, un'assemblea di laici convocata dall'imperatore depone il papa e lo sostituisce con il frate minore Pietro Rainalducci da Corvara, che prende il nome di Niccolò V. Non potendo trattenersi più a lungo in Italia, Ludovico parte verso il nord, abbandonando a Pisa l'antipapa, il quale, come la maggior parte dei signori delle città ghibelline, non tarda a sottomettersi a Giovanni XXII. Trascorrerà gli ultimi anni della sua vita nella dignitosa prigione del palazzo papale d'Avignone, dove morirà il 16 ottobre 1333.
Ludovico lascia l'Italia alla notizia della morte di Federico (13 gennaio 1330) e ritorna in Germania. Intanto Giovanni XXII cerca in tutti i modi di farlo destituire. Una nuova elezione da lui incoraggiata e già decisa da alcuni prìncipi elettori non giunge a compimento. Ludovico, in un primo tempo, abdica all'impero (1331) in favore di Enrico di Baviera. Tuttavia gli intrighi di Roberto d'Angiò, i consigli del cardinale Napoleone Orsini e dei frati minori ribelli al papa e passati dalla sua parte, inducono Ludovico a dichiarare il 24 luglio 1334 che non ha inteso rinunziare. Ma c'è di più: la questione della visione beatifica, sollevata da Giovanni XXII negli ultimi anni del suo pontificato , spingono Ludovico e i frati minori del suo entourage a raccogliere una serie di tesi eretiche, da aggiungere a quelle già riscontrate nei testi concernenti la povertà di Cristo e degli apostoli, per intentare un processo teologico contro il papa in un concilio che lo deponga. Ma il 4 dicembre 1334 Giovanni XXII muore.
Nella primavera del 1335, Ludovico avviò trattative diplomatiche col nuovo papa Benedetto XII (1334-1342), per arrivare ad una composizione pacifica del conflitto tra sacerdotium e imperium . Nonostante la grande arrendevolezza dei legati imperiali, i negoziati fallirono a causa delle pressioni esercitate sul papa da Filippo VI re di Francia e da Roberto d'Angiò, che non voleva perdere il vicariato imperiale sull'Italia.
La situazione così tesa portò alla dichiarazione di Rhens di tutti i prìncipi tedeschi (eccetto Giovanni di Boemia) del 16 luglio 1338. In essa proclamarono che il re dei Romani, eletto dalla totalità o dalla maggioranza degli elettori dell'impero, non aveva bisogno di alcuna nomina, approvazione, conferma o autorizzazione da parte del papa per amministrare i beni e i diritti dell'impero e per prendere il titolo di re . Nella dieta tenuta a Francoforte nel successivo mese di agosto, Ludovico emanava la costituzione Licet iuris (6 agosto 1338), in cui definiva solennemente, dal suo punto di vista, i diritti dell'impero: "Noi dichiariamo […] con il consiglio ed il consenso degli elettori e di tutti gli altri prìncipi dell'impero che la dignità e il potere imperiale deriva direttamente da Dio solo, e che secondo gli antichi e provati diritti e tradizioni dell'impero, colui che è eletto re o imperatore dagli elettori dell'impero, all'unanimità o per maggioranza, deve essere considerato ed acclamato, da quel momento e per il solo fatto dell'elezione, legittimo re ed imperatore dei Romani; e che tutti i sudditi dell'impero gli devono obbedienza e che egli ha il pieno potere di amministrare le proprietà e i diritti dell'impero e di compiere tutto ciò che è pertinenza di un imperatore legittimo, senza necessitare dell'approvazione, conferma ed autorità e consenso del papa, della Sede apostolica o di chiunque altro" .
Nella primavera del 1339, in una nuova dieta a Francoforte, i prìncipi elettori andarono oltre le loro precedenti dichiarazioni, affermando che il papa non aveva alcun diritto di esaminare il candidato all'impero; che era obbligato a consacrare colui che gli veniva proposto dagli elettori; e che in caso di rifiuto, qualunque altro avrebbe potuto consacrare l'imperatore.
Morto Benedetto XII (25 aprile 1342), la lotta proseguì col successore Clemente VI (1342-1352), il quale ritornò alla politica dura di Giovanni XXII. Con la bolla Prolixa retro del 12 aprile 1343, Clemente VI imponeva a Ludovico di deporre la dignità imperiale entro tre mesi, pena sanzioni più gravi . Ludovico, che si era alienato l'opinione pubblica con la persecuzione del clero favorevole al papa, si sottomise, abiurò l'eresia e abdicò (18 settembre 1343). Avendo quindi domandato a quali condizioni avrebbe potuto ricevere l'assoluzione, il papa gli comunicò nel maggio 1344 "di non potere promettere di riconoscere automaticamente come sovrano colui che sarebbe stato perdonato. Era la teoria teocratica più rigorosa che faceva dipendere l'esercizio del potere reale e imperiale dall'approvazione pontificia. Tanta intransigenza doveva necessariamente urtare gli elettori tedeschi" .
Il 13 aprile 1346, con la bolla Olim videlicet, Clemente VI scomunicava Ludovico il Bavaro e lo deponeva da ogni potere . Successivamente invitava i prìncipi tedeschi ad eleggere un nuovo imperatore nella persona del giovane re di Boemia Carlo (1346-1378). La morte di Ludovico il Bavaro, avvenuta l'11 ottobre del 1347, spianò a Carlo IV la via verso il riconoscimento generale.
È interessante rilevare che il nuovo imperatore non chiese mai al papa la conferma della propria elezione, forse sulla base della dichiarazione di Rhens. Clemente VI, dubitando della sincerità di Carlo che non manteneva nessuna delle promesse fatte ad Avignone, non gli dette il permesso di passare le Alpi per venire a farsi incoronare a Roma. Glielo concesse, invece, Innocenzo VI (1352-1362). Dopo l'incoronazione a Roma (5 aprile 1355), e perciò nel pieno possesso di tutti i titoli, Carlo IV attuò una riforma costituzionale, destinata ad avere una profonda ripercussione nella storia dell'impero.
Si trattava della pubblicazione della famosa Bulla aurea (10 gennaio e 25 dicembre 1356), che regolava l'elezione dell'imperatore. Fino a quest'atto, l'elezione imperiale era compiuta da tutti i prìncipi ma spesso con gravi inconvenienti, quali si erano verificati con la doppia elezione di Federico d'Austria e di Ludovico il Bavaro. Per eliminare queste difficoltà, Carlo IV stabilisce che il diritto di elezione del re di Germania, il quale è anche re dei Romani e preconizzato imperatore, appartiene a sette prìncipi elettori, tre ecclesiastici (gli arcivescovi di Magonza, di Treviri e di Colonia) e quattro laici (il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia-Wittemberg e il conte del Palatinato). In caso di vacanza dell'impero, l'amministrazione è devoluta al duca di Sassonia e al conte del Palatinato .
Come si vede, nella Bulla aurea non si fa parola del diritto papale di conferma dell'eletto, né delle pretese curiali di amministrare il territorio italiano durante la vacanza. Ciò significa la secolarizzazione dell'impero medievale. Il potere imperiale viene ad essere separato da quello del papa; l'impero diventa sempre più impero di nazione tedesca . È la conclusione del processo di separazione tra sacerdotium e imperium, cominciato con la riforma gregoriana. Ma è anche la vittoria postuma di Ludovico il Bavaro.

III

Dopo aver esposto le principali fasi del contrasto tra Ludovico il Bavaro e i papi del suo tempo, è ora necessario esaminare il dibattito teorico che accompagna tale conflitto. Di fronte all'atteggiamento dei detentori del potere politico (non solo dell'imperatore Ludovico il Bavaro, ma anche di Filippo il Bello re di Francia) che aspirano a liberarsi dalla tutela dell'autorità papale, e perciò mettono in discussione i tradizionali rapporti tra ordine temporale e ordine spirituale, gli uomini di Chiesa e gli intellettuali dell'epoca reagiscono diversamente. Alcuni ritengono che il solo modo di fronteggiare la crisi consista nell'accentuare l'autorità del papa. Altri, tenendo conto dell'evoluzione in corso e senza negare l'autorità del papa nella Chiesa, attribuiscono al potere temporale una certa autonomia. Altri, infine, si propongono di sottomettere la Chiesa alla società civile, in base sia al rinato diritto romano sia alla filosofia aristotelica. Vale la pena esaminare distintamente le tre correnti in alcuni esponenti più rappresentativi.
A difesa della plenitudo potestatis del papa, cominciano ad apparire verso la fine del sec. XIII e nei primi decenni del sec. XIV i trattati de potestate papae. Dal punto di vista della forma, essi seguono il genere del trattato scolastico: variano cioè lo schema di una questione con tesi, antitesi, argomenti a favore dell'una o dell'altra opinione, scomposizione delle obiezioni e così via. Sono diffusi, come risulta dalla storia della loro tradizione manoscritta, tra i maestri universitari e tra quelle persone che occupano posti di responsabilità sia nella Chiesa sia nelle corti di re e prìncipi .
Tra gli autori di questi trattati, che esaltano il potere papale, meritano di essere ricordati Egidio Romano (1243/1247-1316), con il De ecclesiastica potestate (1302), e Agostino Trionfo (detto anche A. d'Ancona: 1243-1328), con la Summa de potestate ecclesiastica (1326).
Egidio Romano attribuisce al papa ogni potere spirituale e temporale, e perciò anche il dominio dei beni terreni. In quanto vicarius Christi, al papa appartengono i due gladii. Solo per opportunità o per indegnità a esercitare direttamente il potere materiale, questo viene demandato ad altri. Pertanto il pontefice ha il gladius spirituale ad usum, e ad nutum quello temporale, che assegna all'imperatore, ai re e ai prìncipi. Il potere temporale può esistere ed essere esercitato solo nella Chiesa, che è detentrice del fondamento dell'autorità e, di conseguenza, di ogni possesso. Solo nella Chiesa, quindi, esistono i regni e le proprietà; il che vuol dire che solo in virtù della regeneratio (col battesimo) e dell'absolutio (con la confessione) si può essere legittimi signori e padroni delle cose terrene.
Il rapporto di posizione del potere temporale e di quello spirituale si pone, secondo Egidio Romano, nei termini stessi del rapporto del corpo con l'anima: è ad nutum di quello spirituale e si attua sub famulatu et obsequio di quello del papa. Nell'ambito però del potere concessogli, il principe ha la pienezza di giurisdizione, e il papa - in linea di principio - non può interferire in essa. Ma quest'affermazione, di per sé molto promettente, non è altro che una premessa per edulcorare la casisitica, in cui il papa interviene anche nella giurisdizione interna all'ordinamento politico dei singoli prìncipi. Questi casi si verificano ogni volta che sia questione del bene dell'anima: perciò anche in materia di dote e di eredità.
Agostino Trionfo parte dall'idea fondamentale che il papa, in quanto vicario di Cristo, è principio e causa di tutti i poteri della terra. Questa potestà universale è la sola ricevuta immediatamente da Dio; tutte le altre, ecclesiastiche e civili, derivano da essa. Da tale principio generale scaturiscono le sue applicazioni concrete. Da un lato, il potere del papa nella Chiesa è supremo: sul piano dottrinale è infallibile, su quello giurisdizionale è sommo, e da esso proviene quello dei vescovi. Dall'altro lato, il potere papale, anche se istituito principalmente per il bene spirituale, si estende anche all'ambito temporale in forza della reductio ad unum: tutti gli uomini, compreso l'imperatore, sono ricondotti come misura e regola al papa, che per l'eccellenza del suo potere spirituale è al di sopra di ogni altro uomo. Perciò, per quanto riguarda l'impero, l'imperatore è ministro di Dio e anche ministro del papa; solo quest'ultimo ha il diritto di controllare la validità dell'elezione alla corona imperiale, di confermarla, di procedere alla cerimonia dell'incoronazione, di giudicare lo stesso imperatore, di deporlo e di sottoporre a revisione le leggi da lui emanate. Scopo fondamentale di questo potere accentrato nella persona del papa è che l'ordine temporale sia innestato nella realtà salvifica e fare in modo che il popolo cristiano sia sottomesso alla Chiesa, sposa di Cristo.

IV

Di fronte alle tesi ierocratiche, che riflettono l'indirizzo politico-ecclesiastico dei papi d'Avignone, alcuni teologi e intellettuali affermano l'esistenza di due poteri, spirituale e temporale, ciascuno indipendente nel proprio ambito. Questa posizione equilibrata è ben rappresentata da Dante Alighieri (1265-1321) nella Monarchia, un'opera in tre libri in cui tratta dell'impero, cioè di quell'unico principato che sta al di sopra di tutti gli altri . Nel primo libro, Dante dimostra che l'impero è necessario al benessere del mondo. Infatti perché gli uomini possano godere della libertà e vivere nella concordia, è necessaria la pace universale. Questa condizione si verifica quando esista la guida di una volontà unica - quella appunto dell'imperatore - che indirizzi il moto delle altre volontà. Solo sotto l'impero perfetto di Augusto il genere umano visse felice nella tranquillità di una pace universale: la condizione voluta dal Figlio di Dio, quando si fece uomo per la salvezza del mondo.
Nel secondo libro Dante, sdegnandosi nel vedere l'ostilità di certi popoli contro i Romani e assistendo allo spettacolo di re e prìncipi concordi nel contrastare l'imperatore romano, dimostra che i Romani hanno costituito di diritto il loro impero, non già unicamente con la forza. Il principio base su cui Dante fonda la sua dimostrazione è che il diritto è immagine della volontà di Dio; quanto Dio vuole in seno alla società umana dev'essere considerato come di vero e puro diritto.
Finalmente nel terzo libro, contro la dottrina ierocratica che riservava al papa il diritto di ratificare l'elezione del rex Romanorum e di amministrare l'impero, Dante sostiene che l'imperatore riceve la sua autorità direttamente da Dio e non dal pontefice. Tra gli argomenti che egli confuta c'è quello che riguarda l'immagine del sole e della luna (Genesi 1, 16), tradizionalmente applicata ai due poteri: come la luna riceve la propria luce dal sole, così il potere temporale riceve la propria autorità da quello spirituale. Ora Dante osserva che la luna non dipende dal sole né quanto all'esistenza (esse), né quanto alla sua capacità (virtus) e neppure quanto alla sua attività (operatio), perché ha un movimento autonomo e una luce propria. Quel tanto di luce che riceve dal sole le serve solo per esercitare più efficacemente il suo influsso. Allo stesso modo il potere temporale non riceve da quello spirituale né l'esse né la virtus né l'operatio, ma solo la capacità d'operare con maggior efficacia, e ciò per mezzo della benedizione con la quale il papa gl'infonde la luce della grazia. A favore dell'indipendenza dell'imperatore dal papa, Dante adduce tre argomenti: il primo sostiene che l'impero, con tutto il suo potere, è più antico della Chiesa; il secondo afferma che la Chiesa non ha il potere di conferire l'autorità imperiale, non avendo ricevuto tale autorità né da Dio né da se stessa né dall'impero né dal consenso di tutti gli uomini; il terzo asserisce che il potere di concedere l'autorità imperiale si oppone alla natura stessa della Chiesa, dato che Cristo davanti a Pilato rifiutò il potere terreno.
A conclusione della Monarchia, Dante sottolinea che l'uomo ha due fini ultimi, uno per il corpo e l'altro per l'anima. Il primo si raggiunge sulla terra con l'esercizio delle virtù morali e intellettuali sotto la guida dell'imperatore; il secondo sotto la guida del papa con l'esercizio delle virtù teologali (fede, speranza, carità). L'imperatore dovrà dunque facilitare agli uomini il raggiungimento della felicità terrena col frenare la cupidigia e con lo stabilire nel mondo la pace e la libertà. L'imperatore sarà scelto soltanto da Dio per mezzo degli elettori, che avranno l'ufficio di rivelarne la volontà, e soltanto da Dio riceverà la conferma definitiva. L'autorità dell'imperatore deriva dunque, senza alcun intermediario, da Dio. Il che però non esclude ogni vincolo di soggezione dell'imperatore al papa, dal momento che la felicità terrena è ordinata a quella eterna. L'imperatore, pertanto, deve usare verso il papa quella riverenza che il figlio primogenito deve al padre. In tal modo "illuminato dalla luce della grazia paterna", potrà "con maggior efficacia irraggiare la terra, al cui governo è stato preposto soltanto da Colui che di tutte le cose spirituali e temporali ha il dominio" .
In ultima analisi, Dante si inserisce tra coloro che, prendendo le distanze dalle posizioni radicali, cercano di armonizzare le esigenze dell'impero con quelle del potere spirituale, senza fermarsi alla semplice coordinazione dei due poteri. Certamente egli è contro la potestas directa nell'ambito temporale, ma al tempo stesso a favore di un rapporto fondato sulla superiorità del fine spirituale dell'uomo su quello terreno.

V

Accanto alla posizione ierocratica (di Egidio Romano, di Agostino Trionfo ecc.) e a quella moderata (di Dante e di altri), nella prima metà del sec. XIV vengono elaborate alcune dottrine che mettono in discussione i fondamenti dell'ecclesiologia medievale.
Marsilio da Padova (1275/1280-1342/1343), un intellettuale italiano influenzato dall'aristotelismo allora fiorente nelle università di Padova e di Parigi, sviluppa nel suo Defensor pacis (1324) con coerenza e radicalità un pensiero politico che si pone in netta antitesi con la corrente ierocratica. Scopo dell'opera è la tranquillità e la pace del regnum contro il nemico che la perturba, cioè il papa, il quale pretende di avere la pienezza dei poteri, di possedere la vis coattiva sulla Chiesa, sull'imperatore e sui re. Contro questa rivendicazione, Marsilio ribadisce la necessità che il potere sia uno solo.
A suo avviso, il regnum, che è l'insieme di più uomini che si uniscono per avere un'esistenza soddisfacente, deve assicurare il bene sia temporale sia spirituale dell'individuo. Questo duplice scopo è realizzato da tre corpi sociali: il sacerdozio, l'esercito e la giustizia. Essi sono ordinati dal potere legislativo, il quale proviene da Dio come causa remota, ma ha la sua fonte immediata nella totalità dei cittadini o nella loro maggioranza. All'universitas civium appartengono i cives veri, che hanno diritto di voto e possono partecipare agli organismi di governo: sono perciò escluse le donne, i bambini e gli stranieri. I cittadini affidano l'esercizio del potere ai prìncipi, che, a loro volta, eleggono l'imperatore quale legislatore sommo, unicamente soggetto alla legge divina.
La Chiesa, secondo Marsilio, è la comunità dei fedeli che credono nel nome di Cristo e lo invocano. Tutti i fedeli cristiani, e non solo i vescovi ed i sacerdoti, sono uomini ecclesiastici nel senso più vero e proprio del termine: Cristo, infatti, ha redento tutti col suo sangue. Marsilio ammette l'origine divina della Chiesa e del sacerdozio; tuttavia sottolinea che col carattere sacerdotale conferito da Dio non è dato alcun potere esteriore, anche in campo spirituale. Nella confessione, il sacerdote può solo dichiarare a chi Dio ritiene o rimette i peccati. Egli non ha la vis coattiva, perché le mancanze contro la legge divina vengono punite da chi detiene il potere civile. Marsilio asserisce, inoltre, che il carattere sacerdotale è posseduto da tutti i sacerdoti in ugual misura e che il vescovo di Roma o qualunque altro non hanno poteri maggiori di quelli del semplice sacerdote. La diversità tra i sacerdoti, ossia la gerarchia, è una istituzione umana. Non è stato Dio a crearla, ma la volontà e lo spirito umano l'hanno istituita per garantire l'ordine. Il potere che di fatto i sacerdoti e i vescovi esercitano deriva dal legislatore umano credente, cioè dal ceto dei laici, che può obbligarli al servizio e anche deporli.
Secondo Marsilio, la Chiesa ha mancato alla propria missione spirituale sin da quando, con la donazione di Costantino, ha cominciato ad accumulare potere e ricchezza. È perciò necessario ricondurla alla povertà ed umiltà delle origini, spogliandola dei suoi beni e di ogni sovranità. Il primato papale non viene da Dio, ma è di origine puramente umana. Il tentativo di attribuire una dignità particolare al vescovo di Roma, in quanto successore di Pietro, risulta senza fondamento, dato che è impossibile dimostrare che l'apostolo si sia fermato a Roma. La suprema autorità nella Chiesa è il concilio di tutti i fedeli o dei loro incaricati. Esso non è una corporazione a sé stante accanto al regnum, ma al suo interno è come un organo ordinato alla soluzione di determinati problemi. La convocazione del concilio appartiene al legislatore supremo (imperatore), come avveniva nella Chiesa antica. Le deliberazioni conciliari mutuano la loro verità dallo Spirito santo, ma è dal legislatore umano (cioè dalla totalità dei cittadini) che esse ricevono l'autorità; è lui che impone il loro riconoscimento nella professione di fede e la loro diffusione ad opera dei sacerdoti.
In conclusione, ad una Chiesa desiderosa di controllare il regnum (concezione ierocratica), Marsilio oppone un regnum che è al di sopra della Chiesa e assegna alla società obiettivi religiosi e morali elevati. Per lui la Chiesa non è né retta monarchicamente dal papa, né collegialmente dall'episcopato, né democraticamente da un concilio, né viene semplicemente spiritualizzata, ma ridotta ad una semplice funzione all'interno del regnum .

VI

Altro esponente di spicco della corrente che si oppone alla ierocrazia è il frate minore inglese Guglielmo d'Ockham (1290/1300-1349/1350). Il suo pensiero ecclesiologico-politico è raccolto in diversi scritti, tra cui: l'Opus nonaginta dierum (1333), il Dialogus inter magistrum et discipulum de imperatorum et pontificum potestate (1333-1341), le Octo quaestiones de potestate papae (1340-1342), il Breviloquium de principatu tyrannico (1341-1342), il trattato De imperatorum et pontificum potestate (1347).
Contro il monismo dei curialisti, Ockham sostiene una dottrina dei due poteri, nella quale l'autorità temporale e quella spirituale sono ordinate l'una all'altra in un rapporto di dipendenza. Nel proprio ambito, l'imperatore e il papa non hanno un potere assoluto: questo, infatti, è limitato non solo dalla legge divina, ma anche dalla libertà del singolo e dal bene comune. Ockham sottolinea con insistenza l'autonomia del potere temporale. L'impero romano non proviene dal papa, perché già prima di Cristo esso aveva una legittima giurisdizione, e fu riconosciuto dal Signore e dagli apostoli. Il potere imperiale, passato dai pagani ai cristiani, proviene da Dio, quindi dal popolo romano che istituì l'impero e, infine, dagli elettori dell'imperatore. Di conseguenza, il papa non dà la giurisdizione all'imperatore, non può cassarne le leggi, non può deporlo. Dal canto suo l'imperatore non può rendersi vassallo del papa, per non cessare di essere successore degli antichi imperatori romani e per non pregiudicare i diritti dei successori.
La Chiesa, come comunità di tutti i fedeli, è governata in modo monarchico per volontà di Cristo, che ha nominato Pietro suo rappresentante. Ockham, a differenza di Marsilio da Padova, attribuisce al papa un potere reale, conferitogli da Cristo. Tuttavia tiene a specificare che nell'ambito temporale il potere papale è quasi nullo, perché Cristo durante la sua vita ha rinunziato al dominio supremo che gli compete come Dio, e perciò non lo ha trasmesso al suo vicario. Ockham prevede però il caso in cui il papa debba assumere compiti temporali: in una situazione di necessità, quando le autorità competenti non ci sono o non sono all'altezza della situazione, il papa può e deve intervenire negli affari terreni per il bene della comunità.
Il potere papale è nello spirituale e si estende a tutto ciò che è indispensabile per la salvezza dell'anima e per il bene dei fedeli. Esso, perciò, implica il potere dottrinale e disciplinare. Ma anche in questo campo il potere papale ha i suoi limiti: il pontefice, per es., non può comandare ciò che è in contrasto con la legge divina o con il diritto naturale, deve rispettare il titolo legittimo dei re, non può imporre il celibato a tutti i fedeli e così via.
Per quanto la dignità del papa sia elevata, al di sopra di lui c'è la Chiesa universale, che non va identificata con la Chiesa romana e che non sarà mai vittima dell'errore. Guidata dallo Spirito santo, questa Chiesa universale e infallibile potrebbe essere rappresentata anche da pochi cristiani rimasti fedeli, e perfino da una semplice donna, come è avvenuto quando Maria è rimasta sola ai piedi della croce di Cristo. Il concilio non è esente da errori, ma costituisce una sorta di argine in grado di equilibrare il potere del papa, oltre che un possibile ricorso contro il pontefice eretico.
Come il papa in caso di necessità può e deve intervenire nel temporale, così anche l'imperatore in quello spirituale in situazione di emergenza. Per es. l'imperatore può convocare un concilio o addirittura destituire il papa; può disporre dei beni ecclesiastici (di quelli cioè affidati alla Chiesa dai re e dai laici per provvedere ai poveri, alla costruzione di chiese ecc.) per dei compiti temporali, come per es. la difesa della popolazione contro il nemico.
Da quanto si è finora esposto, emergono alcuni punti di convergenza e di divergenza nel pensiero ecclesiologico-politico di Marsilio e di Ockham. Ambedue insistono sulla fondazione naturalistica del regnum (cioè sulla legge naturale) e sulla distinzione del potere spirituale da quello temporale. Non professano un vero laicismo in senso moderno: anche Marsilio accetta la rivelazione, benché sottometta il papa al potere civile. A differenza di Marsilio, Ockham mantiene al papa il diritto di interferire nel temporale casualiter, diventando in qualche modo superiore terreno dell'imperatore. Inoltre non condivide affatto le posizioni di Marsilio, quando questi assegna al potere civile una funzione riformatrice e purificatrice all'interno della Chiesa. Sostenitore della libertà evangelica, egli è contrario ad ogni forma di autoritarismo; e se critica il papato avignonese per la sua organizzazione burocratica e centralizzata che impedisce l'armonioso sviluppo della vita cristiana, non lo fa certo per sottomettere la Chiesa al controllo dei detentori del potere politico.

 

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