L'ALCHIMIA LATINA E LA CULTURA SCOLASTICA.
CARATTERI E SVILUPPI DELL' 'ARS PHILOSOPHICA'
(SECOLI XII-XIV):
Nel titolo del mio intervento mi riferisco all'espressione
che Leonardo di Maurperg (sec.XIV) usa per indicare l'obiettivo del suo lungo
peregrinare: di questo alchimista, per altro sconosciuto, ci resta infatti
solo la descrizione dei suoi viaggi, delle ricette trovate e delle esperienze
compiute, dei molti incontri con altri esperti; in questo 'diario di viaggio'
Leonardo dichiara appunto che il suo vagare -faticoso ma gratificante- è
stato intrapreso in nome dell'ars philosophica, o ars philosophie, cioè
per ricercare i segreti della trasmutazione e approfondire la sua conoscenza
alchemica. Anche agli occhi di questo modesto e ignoto ricercatore, che non
scrive trattati ma una semplice, normale raccolta di ricette inquadrata dal
suo resoconto di viaggio, alchimia e filosofia risultano dunque intimamente
connesse: il mio intervento cerca di delineare alcune tappe di questo rapporto,
e alcuni aspetti degli incontri e scambi tra alchimia e filosofia tra i secc.
XII e XIV.
1.Quando si parla di alchimia nel medioevo (cioè a partire dalla metà
del sec.XII) si deve constare, con i primi traduttori e lettori, che la cultura
latina non conosce, nè sa dove collocare questo sapere che arriva dall'Islam:
si tratta di una assoluta novitas, che 'nondum cognovit vestra Latinitas'
(Roberto di Chester); per di più, questo nuovo sapere non dà
di sè (se ne accorge proprio Roberto di Chester, traduttore del primo
testo alchemico trasmesso all'Occidente- il Liber di Morieno) immediate e
univoche definizioni di statuto e di obiettivi.
Accanto alla sua, altre voci o silenzi confermano, fino all'inizio del sec.XIII,
il carattere di novitas dell'alchimia: Domenico Gundissalvi la definisce scientia,
ma afferma che non ne approfondirà la trattazione perchè 'ancora
non siamo giunti a conoscerla bene'; ancora Michele Scoto, che pure di alchimia
scrive, rileva l'ignoranza 'circa questa nobile scienza, del tutto e risolutamente
denegata dai Latini'. Come si vede, però, questi primi testimoni e
artefici dell'ingresso dell'alchimia in Occidente colgono bene che non sono
di fronte a ricette assemblate o a semplici istruzioni tecniche ma ad un sapere
articolato, coerente, strutturato da dottrine e da testi, ricco di implicazioni
filosofiche e religiose che fondano il suo obiettivo: la trasformazione concreta
della materia al fine di perfezionarla.
Testi come la Tabula smaragdina, il Liber di Morieno, la Turba philosophorum
(tra i primi a essere tradotti), e in parte anche il De anima in arte alchimiae
dello ps.Avicenna presentano infatti ampi quadri filosofici (di ascendenza
ermetica) in cui l'opus alchemico si fonda ed è comunque connesso al
dinamismo cosmologico e al processo della creazione. Indico qui sommariamente
alcuni caratteri di queste cosmologie (tengo presente soprattutto la Tabula
e la Turba): 1) La struttura del reale non è gerarchica e si articola
in corrispondenze e polarità. 2) Il cosmo è inteso come unitario,
animato e retto da armoniche corrispondenze, dove questa unità è
la radice dinamica delle trasformazioni e del divenire, nel rapporto tra uno
e tutto. 3) Si sottolinea la corrispondenza e l'identità strutturale
tra creazione e assetto del mondo, da un lato, con le operazioni alchemiche
(distillazione/sublimazione) e i loro risultati, dall'altro. Viene quindi
proposta una corrispondenza tra creazione-mondo e opus-lapis, tra macro e
microcosmo, cioè un rapporto stretto tra creazione, natura e trasformazione
artificiale. Su questa base è possibile interpretare la corrispondenza
stessa anche come un intreccio, per cui l'alchimia può insinuarsi nelle
dinamiche naturali, le porta avanti, e intende governare o comunque interferire
nei processi naturali. E' possibile anche intendere l'uomo, conoscitore della
struttura cosmica, operatore e promotore di tali operazioni artificiali, come
un cooperatore nella creazione, o un co-creatore: la sua stessa iniziativa
corrisponde e si intreccia con quella del Creatore.
Nel sec. XII, la novità alchemica e le prospettive
alchemico-cosmologiche cui ho appena accennato hanno interagito in modo fertile
e fluido con le filosofie naturalistiche che animano la cosiddetta Rinascita.
Come si vede infatti, molti sono i motivi in comune, cosa del resto non sorprendente
se si pensa alla circolazione ed uso in quella scuola di opere scientifico-naturalistiche
ed ermetiche. Ad esempio, sono tratti condivisi: 1) il rilievo attribuito
all'experientia /experimentum per conoscere la natura; 2) il ruolo dell'operare
umano inteso come attività 'artificiale' che può portare avanti
l'ornatus mundi; 3) la ricerca di spiegazioni razionali del divenire naturale;
4) l' 'idea di natura' come vita, dinamismo e 'vincolo' del cosmo. Si deve
dunque dire, con Ch. Burnett (intr. al De essentis), che, se consideriamo
le definizioni che di alchimia vengono date, il tipo di ricerca che alchimisti
e naturalisti propongono, allora "the dividing line between alchemical
works and other works of natural science is difficult to draw at this period".
Vanno, però, anche segnalate le differenze più notevoli: 1)
Innanzitutto i testi alchemici presentano una assai marcata concezione esperienziale
del sapere, per cui solo operando l'alchimista conosce; mentre è senz'altro
più intellettualistico e 'dialettico' l'approccio dei filosofi chartriani.
Per questo, le cosmologie alchemiche nei testi che ho menzionato si riflettono
nella riproposta concreta -in laboratorio- del processo che va dall'uno al
moteplice alla ricostituzione di un'armonica unità: si propone infatti
un procedimento che dalla radice unitaria materiale estrae i componenti per
ristrutturarli nell'unità del lapis, agente a sua volta di perfezionamento;
2) gli elementi sono visti in questi primi testi alchemici come qualità,
percorse da un moto di rarefazione e condensazione continui, che danno luogo
a stati diversi di sottigliezza e concretezza nella materia; questi stati
sono tra loro permeabili (in una continua 'rotazione', circolazione), sono
riproducibili in laboratorio, infine l'operatore può intervenire nel
loro fluire naturale. Negli scritti chartriani, invece, anche in quelli più
'ermetici' (Bernardo Silvestre) gli elementi sono sostanze originarie che
strutturano da subito l'ordine gerarchizzato (almeno spaziale) del cosmo.
Comunque, come recentemente M. Pereira ha dimostrato, la successiva egemonia
aristotelica in ambito naturalistico produce effetti decisivi rispetto a queste
concezioni. La riduzione di una natura anima e animata a natura forma; il
passaggio da natura vigor a strumento di Dio comporta sia una svalorizzazione
complessiva della materia; sia l'attribuzione di esemplarità e di superiorità
ai processi e prodotti naturali -che ora appaiono fissati, e risultano modelli-
rispetto all'attività umana, capace solo di imitare, se mai, e non
più di concorrere al loro svilupparsi. Queste due concezioni: valorizzazione
della materia come elemento polare indispensabile in una natura animata, niente
affatto svalorizzato ma anzi in primo piano nelle operazioni alchemiche; intreccio
di processi naturali e artificiali umani, sono invece quelle su cui la tradizione
alchemica continuerà a fondarsi sviluppandoli, con ciò acquisendo
però un carattere spesso alternativo rispetto alle movenze del nuovo
naturalismo aristotelico ormai egemone.
2. In ogni caso, abbastanza rapidamente, e soprattutto quando inizia una vera
e propria produzione latina, non solo queste fertili e fluide consonanze vengono
meno, ma più in generale il quadro in cui si struttura la filosofia,
la stessa idea di filosofia e dei suoi compiti appaiono mutati. Qui, la novitas
dell'alchimia si trasforma decisamente in diversità e l'alchimia assume
una posizione decentrata, eccentrica rispetto all'andamento del pensiero scolastico.
Teniamo presenti alcuni dati: 1) Il diffondersi dell' alchimia tra i secc.
XII e XIII è più o meno contemporaneo all'acquisizione dell'intero
corpus aristotelico, che rapidamente si impone come quadro di riferimento,
specie per quanto riguarda il sapere naturalistico, le strutture epistemologiche
di questo sapere, il lessico scientifico, le procedure metodiche e la strumentazione
logica. 2) Le istituzioni universitarie rafforzano la cogenza di questo quadro
di riferimento e lo rendono in qualche modo istituzionale, almeno per certi
ambiti; soprattutto, le università predispongono criteri neutri di
trasmissione del sapere e percorsi uniformi di formazione dell'intellettuale.
3) L'università impone dunque uno stile di ricerca e di insegnamento
centrato sul primato della teoria e dell'intelletto e sull'oggettività
-almeno di principio- della disciplina rispetto alla soggettività-individualità
del maestro e del discepolo.
Se teniamo conto di questo panorama mutato, la diversità del procedere
alchemico appare nitida. Quello alchemico è un sapere che si presenta
come un operare filosofico, come una filosofia per così dire concreta,
radicata, certificata e elaborata nel 'fare', con obiettivi di trasformazione-perfezionamento
estremamente concreti. Si tratta di un approccio alla natura non irrazionale
nè empiricistico, anzi filosofico e razionale nella sua ricerca di
cause e di principi e nel suo volerli organizzare in comunicabili teorie.
Qui però viene assegnata una portata primaria all'experientia e alla
certezza esperienziale, all'esito e al confronto operativo (cfr. Appendice,
De perfecto magisterio). Il ruolo dell'experientia è fondante ed è
prioritario sia rispetto alla pur ricca tradizione di testi autorevoli, sia
soprattutto in relazione alle probationes logicales, agli argumenta logicalia,
visti spesso come sottigliezze sofistiche, e comunque come inappropriati e
fuorvianti rispetto al tipo di ricerca che si fonda e ricade su experientia
e sensus. Infine la ricerca e la formazione dell'alchimista prevedono percorsi
in cui la soggettività del singolo non è affatto ristretta alla
funzione intellettuale e non è subordinata all'oggetività propria
della disciplina, e allo specialismo di un subiectum: mantiene invece una
personalistica organicità e completezza in cui sono in gioco sensi
e intelletto, affetti e difetti, doti e attitudini caratteriali, scelte e
fallimenti -direi dunque una personalità-; l'alchimista stesso si perfeziona
man mano, in corso d'opera e con l'opus, cioè nelle interrelazioni
che avvengono nel continuo confronto del ricercatore con la natura e la materia:
è dunque una ricerca che punta alla concreta trasformazione e insieme
al conseguimeneto di un sapere che è sapientia, una ricerca in cui
si realizzano concretamente e contemporaneamente trasformazioni e autotrasformazioni
perfezionanti. (Vorrei far notare che questi aspetti e caratteri sono già
ben presenti nel Liber di Morieno, non a caso -come la Tabula- sempre richiamato
dagli alchimisti come testo di fondazione).
La diversità che il sapere alchemico esibisce è in qualche modo
irriducibile: prova ne sia che di fronte all' approccio classificatorio scolastico
l'alchimia non pare rientrare in nessuna delle scansioni disciplinari e enciclopediche
a disposizione. Non nello schema delle arti liberali (l'alchimia ha a che
fare appunto con corpo e materia); non in quello delle arti meccaniche (l'alchimia
dispone di teorie articolate e di molti libri); non, almeno non ovviamente,
nel sistema naturalistico aristotelico; non nelle Facoltà universitarie,
dove infatti l'alchimia mai sarà insegnata. Di qui deriva una notevole
inquietudine, che Vincenzo di Beauvais esprime bene quando afferma che, certo,
questo sapere ha qualcosa di vero e di utile, che non si può trascurare,
ma insieme presenta 'aliquid vanitatis et mendaci', che va eliminato. L'inquietudine
deriva, più che da perplessità nei confronti dei risultati di
questo sapere, dalla sua natura, che per un maestro scolastico appare paradossale
in questo senso innanzitutto formale: che egli si trova davanti a tanti testi,
strutturati, autorevoli, dunque ad una disciplina, che però non si
lascia disciplinare.
3. Alberto Magno e Ruggero Bacone affrontano questo sapere diverso nel nuovo
quadro istituzionale e dottrinario del sec. XIII. Non alchimisti in senso
proprio, entrambi sono filosofi che guardano la novitas alchemica con impegno
e interesse profondo: dispongono entrambi di vasta competenza dottrinaria,
padronanza dei testi e soprattutto diretto contatto con dati di esperienza
e con gli experimenta degli alchimisti; per entrambi si tratta di realizzare
una vera e propria 'traduzione' -non più linguistica ma filosofica-
delle conoscenze alchemiche ormai diffuse per realizzare un'integrazione,
o un confronto, (anch'essi filosofici) col pensiero scolastico e col naturalismo
aristotelico. Il parallelismo però si ferma qui.
Come è noto, Alberto intende spiegare e, quando è il caso, completare
il sistema aristotelico. Nel De Mineralibus appunto tratta aspetti della natura
che Aristotele ha trascurato, servendosi proprio delle dottrine alchemiche
che conosce a fondo. Qui egli -che considera esclusivamente l'alchimia metallurgica-
sviluppa una consapevole mediazione tra alchimia e filosofia naturale, proponendo
regole di corrispondenza (anche terminologica) sia all'interno del variegato
corpo di dottrine giunte dall'Islam, sia tra questo (così messo in
ordine, unificato e strutturato in teorie coerenti) e l'epistemologia e filosofia
naturale aristoteliche. L'impostazione di Alberto -nettamente filosofica nel
suo impianto- approda a definire l'alchimia come una scienza certo assai specialistica,
ma dotata di teorie e obiettivi suoi propri, anche se determinati: è
preposta alla conoscenza e alla trasformazione artificiale dei metalli ed
ha una struttura e collocazione epistemologica simile alla medicina. In questa
ridefinizione unitaria di dottrine varie e di precetti tecnici talora scoordinati,
tre sono i principali contributi di Alberto: l'uso del rapporto di subalternatio
per definire il posto adeguato che spetta all'alchimia nella scansione della
filosofia naturale; l' uso e l'apprezzamento (in linea più di altri
con le considerazioni di Aristotele nel libro secondo della Fisica) degli
experimenta e delle osservazioni degli alchimisti come strumenti epistemologici
per raccogliere dati, costruire teorie e discriminare tra ipotesi; infine,
una interpretazione -filosofica- delle obiezioni di Avicenna sull'alchimia
che ne attenua decisamente il peso critico. Per Alberto dunque l'alchimia
è scienza e arte legittima, e la trasmutazione risulta possibile, anche
se tecnicamente difficile.
Anche Bacone è consapevole che nei libri naturales di Aristotele il
sapere alchemico non trova fondazione (al riguardo "nihil habemus in
libris Aristotelis): ma Bacone si volge anche ad un altro Aristole (non 'universitario'),
il saggio maestro di Alessandro del Secretum secretorum (che Bacone commenta
e usa con entusiasmo). In questo testo, egli individua -in generale- una concezione
del sapere destinato a scopi 'pratici', legato al potere e non esclusivamente
contemplativo che è decisamente consonante con la sua propria veduta
circa i rapporti tra sapere, potere e reformatio. Più in particolare,
'questo' Aristotele offre un'immagine (e dottrine) di alchimia che superano
lo specialismo del programma alchemico solo metallurgico. L'approccio filosofico
di Bacone all'alchimia si basa dunque sul suo proprio progetto di renovatio
(innanzitutto del sapere) e su di un Aristotele 'allargato'. In questo quadro
l'alchimia speculativa è per Bacone la scienza generale dei vari tipi
di generazione; essa fonda la medicina, la filosofia naturale, l'alchimia
pratica; quest'ultima si propone sia di trasmutare i metalli (ottenendo tra
l'altro un oro più perfetto di quello naturale), sia di 'curare' il
corpo umano con farmaci portatori di perfezione e di longevità. Non
posso ora insistere sull'ampiezza e la novità dell'impostazione baconiana:
basta sottolineare che, per Bacone: 1) L'alchimia-scientia è -come
minimo- allo stesso livello della filosofia naturale aristotelica (non le
è subalternata, nè è una sua parte); 2) la teoria della
materia che in questa scientia (della generazione e della trasformazione)
viene proposta non deriva solo dalle prospettive aristoteliche, ma anche da
una autonoma tradizione e da un diretto rapporto con con la certificante experientia.
4. La messa in ordine (Alberto) e la riformulazione (Bacone) del progetto
alchemico nel contesto scolastico non eliminano certo le 'anomalie' -strutturali
e dottrinarie- dell'alchimia (che continueranno infatti a far discutere):
le tolgono però senz'altro il carattere di novità: si tratta
ora di un sapere che, comunque sia valutato, non può certo essere ignorato.
Nel frattempo, del resto, si sviluppa una vasta e vivace produzione autonoma
latina, anche con testi (la Summa di 'Geber', il Testamentum di 'Lullo', ad
es., di alto profilo scientifico e di forte impegno filosofico). Nelle due
direzioni (discussione su e sviluppo della alchimia latina), le prospettive
di Alberto e Bacone saranno molto influenti. Il primo predispone le condizioni
e gli strumenti anche formali (la quaestio) in base a cui valutare ed eventualmente
integrare quanto del sapere alchemico risulta accettabile. Dal secondo si
svilupperanno (anche se non sono per ora attestati tramiti testuali espliciti)
le varie linee dell'alchimia anche terapeutica (alchimia dell'elixir, della
quinta essenza, dell'oro potabile), protese a fondare filosoficamente e scientificamente
il perfezionamento concreto -qui e ora- della natura, della materia e del
corpo dell'uomo. Si assiste dunque, nel sec. XIV, sia ad una serie di mosse
e contromosse volte al riconoscimento del diverso, talvolta anche alla sua
normalizzazione e inglobamento, a costo però talvolta anche di notevoli
tagli alla specificità del progetto alchemico (penso appunto ai vari
interventi nella 'questio de alchimia'). Sia (e penso ai testi che ho menzionato)
alla produzione orgogliosa di trattati impegnativi, impegnati a rendere comprensibile
e circolante una filosofia della natura e teorie diverse dal naturalismo aristotelico,
ma che fanno anche propri, metabolizzandoli, non pochi contenuti ed elaborazioni
del sapere medico-naturalistico universitario.
Si tratta di una dinamica assai vivace e per me molto interessante: all'assenza
dell'alchimia dall'istituzione non corrisponde dunque la sua assenza dalla
rete complessa dell'elaborazione culturale; non si riscontra, da parte del
sapere per così dire ufficiale, o meglio istituzionale, una chiusura
e negazione drastica, nè infine si assiste, da parte degli alchimisti,
ad un ripiegamento in un'autoconsistenza dottrinaria asfittica e senza scambi
con altre pratiche e forme di sapere.
5. Lo mostrano chiaramente due opere contemporanee (prima metà del
sec. XIV), molto ampie e filosoficamente ricche, che saranno influenti, in
vario modo, ben oltre il medioevo: la Pretiosa Margarita Novella del medico
Pietro Bono, il Testamentum dello ps. Lullo (anch'egli sicuramente dotato
di competenza medica a livello universitario).
In un contesto pienamente aristotelico scolastico Bono vuole dimostrare (la
sua è la più ampia e puntigliosa 'quaestio de alchimia') la
piena legittimità dell'alchimia metallurgica. Da un punto di vista
epistemologico l'alchimia (come la medicina) è una scienza operativa;
ha una pars theorica ed una practica; studia i metalli teoricamente (ne indaga
i principi, le cause, le passioni), con in vista però il fine pratico
della trasmutazione artificiale. E' subalternata alla filosofia naturale perchè
restringe il genus di questa (il corpo dotato di materia e sottoposto al moto)
al più limitato ambito dei metalli in quanto corpi modificabili artificialmente.
Più propriamente dunque l'alchimia teorica dipende per i suoi principi
dalla scienza dei minerali, più precisamente ancora dal quarto libro
delle Meteore, e orienta le procedure dell'alchimia pratica. Questa, a sua
volta, subalterna a sè arti ancora più particolari, come quella
del vetro e dei sali. Come la medicina, l'alchimia si regge su ratio, traditio,
experientia; le sue procedure conoscitive sono sia logiche (resolutio, compositio
ecc.), sia osservative-esperienziali (experimentum, sensus). L'alchimia è
dunque una vera scientia, anche se specialistica; è un necessario,
non eludibile momento teorico nella gerarchia delle scienze (più o
meno generali) che articolano la filosofia naturale; ha pertanto un suo preciso
ambito dottrinale: solo gli alchimisti dunque (e non il filosofo naturale
o il mineralogista) sono i veri competenti sulla trasmutazione. Effettuata
questa 'dignificazione' epistemologica dell'alchimia (che ne garantisce la
scientificità e la relativa autonomia), Bono può smontare le
varie critiche e le obiezioni fatte all'alchimia. Propone inoltre interessanti,
ardite soluzioni ai problemi più rilevanti che comunque il sapere alchemico
comporta (il linguaggio e l'ambivalente forma di trasmissione delle conoscenze;
il ruolo fondante dell'experientia; il 'contraddirsi' dell'auctoritas di Aristotele);
infine prospetta -linea particolarmente rilevante sotto il profilo filosofico-scientifico-
una modellizzazione in termini biologici dell'ambito dei minerali, che li
sottrae ad una troppo rigida fissità delle specie. Ma Bono ritiene
anche -proprio perchè così approfondito è stato il suo
esame- che certi aspetti sia conoscitivi che operativi del progetto alchemico
-in particolare la confezione del lapis- sfuggono ad una analisi analitico-razionale:
la loro evidenza, conoscibilità, realizzazione sono per certi versi
al di là e al di qua dei poteri della ratio, nel senso cioè
che si realizzano e si constatano nell'experientia e si colgono anche per
illuminazione-rivelazione. Scientia e ars, l'alchimia è anche uno speciale
donum dei e il suo risultato -il lapis- è anche un miracolo. Per questo,
chi conosce e pratica l'alchimia non può non notare che alcune caratteristiche
del lapis ne fanno il più perfetto analogo di Cristo; ed è ancora
per questo che gli antichi alchimisti sono stati anche profeti di verità
cristiane, e viceversa: e chi conosce e pratica ora in senso vero i processi
alchemici (anche gli infedeli) devono credere ai principali misteri (incarnazione,
passione resurrezione, trinità) della fede cristiana: li vedono infatti
accadere sotto i propri occhi nel lapis.
Naturalmente non posso approfondire qui queste tematiche: spero che anche
solo il loro sommario elenco mostri a sufficienza la ricchezza, la portata
filosofica, e l'attualità -nel contesto scolastico- dei problemi di
cui il sapere alchemico è ormai partecipe.
Lo stesso discorso vale per il Testamentum. Il recupero di tematiche naturalistiche
già remote (affini a quelle del sec. XII) si intreccia qui con moduli
propri dell'autentica filosofia lulliana, con l'uso e la trasformazione di
prospettive naturalistiche aristoteliche. In buona misura aristotelico è
comunque il quadro di concetti e di termini (non l'impianto di fondo) entro
cui il Magister Testamenti elabora una articolata filosofia della natura,
una vera e propria cosmologia, un'ontologia con venature stoicheggianti, una
fisica che tiene conto del corpuscolarismo proposto da Geber-Paolo di Taranto.
Il progetto alchemico di 'Lullo' sviluppa la linea baconiana: l'elixir è
una 'medicina' (mater medicinarum, 'tesoro inestimabile'), costituita da ingredienti
minerali purificati e trattati, che perfeziona i metalli, ma favorisce anche
il rigoglio e la crescita dei vegetali, e soprattutto proietta la sua perfezione
sul corpo dell'uomo, guarendo in breve tempo molte malattie e favorendo una
lunga vita. 'Lullo' è al corrente delle teorie scolastiche sul misto;
padroneggia le dottrine dei medici su febbri e umido radicale, sulle varie
concezioni embriologiche; adotta talvolta quei 'linguaggi di misura' (specie
sui minima) che Murdoch ha insegnato essere così rilevanti nella filosofia
del sec. XIV. Non solo allora lo ps.Lullo afferma che l'alchimia è
filosofia (cfr. le definizioni): sostiene anche che va esposta 'per cooperturam
philosophiae'.L'alchimia deve cioè essere espressa tramite i concetti
e le teorie filosofiche (che in parte la costituiscono), ma va anche in un
qualche modo "protetta dalla difficoltà di un guscio teorico difficile
da rompere" (Pereira,xyz p.146). Questa filosofia alchemica -come per
Bacone- è una filosofia naturale affiancata e intrecciata, non subalternata,
alla filosofia naturale aristotelica: infatti i principi alchemici (elementi,
materia, temperamentum) sono gli stessi della filosofia naturale, non sono
derivati da essa; e inoltre hanno consistenza concreta, sono 'res' (entia
realia contrapposti a entia rationis) che si possono isolare, toccare, manipolare
in laboratorio. Così pensano in generale gli alchimisti, ma in 'Lullo'
è presente una consapevolezza filosofica (radicata in parte nell'ontologia
lulliana, in parte nella fondazione esperienziale che il Magister Testamenti
sottolinea con forza). Pertanto "il tentativo dell'alchimista-filosofo
è quello di ritrovare nelle manifestazioni reali, concrete degli elementi,
intesi come principi materiali, le articolazioni della filosofia naturale
aristotelica, in una costruzione che si rivela ad essa necessariamente parallela,
ma speculare: tutto ciò che Aristotele e gli scolastici avevano collocato
nell'ambito dell'attività formale, gli alchimisti sono portati ad ascriverlo
ad una 'attività materiale' che essi vedono all'opera nei loro esperimenti"
(Pereira, p. 140).
6. Anche qui non posso sviluppare un esame analitico della filosofia e delle
specifice dottrine del Testamentum. Vorrei però sottolineare due aspetti,
sia in Bono che nello ps.Lullo, particolarmente significativi ai fini del
rapporto alchimia-filosofia nel sec. XIV.
Il primo è un estremamente originale punto di vista sui rapporti tra
arte e natura. Se il problema arte-natura trova in questi due autori degli
interpreti particolarmente interessanti, nel complesso tale problema è
forse tra i più intricati e discussi nella tradizione alchemica. L'intervento
dell'arte sulla natura è presentato all'interno di una gamma assai
vasta, articolata e spesso ambigua di atteggiamenti, che comprendono: l'accurata
osservazione e l'imitazione di una natura magistra, dirigens, sagax; il rispetto
attento e amoroso per una natura domina e madre (nel Testamentum si insiste
sulla cura che al'alchimista-ostetrico deve avere per i tempi e le forme del
'parto' della natura); l'ausilio che va dato ad una natura che talora sbaglia,
o si presenta debole e decaduta; l'incitamento non violento, dolce, ma fermo
di una natura che talora è riottosa e indolente; la consapevolezza
che l'alchimia può perfezionare la natura, la "extollit mirifice"
(Bono), e ottiene infatti- lo rilevava già Bacone- risultati più
perfetti e più puri; il riconoscimento che l'arte esercita una sorta
di governo e di efficace controllo (Bono usa termini come regere, gubernare,
modificare). Si arriva infine all'ammissione di forme di eccedenza dell'intervento
dell'artefice sul piano naturale che possono -lo si è visto all'inizio-
presentarsi esplicitamente come creatio, anche se questa è sempre vista
come corrispondente e armoniosamente intrecciata a Quella che nella natura
Dio realizza. Pertanto, ad esempio, nella terminologia alchemica ministrare
ha un senso non certo univoco: segnala il 'servizio' che l'arte rende alla
natura, l'obbedienza con cui l'artefice rispettosamente adempie direttive
che la natura impartisce; ma indica anche che egli è coadiutore indispensabile
nelle operazioni che insieme alla natura compie; e infine può alludere
ad azioni di supervisione, coordinamento, sollecitazione che l'artefice esercita
sulla natura, come cooperatore di Dio.
Questa per ora magmatica e polivalente concezione di una interrelazione tra
arte e natura, che arriva a prospettare operazioni di creatio artificiale
nella natura per moltiplicare dinamicamente processi di perfezionamento e
realizzarne infine la stabile perfezione è forse, al di là dei
singoli ritrovati tecnici metallurgici o farmacologici, il lascito più
fertile dell'alchimia a prospettive future che intenderanno superare lo iato
tra arte e natura e affideranno alle procedure dell'arte il compito di affiancarsi
a, e di sfruttare i talora più perfetti, talora più lacunosi
ma non ontologicamente diversi processi naturali .
Il secondo aspetto che vorrei sottolineare concerne la pretesa di totalità,
di onnipervasività che l'alchimia avanza. L'alchimia infatti è
filosofia proprio perchè si propone come un sapere totale, complessivo,
affine alla sapientia, regolatore dell'insieme delle scienze. 'Totale' è
l'alchimia in quanto punta a produrre un agente di trasformazione materiale
che è universale: perfeziona infatti i metalli, i vegetali, l'uomo.
L'alchimia è totale perchè integra in inscindibile unità
conoscere e operare; perchè si propone obbiettivi di trasformazione
non circoscritti ma universali, puntando a che tutte le cose possano attingere
alla loro perfezione; è 'totale' infine perchè si avvale delle
intrecciate garanzie di tutte le forme di conseguimento di verità e
efficacia: tradizione e testi, sensi e intelletto, ratio e experientia, nonchè
rivelazione e illuminazione. Per questo, nella prospettiva di Bacone -si è
visto- l'alchimia non è subalternata alla filosofia naturale aristotelica,
ma si colloca accanto ad essa, con pari rilievo se non superiore, e si lega,
con funzione spesso egemone, ad altre scienze e si connette intrinsecamente
a globali progetti salvifici, di renovatio per il corpo e l'anima dell'uomo,
per il sapere, e per la società cristiana. Questa linea è ripresa
e approfondita dallo ps. Lullo, ma non è certo estranea a Bono, che
pure si muove in una prospettiva del tutto diversa. Nella Pretiosa Margarita,
infatti, egli afferma che "haec scientia omnes alias superat"; e
cita con approvazione Ermete ("omnes sapientiae queae in mundo sunt,
huic notrae sapientiae subditae sunt"). Se per Bono e per lo ps.Lullo
l'alchimia ha questa portata filosofica che la rende egemone, non ci stupiremo
che nel Testamentum essa sia il vertice e il nucleo profondo ('medulla nobilis
partis philosophie') del sapere; contemporaneamente essa usa le altre scienze,
introduce alle altre scienze ed è da loro usata come fondamento ("ista
scientia sit tibi speculum veri intellectus, si viam rectam haber cupis in
aliis scientiis"; "haec (scl.alchimia) est una [scientia], quae
forma est ad sciendum omnes alias". Bono, da un altro punto di vista,
concorda pienamente: " Ars ista quasi sola inter omnes mundi" è
strutturata in modo tale che "ipsa omnes artes et scientias ad se trahat
et immisceat se eis"; "ista enim scientia est divina et cum reliquis
mystice patitur implicari". Questi due autori esprimono con chiarezza
filosofica quello che spesso resta implicito nei trattati alchemici: cioè
che l'insieme del sapere, naturalistico e non, e delle pratiche è talvolta
utilizzato, comunque di principio è attraversabile dall'istanza alchemica,
è sussunto e preso a cuore dall'alchimia che appunto attraversandolo
l'unifica e comunque lo trasforma.
Pretese totalizzanti, presa in carico della trasformazione concreta della
materia e dell'uomo, impegni di orientamento su saperi e pratiche comportano
appunto l'assunzione di una responsabiltà filosofica di principio non
circoscritta, che non si può propriamente subalternare ad altro.
Per concludere, e per tornare all'ars philosophica da cui eravamo partiti : l'alchimia si dichiara filosofia, e certo è una filosofia complessivamente altra, diversa, ma è decisamente presente, non marginale nel complesso dell'elaborazione filosofica e culturale tardomedievale. A proposito di questa presenza, Boureau ha detto, credo con ragione, che l'alchimia "offre uno specchio alle inquitudini del pensiero cristiano tra i secc. XII e XV, ed esplora a suo modo ambiti dove le risorse dimostrative e le partizioni tradizionali del sapere scolastico si trovano di fronte a problemi che esse stesse talvolta hanno posto ma sono inadeguate a risolvere". L'alchimia, dunque, è partecipe e attiva nell'intreccio di problemi e soluzioni che non sono solo suoi: tende infatti - aveva affermato Bono - ad inserirsi dovunque, ad attrarre, a prospettare sue risposte su tutto: a questi problemi dà, in quanto filosofia, una specifica, sua propria, tonalità: la tensione a realizzare, nel senso pieno del termine, un'immanente e concreta perfezione dell'uomo e della natura.