
Roberto Lambertini
Oltre la proprietà,
alle origini del potere:
Francesco d’Appignano
nel pensiero
ecclesiologico-politico
del Trecento*
Osservazione preliminare: il papa eretico.
Implicazioni politiche: “Il mio regno non è di questo mondo”
Cesare, o meglio l’imperatore romano, era vero dominus in campo temporale. Anche questa affermazione di Francesco compare nel contesto della discussione sulla regalità di Cristo. In questa sezione dell’Improbatio, il teologo di Appignano sta ancora tentando di sostenere che dal Vangelo non emerge che Cristo fosse re temporale. Un’argomentazione fortemente politica è impostata nel modo seguente, a partire da una implicita convinzione monarchica (o, meglio, dalla persuasione della necessaria unità del potere)[31]: in un regno temporale non devono esistere più re che non siano tra di loro in un rapporto di subordinazione, come suggerisce anche Matteo 6 (Nessuno può servire due padroni), ma Cristo ha consigliato di pagare le tasse (i brani rilevanti sono Matteo 17, 24-26 e soprattutto Matteo 22, 15-21) riconoscendo che l’imperatore era legittimo. Francesco è ben consapevole del fatto che per la mentalità giuridica medievale il versamento di un tributo implicava il riconoscimento della sovranità. Ma è certo che Cristo non si considerava un re sottomesso all’imperatore; d’altra parte, se pagava il tributo, non si comportava certo come un sovrano sovraordinato all’imperatore. Ne deriva che, se non potevano esistere nel medesimo territorio due re reciprocamente indipendenti, Cristo non era re[32]. Ancora una volta, l’intento principale del francescano è di dimostrare che non si può affermare che Gesù fosse ricco (nel senso di non assolutamente povero), in quanto non deteneva alcun potere. La dimostrazione, però, passa per un punto delicatissimo, quello del riconoscimento della legittimità di un potere che, come quello degli imperatori romani, non è stato sanzionato dall’istituzione ecclesiastica. Se poniamo mente a quanto questo tema sia stato centrale nei dibattiti di qualche decennio prima, quando Egidio Romano ha difeso ad oltranza la posizione di Bonifacio VIII, argomentando proprio che non v’è alcun potere legittimo se non quello che riconosce la sua dipendenza da quello del papa, possiamo ben comprendere quale importanza possa assumere questa affermazione[33]. Se la tesi della povertà di Cristo poggia sul riconoscimento della legittimità del potere di un imperatore pagano sulla Palestina, ne deriva che in questo frangente i “michelisti” saranno spinti su di una posizione per nulla congruente con le tesi di teoria politica sostenute dalla curia avignonese. E che questo non sia una mera peculiarità di Francesco, è confermato dal fatto che anche gli altri teorici minoriti di Monaco lo seguono su questo punto: l’ Appellatio magna monacensis del 1330, opera collettiva in cui Bonagrazia da Bergamo ha ancora una volta svolto un ruolo predominante, argomenta in modo del tutto analogo, aggiungendo riferimenti di tipo canonistico[34]; nel 1332, con l’Opus Nonaginta Dierum, Ockham renderà ancora più elegante l’argomentazione, sostenendo con linearità che, se versare il tributo è riconoscimento di un potere, allora Cesare è riconosciuto legittimo da Cristo[35].
La legittimità del potere dei sovrani non-cristiani diventerà poi uno dei pilastri della teoria politica che Ockham andrà sviluppando negli anni a venire. E’ famosa, nel Breviloquium, la tesi secondo la quale la facoltà di darsi dei governanti fa parte di quell’“attrezzatura” antropologica che l’uomo ha conservato dopo la Caduta e gli consente di sopportare la vita sociale segnata dal peccato[36]. Questa facoltà concessa da Dio agli uomini prima ancora della Rivelazione risulta quindi comune a tutta l’umanità, non solo ai cristiani; di conseguenza, il potere temporale, nel suo carattere umano e “mondano”, possiede una sua legittimità al di là della sua eventuale sanzione religiosa; d’altro canto, proprio la sua origine umana e non divina fa sì che al potere si possa, nel contesto di una particolare scelta religiosa, rinunciare in modo legittimo.
Concludendo
E’ noto che Ockham, nel contesto della sua intensa attività pubblicistica a favore dell’imperatore tedesco, ha prodotto una delle più interessanti teorie politiche del Trecento, nella quale si proponeva una nuova articolazione del rapporto tra potere spirituale e potere temporale e contestualmente si fondava un diritto di resistenza nei confronti degli abusi di entrambi[37]. Mi pare tuttavia di aver mostrato che alcune delle tesi sostenute da Ockham sono già preannunciate nell’Improbatio di Francesco di Appignano[38]. Questa constatazione, ovviamente, non ha nulla a che vedere con una sterile rivendicazione di primato a favore del pensatore di Appignano: piuttosto, conferma la tesi della rilevanza storica e teorica dell’Improbatio e fa di questo trattato una testimonianza dei rapporti complessi che legano, nella prima metà del Trecento, difesa della teoria della povertà e sviluppi delle teorie politiche. Come si è visto, questi rapporti non sono limitati alle vicende biografiche di alcuni autori. E’ vero, infatti, che Michele da Cesena ed i suoi, i quali avevano sfidato il papa in difesa della tradizionale teoria minoritica, avevano trovato rifugio presso l’imperatore tedesco, coinvolto in un duro confronto con Giovanni XXII. Tuttavia, la loro difesa dell’autonomia del potere temporale a quello spirituale non è semplice scelta tattica, ma si configura come sviluppo di alcune potenzialità insite nella concezione della povertà francescana[39]. L’idea francescana della assoluta povertà del Figlio di Dio poteva infatti costituire un grave ostacolo per uno sviluppo teorico che puntava a far derivare i poteri papali in modo immediato dal principio teologico della regalità di Cristo, ancorando quindi nella cristologia la legittimità delle prerogative temporali del papa. Come ci mostra Francesco d’Appignano, se Cristo era stato radicalmente povero, non aveva potuto lasciare in eredità alla sua Chiesa ed al suo Vicario la pienezza dei poteri[40]. Se Cristo non era stato re temporale, poteva esistere un potere legittimo anche a prescindere dalla legittimazione ecclesiastica. La povertà di Cristo, pietra d’inciampo per certe teorie curialiste, era però testata d’angolo dell’identità francescana[41]: in questo modo, nell’Improbatio, passo dopo passo, la povertà diventava politica[42].
Note:
* Queste pagine riproducono, con lievi modifiche, quanto esposto durante il Convegno e conservano l’andamento “parlato” di quell’intervento. Le brevi note hanno lo scopo di fornire alcuni rimandi preliminari che consentano al lettore interessato di approfondire le conoscenze e verificare le affermazioni. Ringrazio particolarmente gli organizzatori, che con generosità hanno organizzato questo incontro di studi, e gli amici e maestri Andrea Tabarroni, Carlo Dolcini e Jürgen Miethke, senza i quali non sarebbe stato possibile neppure questo piccolo lavoro, che dedico con gratitudine e stima al gruppo redazionale di Picenum Seraphicum.
[1] Introduzione.Cenni biografici, in Francisci de Esculo Improbatio, ed. N. Mariani, Grottaferrata (Romae) 1993, p. 27, a proposito di questa edizione rimando anche alla mia recensione in "Cristianesimo nella Storia", 18 (1997), pp. 685-688; l’introduzione alla traduzione italiana dell’Improbatio non apporta significative novità al giudizio sul valore storico dell’opera, (cfr. Fr. Francesco di Appignano, Contestazione del libello del papa Giovanni XXII che comincia: ‘Poiché il temerario’, trad. di N. Mariani, Appignano del Tronto 2000, pp. 9-37) anche se risulta ancor più simpatetica nei confronti di Francesco, e decisamente più critica in quelli di Giovanni XXII; in questo contesto Mariani giunge ad affermare (p. 9) che «Il papa fa talvolta la figura, in questa dura ed erudita diatriba, di un inesperto principiante, starei per dire un orecchiante, che le spara grosse e si impelaga in un mare burrascoso senza saper nuotare… E’ facile, per il nostro autore, ribatterlo e fargli pesare il ridicolo della situazione!».
[2] A. Heysse, Descriptio Codicis Bibliothecae Laurentianae Florentinae S. Crucis, Plut. 31 sin. Cod. 3, "Archivum Franciscanum Historicum" 11 (1918), p. 254.
[3] Per una prima introduzione a questi complessi problemi si vedano La concezione della povertà nel Medioevo, ed. O. Capitani, Bologna 1974; La Conversione alla povertà nell’Italia dei secoli XII-XIV, Spoleto 1991.
[4] Su questo mi permetto di inviare ad A. Tabarroni, Paupertas Christi et Apostolorum. L’ideale francescano in discussione (1322-1324), Roma 1990; più divulgativo. R. Lambertini- A. Tabarroni, Dopo Francesco. L’eredità difficile, Torino 1989.
[5] Su questi temi, a proposito dei quali la letteratura è sterminata, mi sento di consigliare: J. Miethke, Geschichtsprozess und zeitgenössisches Bewusstsein - Die Theorie des monarchischen Papats im hohen und späteren Mittelalter, "Historische Zeitschrift" 226 (1978), pp. 568-599, pubblicato in italiano con il titolo La teoria della monarchia papale nell'Alto e nel Basso Medioevo. Mutamenti di funzione, in Il pensiero politico del Basso Medioevo a cura di C. Dolcini, Bologna 1983, pp.119-156; B. Tierney, Foundations of Conciliar Theory. The Contribution of the Medieval Canonists from Gratian to the Great Schism, Cambridge 1955, in part. p. 96 e segg; di grande interesse, per temi a questo connessi, anche B. Tierney, Origins of Papal Infallibility, 1150-1350, Leiden 1972, 19882.
[6] C. Dolcini, Il pensiero politico di Michele da Cesena, 1328-1338, Faenza 1977, ora in Id., Crisi di poteri e politologia in crisi. Da Sinibaldo Fieschi a Guglielmo d’Ockham, Bologna 1988, pp. 147-221, in part. p. 174.
[7] Su questo tema si veda in part. Dolcini, Il pensiero politico di Michele da Cesena cit., pp. 171-190; ma anche E. L. Wittneben, Bonagratia von Bergamo. Wortführer des Franziskanerordens im Streit mit Papst und Kurie im 14. Jahrhundert, Dissertazione dottorale, Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg 2000, pp. 267-277, in corso di stampa presso Brill
[8] Si veda la recente edizione contenuta in Nicolaus Minorita, Chronica. Documentation on Pope John XXII, Michael of Cesena and the Poverty of Christ with Summaries in English. A Source Book, edd. G. Gál-D. Flood, St. Bonaventure N. Y. 1996, per le liste di adesione, in particolare le p. 423 e 455.
[9] Allegationes Religiosorum virorum, edito da ultimo in Nicolaus Minorita: Chronica cit, pp. 524-552, in part. p. 524 (dove si registra purtroppo uno sfortunato “de Appomano” invece che “de Apponiano”) e pp. 547-552.
[10] Cfr. Wittneben, Bonagrazia von Bergamo cit. pp. 306-329.
[11] Fondamentali risultano le analisi di G. Miccoli, Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Torino 1991, da leggersi insieme con G. G. Merlo, Intorno a Frate Francesco, Milano 1993; profonde osservazioni in A. Tabarroni, Povertà e potere nella tradizione francescana, in Il pensiero politico dell’età antica e medievale, a cura di C. Dolcini, Torino 2000, pp. 175-207, in part. 175-177.
[12] Sulla Exiit mi permetto di rinviare a R. Lambertini, Apologia e crescita dell’identità francescana(1255-1279), Roma 1990, pp. 86-101, 171-181 ed a A. Tabarroni, Paupertas Christi et Apostolorum, cit., pp. 23-33 ed ai rimandi bibliografici contenuti in questi testi.
[13] Su questo tema si veda V. Mäkinen, Godfrey of Fontaines’ Criticism concerning Franciscan Poverty and the Birth of Individual Natural Rights, “Picenum Seraphicum” 19 (2000), pp. 69-85; più vasto l’oggetto di analisi nella monografia: V. Mäkinen, Property Rights in the Late Medieval Discussion on Franciscan Poverty, Leuven 2001.
[14] Si veda Tabarroni, Povertà e potere cit.,
[15] Petrus Iohannis Olivi, Quaestiones de perfectione evangelica, q. 8, ed. in J. Schlageter, Das Heil der Armen und das Verderben der Reichen. Petrus Iohannis Olivi OFM. Die Frage nach der höchsten Armut, Werl/W. 1989, in part. pp. 178-179.
[16] Si veda a questo proposito il monumentale studio di B. Töpfer, Urzustand und Sündenfall in der mittelalterlichen Gesellschafts- und Staatstheorie, Stuttgart 1999; preziose anche le indagini di G. Tarello, Profili giuridici della povertà nel francescanesimo prima di Ockham, in Scritti in memoria di Antonio Falchi. Annali della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, III, Milano 1964, in part. pp. 363-375.
[17] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 10, ed. cit., p. 155: «… licet idem actus utendi numero non fuisset singulorum quantum ad essentiam entitatis, tamen idem actus utendi numero fuisset singulorum quantum ad complacentiam uoluntatis, quia, licet idem actus numero non potuisset esse communis omnibus quantum ad exercitium operis effectiue, tamen idem actus numero fuisset communis omnibus quantum ad participium (pro: participationem?) consolationis conglutinatiue, pro quanto quilibet gaudebat de comodo alterius sicut de suo, et solacium unius redundasset in singulos: et ita gaudium cuiuslibet rei fuisset commune omnibus per participationem mutue consolationis, iuxta illud: Ecce quam bonum et quam iocundum habitare fratres in unum».
[18] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 42, ed. cit., pp. 376-387; esplicito il testo di p. 379: « Et non solum divisio primarum rerum humana voluntate introducta est immediate, set etiam postea divisio generalis omnium dominiorum per iura regum et principum universaliter introducta est, e quo directe intelligitur illud Augustini, Super Iohannem, omelia vi, et ponitur viii distinctione: “Quo iure defendis villas Ecclesie, diuino an humano ?”».
[19] Iohannes XXII, Quia vir reprobus, ed. in Nicolaus Minorita, Chronica cit., p. 590: « Scriptura sacra dicit contrarium evidenter, scilicet quod immo, iure divino, non humano, fuerit dominium introductum…In Scripturis autem divinis habemus quo antequam leges regum, immo antequam reges essent, res aliquae alciuius erant. Ergo iure divino aliquis dicere poterat aliquid suum esse ».
[20] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 42, ed. cit., pp. 379-380: « … licet de iure diuino fuerit introductum quoddam dominium speciale unius populi specialis in quadam portione terre speciali, scilicet populi Iudaici in terra promissionis. Set illud fuit dominium quondam speciale privilegiatum, quod se habuit a dominium commune humana voluntate introductum sicut priuilegium speciale ad legem communem et generalem, ideo fuit introductum posterius tempore humano dominio et finaliter etiam cessit tempore Romanorum,, et subeest nunc etiam humano iuri seu dominio propter quod tempore Christi, mota questione utrum deberent dare tributum Cesari an non , Christus respondit: Reddite que sunt Cesaris Cesari et que sunt Dei Deo, ubi Christus clare ostendit dominium proprietatis illi populo a Deo traditum iuri humano tunc temporis dedisse locum ».
[21] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 42, ed. cit., p. 378: « Hic, primo, post diluuium, introducta est servitus in speciali et divisio rerum in generali, demerito medii filii: que divisio introducta est immediate auctoritate humana, scilicet Noe, et non diuina immediate».
[22] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 42, ed. cit., p. 379.
[23] Si può osservare che Francesco d’Appignano purtroppo non spiega quale sia l’origine dell’autorità di Noè: si limita ad osservare (Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 42, ed. cit., p. 381) che l’autorità dei patriarchi biblici è paragonabile – quanto a funzione - a quella di re e principi dei suoi tempi. Riflessioni più estese a questo proposito si trovavano in Duns Scoto, cfr. R. Lambertini, La povertà pensata, Modena 2000, pp. 111-161; 169-226; L. Parisoli, La philosophie normative de Jean Duns Scot, Roma 2001, pp. 91-144.
[24] Per una sintetica ricostruzione di quelle vicende, si veda M. Lambert, Povertà francescana. La dottrina dell’assoluta povertà di Cristo e degli Apostoli nell’ordine francescano (1210-1323), Milano 1995.
[25] Iohannes XXII, Quia vir reprobus, ed. cit., pp. 594-6: « Quod autem dominium rerum temporalium habuerit, sacra Scriptura tam in Testamento Veteri quam in Novo in multis locis testatur … Item, quod Salvator fuerit dominus omnium temporalium, videtur … regnum et universale dominium habuit Iesus in quantum Deus ab aeterno, eo ipso quod Deus genuit eum, et in quantum homo ex tempore, scilicet ab instanti conceptionis suae, ex Dei datione, ut patet ex praedictis».
[26] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 43, ed. cit., pp. 389-423.
[27] Non a caso l’Improbatio cita il commento di Agostino al 18° capitolo del Vangelo di Giovanni (Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 43, ed. cit., p. 401): «Hoc clare Augustinus; Super Iohannem xix capite esponendo predicta verba Christi, dicit sic: “Audite Iudei et gentes ! Audi, circumcisio ! Audi prepucium! Non impedio dominationem uestram in hoc mundo. Nolite metuere metu uanissimo quo Herodes ille maior expauit et tot infantes occidit…».
[28] Su questo dibattito si veda Lambertini, La povertà pensata cit., pp. 249-268.
[29] Jacobus de Viterbio, De regimine christiano, II, 1, ed. H.-X.. Arquilliére, in Id., Le plus ancien traité de l’Église, Jacques de Viterbe. De regimine cristiano (1301-1302). Études des sources et édition critique, Paris 1926, p. 162; traduzione italiana in Giacomo da Viterbo, Il governo della Chiesa. De regimine cristiano, a cura di A. Rizzacasa e G. B. M. Marcoaldi, Firenze 1993, p. 211.
[30] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 43, ed. cit., pp. 421-2: « Nec mouere debet quod Luce xxii. capite Petrus dixit Christo: “Domine, ecce duo gladii hic !”, cui Christus ait: “Satis est”, quoniam per duos gladios significari uidetur duplex potestas spiritualis Petri, scilicet potestas spiritualiter occidendi et potestas spiritualiter uiuificandi (...) seu potestas spiritualiter ligandi et soluendi que est eadem potestas in re licet differat ratione. Ideo Petrus dixit: “Ecce duo gladii hic”, scilicet in ecclesia militante; et non dixit: habeo uel habemus duos gladios, sed dixit hic dans intelligere quod hic, scilicet in Ecclesia militante, est duplex potestas, per duplicem gladium significata, scilicet potestas spiritualis seu pontificalis et potestas temporalis seu imperialis. Set una illarum potestatum spectabat ad Petrum directe et immediate, alia uero potestas spectabat ad eum indirecte et mediate ratione corporis ecclesie sibi commisse. Ideo unum illorum gladiorum legitur Petrus portasse et habuisse immediate ac ipso usus fuisse, alium uero gladium non legitur Petrus portasse nec etiam immediate habuisse et multo minus usus fuisse ».Alla discussione del brano delle “due spade” ho dedicato il breve saggio La povertà e la spada, di prossima pubblicazione presso Brepols.
[31] Questa tesi ritorna anche in un altro contesto: Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 43, ed. cit., p. 402: « Ex quibus verbis Augustini aperte quod regnum Christi in hac uita mortali non fuit regnum temporale set spirituale, quod patet ex hoc quod dicit: “Non impedio dominationem uestram in hoc mundo”: si autem fuisset dominium eius temporale, impediuisset eorum dominium, cum in eodem regno siue imperio non possint esse conuenienter, absque mutuo impedimento inter se, plures reges seu imperatores a pari, quorum neuter subsit alteri quia: Nemo potest duobus dominis seruire, ut ipse Salvator ait».
[32] Franciscus de Esculo, Improbatio, pars 43, ed. cit., p. 408: « Item, in eodem regno temporali non possunt nec debent esse simul reges a pari et inconnexi, quia Nemo potest duobus dominis seruire, scilicet inconnexis, secundum Matheum vi. capite: set Cesar, imperator Romanorum, fuit uerus dominus, licet infidelis, in temporalibus, aliter enim Christus uerbo et exemplo sibi dari tributum non consuluisset. Christus autem a Cesare regnum temporale non recognouit, licet sibi tributum, non in recognitione regni sed pro uitatione scandali et futuri significatione misterii, dederit, nec Cesar recognouit regnum temporale a Christo in quantum homo, set potius eius ministri exigebant tributum a Cristo, ut patet Mathei xvii. capite ».
[33] Aegidius Romanus, De ecclesiastica potestate, II, 9 ed. R. Scholz, Leipzig 1929 (Nd. Aalen 1961), p. 85:« Et quia nulli sunt digni nec honore nec dominio nec potestate nec aliquo alio bono, nisi per sacramenta ecclesiastica et per ecclesiam et sub ecclesia, bene dictum est, ut in rubrica capituli dicebatur, quod, licet non sit potestas nisi a Deo, nullus tamen est dignus aliqua potestate, nisi sub ecclesia et per ecclesiam fiat dignus»; traduzione italiana in Egidio Romano, Il potere della Chiesa, edd. G. Dotto – G. B. M. Marcoaldi, Roma 2000, pp. 178-179.
[34] Appellatio magna monacensis, error I, edita in Nicolaus Minorita, Cronica cit, , pp. 637-638: «Constat autem quod Christus non recognovit aliquod regnum nec dominium temporale a Caesare, quia licet mandaverit Petro solvere censum ministris Caesaris pro se et pro ipso, non tamen hoc fecit in recognitione alicuius regni nec dominii temporalis quod teneret ab ipso Caesare, sed pro evitatione scandali, ut patet Matthaei 17, 26 c., et expresse dicitur 28 q. 1 c. Iam nunc. Nec Caesar recognovit aliquod regnum nec dominium temporale a Cristo secundum quod homo, sed potius ministri Caesaris exigebant tributum a Cristo, ut patet in dicto capitulo Matthaei 17, 23. Ergo Christus, in quantum homo, non fuit rex et dominus in temporalibus, sicut fingit haereticus supra dictus, quia tunc in eodem regno respectu eiusdem dominii fuissent plures reges primi et immediati, quorum neuter alteri subfuisset ». A proposito dei rapporti tra Improbatio ed Appellatio magna monacensis, rimando al mio Francesco d’Ascoli e la polemica francescana contro Giovanni XXII: a proposito dei rapporti tra l’Improbatio e l’Appellatio magna monacensis, in Studi in onore di Girolamo Arnaldi offerti dalla Scuola nazionale di studi medioevali, Roma 2001, pp. 277-308
[35] Guillelmus de Ockham, Opus Nonaginta Dierum, 93, in Id., Opera Politica, II, rec. J. G. Sikes, retract. H. S. Offler, Manchester 1963, p. 683: « Quarta ratio est haec: In eodem regno seculari non possunt esse plures reges veri, non habentes regnum pro indiviso, quorum neuter cognoscit regnum ab altero. Sed imperator romanorum tempore Christi fuit verus rex Iudaeae, quamvis fuisset rex aliorum regnorum, et constat quod Christus et imperator non tenebant regnum Iudaeae pro indiviso, nec Christus cognoscebat regnum Iudaeae ab imperatore nec imperator a Cristo. Ergo Christus non fuit verus rex saecularis Iudaeae et per conequens a simili non fuit rex saecularis cuiuscumque alterius regni. Hic videntur tria probanda. Primum est quod Caesar seu imperator fuit rex Iudaeae. Hoc ex Evangelio elicitur evidenter, Cristo dicente: Reddite quae sunt Caesaris, Caesari; ex quibus verbis colligitur quod illa, quae Caesar vendicavit in Iudaea, vere erant sua. Sed Caesar tamquam rex Iudaeae et dominus vendicavit tributum; ergo vere tributum erat ipsius tamquam regis et domini, ergo vere ipse fuit rex ».
[36] Guillelmus de Ockham, Breviloquium de principatu tyrannico, III, 8, ed. H. S. Offler, in Opera Politica, IV, Oxford et alibi 1997, pp. 180-181: « Duplex potestas praedicta, scilicet appropriandi res temporales et instituendi rectores iurisdictionem habentes, data est a Deo immediate non tantum fidelibus, sed etiam infidelibus, sic quod cadit sub praecepto et inter pure moralia computatur: propter quod omnes obligat tam fideles quam etiam infideles». Traduzione italiana di questo testo in Guglielmo di Ockham, Breve discorso sul governo tirannico, trad. A. Salerno, Milano 2000, p. 140.
[37] Sul pensiero politico di Ockham, accanto all’ormai classico A. S. McGrade, The Political Thought of William of Ockham. Political and Institutional Principles, Cambridge 1974, si vedano le indicazioni di J. Miethke, De potestate papae. Die päpstliche Amtskompetenz im Widerstreit der politischen Theorie von Thomas von Aquin bis Wilhelm von Ockham, Tübingen 2000, pp. 285-286, in cui la vastità dei rimandi consente di recuperare gran parte die risultati della recente storiografia; incisiva l’esposizione del pensiero di Ockham nel contesto della tradizione francescana in A. Tabarroni, Povertà e potere nella tradizione francescana cit., pp. 175-207.
[38] Un mio lavoro che approfondisce il ruolo dell’Improbatio come fonte del pensiero di Ockham uscirà nel primo numero di Polypticum. Rivista di storia del pensiero politico medievale, diretta da Carlo Dolcini
[39] Dico “sviluppo di potenzialità” perché non credo ad un determinismo in cui le idee generano necessariamente altre idee, vincolando in modo iperidealistico le vicende degli uomini. Per smentire una tale affermazione, del resto, basterebbe indicarmi quanti francescani si siano poi schierati, non senza argomenti, dalla parte opposta a quella di Francesco. Basti ricordare Francesco di Meyronnes o Alvaro Pelagio, per i quali si vedano: F. Baethgen, Dante und Franz von Meyronnes, “Deutsches Archiv” 15 (1959), pp. 103-136; H. Roßmann, Die Hierarchie der Welt. Gestalt und System des Franz von Meyronnes OFM mit besonderer Berücksichtigung seiner Schöpfungslehre, Werl i. W. 1972; Miethke, De potestate papae cit, pp. 177-183, ma anche M. Damiata, Alvaro Pelagio, teocratico scontento, Firenze 1984.
[40] Il che non escludeva che la Chiesa ne avesse poi potuti acquisire in modo del tutto legittimo nel corso della sua storia, come mostra di credere, per esempio, Ockham, cfr. Guillelmus de Ockham, Opus Nonaginta Dierum, 93, ed. cit., pp. 695-698.
[41] Sul processo di definizione dell’identità francescana, rimando al mio Apologia e crescita dell’identità francescana cit.; per ulteriori implicazioni della teoria francescana della povertà A. Tabarroni, Francescanesimo e riflessione politica sino ad Ockham, in Etica e politica: le teorie dei frati mendicanti nel Due e Trecento, Atti del XXVI Convegno internazionale. Assisi, 15-17 ottobre 1998, Spoleto 1999, pp. 203-230.
[42] Su problemi connessi, rimando anche a R. Lambertini, Lo stato moderno nel pensiero delle prime generazioni francescane, in Identità cristiana e stato laico, a cura di M. Poli, XX edizione delle “Giornate dell’osservanza”, 12-13 maggio 2001, Bologna 2001, pp. 73-83.