
Francesco
d’Appignano: “Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora”
Prof.
Domenico Priori
Summary.
Francesco d’Appignano: “Frustra fit
per plura quod fieri potest per pauciora”- The study of Francesco d’Appignano
is necessary in order to understand
the historical evolution of the problem of movement and it is fundamental
for the understanding of medieval science and the methodology used by medieval
scholars.
1.0 Introduzione
Tra
tutti gli ostacoli, che la mente umana ha affrontato e superato, quello che
riguarda il problema del moto mi sembra uno dei più stupefacenti per le sue
caratteristiche e il più meraviglioso per la portata delle sue conseguenze. Le
parole di Einstein: “ Uno dei problemi fondamentali, durante millenni
completamente oscurato dalla sua complessità, è quello del moto”[1]
e di Galileo, “ Diamo avvio a una nuovissima
scienza intorno a un soggetto antichissimo. Nulla v’è, forse, in natura,
di più antico del moto, e su di esso ci sono non pochi volumi, né di piccola
mole, scritti dai filosofi”[2],
evidenziano che il problema del moto ha segnato la storia della scienza.
La
nuovissima scienza di Galileo ha le
sue radici lontane nel tempo: è nel XIV secolo, infatti, che sono
rintracciabili le origini della scienza moderna.
Anche
la coscienza del potere della ragione umana, di risolvere i problemi della
natura, è una eredità della cultura medievale. Whitehead faceva osservare che:
“La fede nelle possibilità della scienza, nata precedentemente allo sviluppo
della moderna dottrina scientifica, è un’inconscia derivazione della teologia
medievale.”[3]
Fra
gli uomini che hanno contribuito sia alla conoscenza del moto sia alla nascita
della nuovissima scienza troviamo,
come tenterò di evidenziare, Francesco d’Appignano.
Voglio
chiarire che non farò ricorso all’abusata nozione del precursore che si lega
a quella che potremmo chiamare “culto delle minoranze sconfitte”; la ricerca
a ritroso di uno studioso minore, non compreso, che precorra le idee geniali di
altri, è un esercizio inutile.
Lo
studio di Francesco d’Appignano è fondamentale per delineare le vere
caratteristiche della scienza medievale, per comprendere gli scopi e gli intenti
che animavano gli studiosi medievali e, soprattutto, per evidenziare quali
metodologie essi utilizzassero.
2.0
Il moto: da Aristotele a Francesco
Per
rendere intellegibile il percorso storico del problema del moto è necessario
compendiare i princìpi fondamentali della fisica di Aristotele,[4]
riconosciuto, fino al XVII secolo, “il maestro di color che sanno“[5].
Aristotele divise il mondo in due parti radicalmente diverse: la regione terrestre, che si estendeva dal centro della terra alla sfera lunare, e la regione celeste che includeva tutto ciò che si trovava fra la luna e le stelle fisse.
La
netta distinzione operata da Aristotele era fondata sull’osservazione e
l’esperienza che evidenziavano nella regione terrestre un mutamento
incessante, contrapposto ad una regione celeste dove il cambiamento era
praticamente inesistente.
Le
due regioni erano distinte nello spazio, e diversa era la materia che li
componeva.
La
materia, sublunare, composta dai quattro elementi fondamentali: terra, acqua,
aria e fuoco, tutti, in proporzioni
variabili, contemporaneamente presenti nei corpi.
La
materia celeste formata da un quinto elemento: l’etere, con un comportamento
diverso dalla materia sublunare.
Aristotele
aveva distinto il movimento della materia sulla terra in naturale e violento.
2.1
Moto naturale
Il
movimento naturale è l’effetto del fatto che gli elementi, terra, acqua, aria
e fuoco, hanno la tendenza a far ritorno ai loro luoghi naturali.
Gli
elementi, secondo Aristotele, tendono a disporsi concentricamente attorno al
centro del mondo secondo la sequenza: TERRA - ACQUA - ARIA - FUOCO.
L’osservazione
quotidiana ci mostra che una pietra, o l’acqua si muovono naturalmente verso
il basso e che il fuoco o il fumo si muovono naturalmente verso l’alto.
Se
domandassi perché? molti senza pensarci, direbbero: i corpi pesanti vanno verso
il basso e i corpi leggeri verso l’alto. La stessa risposta di Aristotele.
La
terra era assolutamente pesante e il fuoco era assolutamente leggero, cioè
privo di peso. L’acqua e l’aria erano considerati elementi intermedi e la
loro leggerezza o pesantezza erano relative. L’acqua, ad esempio tendeva a
salire verso l’alto quando si trovava al di sotto del su luogo naturale, sotto
terra; ma quando si trovava al di sopra di esso, nell’aria o nel fuoco,
tendeva a cadere. E’ importante rilevare che Aristotele fosse consapevole che
la terra fosse più densa dell’acqua e dell’aria ma avrebbe negato qualsiasi
relazione: la pietra cade solo perché è assolutamente pesante.
L’assunzione
del concetto di luoghi naturali ha come conseguenza che lo spazio di Aristotele
è diverso dello spazio isotropo ed omogeneo di Newton dove ciascuna posizione e
ciascuna direzione è eguale a tutte le altre. Per Aristotele: “…ogni corpo
sensibile è nello spazio, mentre le specie e le differenze dello spazio sono
alto e basso, avanti e dietro, destra e sinistra. E queste cose sono tali non
solo per noi e per convenzione, ma anche nel tutto stesso.”[6]
Nello spazio aristotelico ogni direzione ha una qualche caratteristica che la
diversifica dalle altre. Questa posizione è così espressa: “… i movimenti
locali dei corpi naturali semplici, come fuoco, terra ed altri elementi simili,
mostrano non solo che lo spazio è qualcosa, ma anche che esso ha una certa
capacità. Infatti ogni cosa è trasportata verso il proprio luogo, se niente
l’ostacola, l’una in alto, l’alta in basso. E queste determinazioni sono
parti e specie dello spazio: alto e basso e le altre sei direzioni…Non capita
perciò a qualunque cosa di essere in alto, ma questo è il luogo dove viene
trasportato il fuoco e ciò che è leggero; analogamente, il basso non è il
luogo per qualunque cosa a caso, ma è il luogo delle cose che sono pesanti e
composte di terra. I luoghi non differiscono dunque solo per la posizione, ma
anche per le forze che essi hanno.”[7]
E’
lo spazio, quindi, che fornisce l’impulso che spinge il fuoco e le pietre ai
loro luoghi naturali di riposo.
Questo
che la quiete sia lo stato naturale di un corpo quando ha raggiunto il suo luogo
naturale fu messa in discussione solo da Galileo e poi da Descartes e infine da
Newton
La
causa del moto naturale era difficilmente attaccabile con gli strumenti critici
medievali, ma nel moto violento, o moto contro natura, la ricerca della causa
non era sempre facile, ma la causa era necessaria.
2.2
Moto violento
Nel
moto violento il motore iniziale, causa del moto, era facilmente identificabile
perché si trovava in diretto contatto fisico con il corpo messo in movimento.
Se io spingo questo tavolo o lancio una palla io sono la forza motrice, ma come
fa il tavolo a muoversi dopo che ha perso il contatto con me? come fa la palla
ad arrivare fino in fondo alla sala dopo che ha abbandonata la mia mano?
Rifletteteci un attimo…
Aristotele
pensava che il mezzo esterno, nel nostro esempio l’aria, era la fonte di
continuità del movimento. Lascio alle parole di Francesco d’Appignano la
spiegazione della posizione di Aristotele e di Averroè: “Perciò il Filosofo
e anche il Commentatore immaginano che, come quando un sasso viene gettato in
acqua si formano e si generano nell’acqua alcuni cerchi, così similmente un
sasso scagliato in aria genera alcuni cerchi invisibili, dei quali il primo,
muovendosi più velocemente di quanto il sasso discenderebbe di per sè è verso
il basso, trasporta il sasso fino al secondo cerchio, e il secondo fino al
terzo…fino a un cerchio il cui moto non sia più veloce del moto del grave
verso il basso, e allora i cerchi cessano, e il grave comincia a discendere. E
poiché questi cerchi sono successivi e non continui, il Filosofo conclude che
un tale moto violento non è continuo, ma successivo…”.[8]
(Io penso che questo passo c’indica chiaramente perché Francesco era chiamato
dottore brillantissimo[9].)
Quando io lancio una palla, quindi, non solo metto in movimento la palla ma
anche l’aria che la circonda. La prima porzione di aria che ho attivato
spingendo la palla, attiva una seconda porzione di aria che spinge la palla e
simultaneamente attiva una terza porzione di aria che spinge la palla e
simultaneamente attiva una quarta porzione di aria che...Con il procedere, ogni
successiva porzione di aria trasmette una forza motrice sempre minore, fino a
che, la porzione di aria non riesce a spingere la palla e questa cade secondo il
moto naturale. Per Aristotele l’aria fungeva da forza motrice e da forza
resistente. L’aria quindi assicurava il contatto fisico (ogni cosa in moto è
mossa da qualcosa in moto) e assicurava che non si verificasse il moto
istantaneo, cioè una velocità infinita. Secondo Aristotele era evidente che la
resistenza al moto dipendeva dalla densità del mezzo e che più il mezzo si
rarefaceva più la velocità aumentava e che se il mezzo fosse scomparso, nel
vuoto, il moto sarebbe diventato istantaneo. Ciò era inconcepibile. Questo era
una dei motivi del rifiuto dell’esistenza di uno spazio vuoto.
2.3
La teoria di Francesco d’Appignano
Francesco
d’Appignano condivideva con la tradizione aristotelica che il moto dovesse
avere una causa; si pensava, infatti, che l’azione continua di una forza fosse
necessaria a mantenere il moto.
Nella
fisica di Aristotele la forza responsabile del moto era necessariamente esterna
all’oggetto in movimento; questo requisito rendeva difficile spiegare il moto
di una pietra lanciata, qual è la forza esterna responsabile del moto, dopo che
ha lasciato la mano?
Molti
dotti del Duecento, come per esempio Ruggero Bacone e Tommaso d’Aquino,
considerarono e accettarono la teoria di Aristotele per spiegare il moto
violento. Francesco e con lui, o dopo di lui, la scuola parigina no.
Per
Francesco d’Appignano la forza rimane all’interno della pietra dopo che ha
abbandonato la mano.
“…una
tale virtù che determina la continuazione del moto una volta che sia stato
avviato dev’esser posta necessariamente o nel mezzo o, cosa verso cui propendo
maggiormente, nel corpo mosso. Bisogna sapere in proposito che la virtù che
muove un grave verso l’alto è duplice: una è quella che comincia il moto,
ovvero determina un grave a un certo moto, e questa virtù è la virtù della
mano; l’altra virtù è quella che prosegue e continua il moto cominciato, ed
è causata o abbandonata (derelicta) mediante il moto dalla prima. Se, infatti, non si pone
una virtù altra dalla prima è impossibile addurre una causa per il moto che
segue…E questa virtù, in qualsiasi soggetto venga posta, continua e prosegue
il moto secondo la proporzione e il modo con cui fu determinato dalla prima, e
questa è una virtù neutra, senza contrario, proseguendo il moto secondo ogni
differenza di posizione. E se qualcuno chiedesse di che tipo sia questa virtù,
si potrebbe rispondere che non è né semplicemente permanente, né
semplicemente fluente, ma quasi intermedia, permanendo per qualche tempo, come
il calore generato nell’acqua dal fuoco, che non ha un essere semplicemente
permanente come nel fuoco, né semplicemente fluente, come l’azione del
riscaldarsi, ma ha un essere permanente a tempo determinato…”[10]
La
vis derelicta è anche nel mezzo: “…quando un sasso o qualche grave o anche
qualche corpo leggero si muovono nel mezzo, concorrono ivi due moti, ossia il
moto del sasso stesso, che deriva immediatamente dalla virtù abbandonata nel
sasso, e anche il moto dell’aria, che contribuisce anch’esso, sia pure in
modo non immediato, al moto del sasso; infatti, sia l’aria mossa sia tale virtù
del sasso, causata in esso dal proiciente, trasportano il sasso…”[11].
Diversi autori, nei secoli successivi, attribuirono, come Francesco, all’aria
una funzione supplementare per la persistenza del moto, forse, come dice il
Clagett, per “salvare Aristotele”.
Francesco
continua e alla fine applica la vis
derelicta ai moti celesti: ”…quando l’intelligenza cessasse di muovere
il cielo, questo continuerebbe ancora per qualche tempo a muoversi ovvero a
ruotare grazie a tale virtù che prosegue e continua il moto circolare, come
risulta chiaro nel tornio del vasaio, che continua a girare per qualche tempo
dopo che il primo movente ha cessato di muoverlo.”[12]
La
spiegazione del moto celeste data da Francesco fu adottata dagli influenti
gesuiti di Coimbra nel loro commento, del 1529, al Cielo di Aristotele.[13]
Francesco
affronta la spiegazione del moto, ovviamente, anche in Sententia
et Compilatio super libros physicorum Aristotelis e anche qui esprime il suo
dissenso da Aristotele, ma, scrive il Mariani:” …la sua opposizione ci
appare come addolcita e smussata. Nel Commentarius in librum sententiarum c’è
una baldanza e una sicurezza che qui, mi pare, non si ritrovano, e non soltanto
nelle espressioni verbali, ma nel complesso della discussione e della
confutazione della teoria avversata.”[14]
All’inizio del libro VIII della Physica, Aristotele prova che il
movimento non ha avuto inizio e che mai finirà, cioè l’eternità del mondo;
posizione evidentemente non accettabile dai cristiani. Mariani, con acume rileva
che invece di un rifiuto categorico Francesco scrive: “C’è da notare che
quella ragione, che presso Aristotele e il suo Commentatore fu una
dimostrazione, in realtà, non è una dimostrazione, ma un discorso probabile,
altrimenti la nostra fede e la verità andrebbero in rovina”[15]
dove è facile intravedere che forse Francesco sta utilizzando gli strumenti
della dottrina della doppia verità[16].
Comunque
il moto per Francesco non poteva essere eterno, e qui risiede la differenza con
Buridano, perché un moto eterno prevede un mondo eterno, senza creazione e
senza Dio, questo gli impediva, se mai lo avesse pensato, di ammettere un moto
eterno. In pratica sto invocando per Francesco la stessa giustificazione data
per Galileo[17]
che non ha, o non ha potuto, formulare esplicitamente il principio d’inerzia,
probabilmente, per questo stesso motivo.
Dopo
Francesco d’Appignano, il suo amico Guglielmo di Ockham risolve la questione
del moto in maniera del tutto differente in base ai principi della sua dottrina
nominalista, mentre l’impetus di Buridano può essere visto come un’evoluzione della vis
derelicta.
2.4
Critica moderna alla vis derelicta
La
teoria di Francesco e quella successiva, dell’impeto di Buridano sono
incompatibili con la fisica classica. L’aspetto da evidenziare con forza e
chiarezza è che per Galileo, Cartesio, Newton e per tutti noi non è richiesta
alcuna forza per mantenere un oggetto in moto (o meglio a velocità costante con
traiettoria rettilinea), come non è richiesta alcuna forza per mantenere un
oggetto in quiete, fermo. Il concetto di vis derelicta può ricordare la quantità
di moto di un corpo (il prodotto delle massa per la velocità) ma mentre la vis
derelicta è considerata la causa del moto, la quantità di moto è una
grandezza usata per descrivere il moto. La differenza è evidente. [18]
Differente
è anche come viene affrontato il moto circolare.
Nella
teoria di Francesco d’Appignano e in quella, successiva, di Buridano, il moto
circolare è trattato come il moto rettilineo, ricordo l’esempio del tornio
del vasaio di Francesco, mentre per la fisica classica affinché un corpo si
muova lungo una circonferenza è necessaria una forza esterna che lo fa
deflettere dal naturale moto rettilineo.
Voglio
concludere queste brevi considerazioni segnalando un vecchio articolo di Mc
Closkey[19]
che dimostra come l’interpretazione del moto che adottiamo intuitivamente sia
molto più vicina alla fisica di Francesco d’Appignano e di Buridano che non
alla fisica di Galileo e di Newton.
3.0
Il metodo di Francesco
Naturalmente
Francesco d’Appignano spiega perché rifiuta la spiegazione di Aristotele al
moto violento. Continuiamo la citazione dal libro IV del Commento
alle sentenze: ”Pare tuttavia preferibile collocare siffatta virtù nel
corpo mosso piuttosto che nel mezzo, quale che sia in proposito l’opinione del
Filosofo e del Commentatore. Sia perché invano si fa col più ciò che si può
fare col meno (frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora): e invero
non si vede alcuna necessità di porre qualcosa di diverso dal corpo mosso
ovvero dalla virtù in esso accolta e dal motore originario come causa effettiva
del moto, e quindi neppure il mezzo. Sia, in secondo luogo, perché in tal modo
si salvano meglio tutte le apparenze…”[20]
Il
cuore della filosofia naturale di Francesco d’Appignano è: frustra fit per
plura quod fieri potest per pauciora.
Il
riconoscere la semplicità della natura è stato probabilmente il principio più
fecondo di indagine della natura ed è rintracciabile già, almeno in quattro
occasioni[21],
nelle opere di Aristotele, e che nel senso più ampio è oggi è noto come il
“rasoio di Ockam”.
Io
credo che l’uso del principio di semplicità sia l’anello che lega la
scienza del medioevo e la nova scienza del XVII secolo.
In
Astronomia nova stampato a Praga nel
1609 Giovanni Keplero scrive. “L’assioma più largamente accettato nelle
scienze naturali è quello secondo il quale la Natura fa uso del minor numero
possibili di mezzi”. Da Keplero a Newton che nel Philosophie
naturalis principia mathematica, pubblicato a Londra nel 1687, affronta nel
libro terzo ”l’ordinamento del mondo” ed enuncia il suo metodo. La prima
regola è: “Delle cose naturali non devono essere ammesse cause più numerose
di quelle che sono vere e bastano a spiegare i fenomeni”. Da queste due
citazioni si evince che Francesco d’Appignano, tre secoli prima di Keplero e
di Newton applicava gli stessi principi di indagine della natura. Seguiamo di
nuovo Newton che nella seconda regola consiglia: “…finché può essere
fatto, le medesime cause vanno assegnate ad effetti naturali dello stesso
genere”. La uniformità della natura che anche Francesco aveva compreso,
infatti, tratta il problema del moto contro natura non solo considerando il
sasso lanciato, ma anche gli strumenti dell’artigiano come il martello o
l’ascia. Uniformità di effetti, uniformità di cause. E’ chiaro che tanto
quando alziamo il martello che quando lanciamo la pietra, il moto è contro
natura.
4.0
Il contributo alla scienza del XVII secolo
Il
dibattito sul rapporto tra scienza medievale e scienza moderna è iniziato, nei
primi anni del secolo passato, con i lavori di Pierre Duhem[22] e continua ancora oggi.
E’ vero che è difficile trovare significative influenze o tratti di continuità
tra le due scienze, ma questo non vuol dire che non ci siano stati, altrimenti
non si comprenderebbe perché la rivoluzione scientifica del XVII secolo sia
avvenuta in Europa e non nel mondo islamico o in Cina. E perché non
nell’impero bizantino che aveva degli studiosi privilegiati che potevano
leggere direttamente, senza bisogno di traduzioni, le opere conservate nelle
biblioteche e negli archivi di Costantinopoli. Certo erano sempre in guerra, ma
come ebbe a dire Teodoro II: ”quali che siano le esigenze della guerra e della
difesa, è essenziale trovare il tempo per coltivare il giardino del sapere.”[23]Questo
giardino, a quanto c’è noto, produsse pochi fiori per la scienza. Certo non
mi sfugge l’opera di Giovanni Filòpono che nel VI secolo elaborò una
interessante teoria del moto ma che non ebbe “alcun’influenza”[24]
in Europa perché non tradotta integralmente dall’arabo.
Anche
se si scoprissero opere importanti e innovative è ragionevole dire che esse non
esercitarono alcun’influenza sulla cultura medievale.
E’ indubbio il debito dell’Occidente verso la civiltà islamica da cui ricevette la filosofia greca e con aggiunto il contributo di al-Kindi, al-Farabi, Avicenna, Avempace, Averroè. Non è poco, ma nel mondo islamico, che dal IX al XV secolo aveva delle conoscenze scientifiche superiori a quelle europee, non ci fu la nascita della scienza moderna.
E
la Cina[25]
che alla fine del primo millennio era più avanti rispetto all’Europa sia in
termini di ricchezza, che di sapere? Nella tecnica essi disponevano filatoi
meccanici cinque secoli prima dell’Inghilterra, impararono ad usare carbone,
probabilmente antracite depurata, e pare che alla fine del X secolo producessero
25.000 tonnellate di ghisa, ma potrei continuare, la staffa, il compasso, la
carta, la stampa, la polvere da sparo. L’aspetto incredibile che non
svilupparono queste conoscenze e non erano pronti a recepirle nemmeno quando gli
europei nel Cinquecento arrivarono in Cina.
4.1
Conclusioni
Io
penso che la rivoluzione scientifica del XVII secolo sia nata o, sia stata
preparata nelle Università europee del XIV secolo.
Le
Universitas, nel Medioevo, erano
l’insieme di maestri e scolari, una struttura culturale, unica, diversa,
probabilmente irripetibile. Nelle
università insegnavano filosofi teologico-naturali che resero poco traumatico
l’introduzione, la restaurazione, l’assimilazione della scienza e della
filosofia antica. L’uso delle dottrine greco-arabe per migliorare la
comprensione delle Sacre Scritture, li portò verso conoscenze nuove ed
originali. La scintilla creativa nacque dal contatto, e talvolta lo scontro,
della filosofia antica e con la religione cristiana[26].
Francesco d’Appignano tratta del moto nella questio
dove si chiede: “Se nei sacramenti sia insita una qualche virtù
soprannaturale o formalmente ad essi connessa.”[27]
All’inizio spiega l’efficacia di strumenti artificiali, connaturali e
soprannaturali. Che cosa possono avere in comune la scure, la mano e il
sacramento? Nulla o ben poco per noi, ma questi sono gli esempi usati da
Francesco che, lo portano ad elaborare una teoria del moto violento, che è
difforme da quella comunemente accettata, fondata sull’autorità di
Aristotele, ed è alla base dei successivi sviluppi del moto. Ancora più
importante è che “nel vico de li strami[28]”
a Parigi, agli inizi degli anni venti del XIV secolo un frate francescano, nato
in Appignano, insegnava agli studenti che la natura può essere studiata
seguendo il principio: frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora. E
dopo trecento anni Newton e Keplero esprimevano con parole diverse lo stesso
concetto.
Francesco
d’Appignano ci ha “insegnato ad amare la verità e a ricercarla sempre e
dovunque” voglio concludere facendo mie queste parole di un'altro grande
francescano che il 18 febbraio del 1960 così concludeva la discussione della
sua tesi di laurea su Francesco d’Appignano, Padre Nazzareno Mariani
Ringraziamenti
Ringrazio
il prof. Francesco Bottin, il prof. Marco Ciardi, il prof. Emidio Santoni e il
prof. Russel L. Friedman
Note:
[1]ALBERT EINSTEIN e LEOPOLD INFELD, L’evoluzione della fisica, p.18 Boringhieri, Torino, 1975, p.18
[2] GALILEO GALILEI, ( Opere) Discorso intorno a due nuove scienze, UTET, Torino, 1980, vol. II, p.722.
[3] ALFRED NORTH WHITEHEAD, Science and the Modern World, p.19, Macmillan, New York, 1925, p.19
[4] Il problema del movimento è affrontato da Aristotele in diverse occasioni nelle opere pervenuteci ma in nessuna è contenuta una trattazione completa.
[5]DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia, Inferno, IV, 131, La Nuova Italia, Firenze, 1957
[6] ARISTOTELE, La Fisica 205b, 30. A cura di LUIGI RUGGIU. Rusconi, Milano, 1995
[7]ARISTOTELE, La Fisica 208b. 8-22. A cura di LUIGI RUGGIU Rusconi, Milano, 1995
[8] “…unde imaginatur Philosophus et etiam Commentator quod, sicut quando lapis proicitur in aqua, fiunt et generantur in aqua quidam circuli, sic consimiliter lapis proiectus in aere facit in aere quosdam inuisibiles circulos quorum principium, quia mouetur celerius quam lapis per se descenderet deorsum, ideo defert lapidem ad secundum circulum et secundus usque ad tertium, impediendo motum proprium uersus deorsum, et sic huiusmodi circuli causati in aere, defferunt lapidem quousque perueniatur ad aliquem cuius motus non sit uelocior motu grauis deorsum, et tunc cessant circuli, et graue incipit descendere ipsis cessantibus. Et quia isti circuli sunt consequenter se habentes, non continui, ideo concludit Philosophus, quod huismodi motus uiolentus non est continuus, set consequenter se habens…”. Il testo in latino della I questio dal libro IV del Commentarius in librum Sententiarum è stato pubblicato da A. Maier in Zwei Grundproblem der scholastichen Naturphilosophie, da NAZZARENO MARIANI in Sententia et compilatio 232-251, pp.72-73, Spicilegium Bonaventurianum XXX ,Editiones Collegii S. Bonaventrae, Grottaferrata (Roma), 1998 e con la traduzione in italiano è in La scienza della meccanica nel medioevo di MARSHALL CLAGETT, Feltrinelli, Milano, 1981, pp.553-561
[9] FRANCESCO D’APPIGNANO, Contestazione, traduzione a cura di NAZZARENO MARIANI, Edizione Centro Studi Francesco d’Appignano, Appignano del Tronto, 2001, p. 21, i titoli onorifici di Francesco d’Appignano: doctor succinctus, doctor praefulgidus, doctor praefulgens, doctor illustratus (dottore succinto, dottore brillantissimo, dottore fulgidissimo, dottore chiarissimo)
[10] “ Set quid sit de subiecto istius uirtutis, saltem necessario, huiusmodi uirtus motum inchoatum continuans, est ponenda uel in medio uel, quod magis credo, in corpore moto. Vnde est sciendum quod est duplex uirtus mouens aliquod graue sursum: quedam motum inchoans, siue graue ad motum aliquem determinans, et ista uirtus est uirtus manus; alia uirtus est motum exequens inchoatum et ipsum continuans, et ista est causata siue derelicta per motum a pria. Nisi enim ponatur aliqua alia uirtus a prima, inpossibile est dare causam motus sequentis, ut superius est deductum; et ista uiertus in quocunque subiecto ponatur, continuat, exequitur motum in prooporcionem et modum quo determinata est a prima, et ista est uirtus neutra, non habens contrarium cum exequatur motum secundum omnem differentiam positionis. Et si queras qualis sit huiusmodi uirtus, potest dici quod nec est forma simpliciter permanens, nec simpliciter fluens, set quasi media, quia per aliquod tempus permanens, sicut caliditas ab igne genita in aqua, non habet esse permanens simpliciter sicut in igne, nec simpliciter fluens ut calefactio ipsa, set habet esse permanens ad determinatum tempus”. I questio dal libro IV del Commentarius in librum Sententiarum, in Sententia et compilatio 232-251, pp.72-73 di NAZZARENO MARIANI Spicilegium Bonaventurianum XXX
[11] “Ex quo sequiter quod, quando lapis uel aliquod graue mouetur in medio, siue etiam leue, quod concurrunt ibi duo motus, uidelicet motus ipsius lapidis, qui est immediate a uirtute derelicta in lapide et etiam motus aeris qui etiam facit, licet non immediate, ad motum lapidis; tam enim aer motus quam uirtus lapidis causata in ipso ab inpellente, deferunt lapidem.” I questio dal libro IV del Commentarius in librum Sententiarum, in Sententia et compilatio 307-312, p.74 di NAZZARENO MARIANI Spicilegium Bonaventurianum XXX
[12] “Ex hoc sequitur ulterius quod intelligentia cessante movere caelum quod adhuc caelum movetur sive revolveretur ad tempus per huiusmodi virtutem circularem motum exequentem et continuatem, sicut patet de rota figuli, quae revolvitur ad tempus cessante primo motore movere. I questio dal libro IV del Commentarius in librum Sententiarum in La scienza della meccanica nel medioevo di MARSHALL CLAGETT
[13] Edward Grant, Le origini della scienza moderna , Einaudi,TORINO 2001, 169
[14] Sententia et Compilatio super libros physicorum Aristotelis, Edizione critica di NAZZARENO MARIANI, Spicilegium Bonaventurianum XXX Grottaferrata (Roma), 1998, p..54
[15] “Aduertendum autem quod ista ratio, que apud Aristotilem et Commentatorem eius fuit demostratio, in rei ueritate, non est demostratio set sermo probabilis, aliter enim fides nostra et ueritas deperiret” Sententia et Compilatio super libros physicorum Aristotelis Edizione critica NAZZARENO MARIANI, Spicilegium Bonaventurianum XXX Grottaferrata (Roma), 1998, 100-103, p.391
[16] Posizione assunta da Maestri medievali che ammettevano, nonostante la condanna del 1277 da parte del vescovo di Pariugi, una verità per la filosofia naturale e una verità per la fede.
[17] Per Geymonat e Carugo il non aver Galileo formulato esplicitamente il principio d’inerzia potrebbero non essere estranee anche “possibili ragioni di carattere politico-religioso”. Infatti come detto dal Castelli in una lettera a Galileo dell’aprile 1607, vi erano alcuni che sostenevano che “se fosse vero che il moto fosse eterno io potrei diventar Ateista e dire che di Dio non havevo bisogno”. G GALILEI ( a cura di A. Carugo e L.Geymonat), Discorsi e Dimostrazioni intorno a due nuove scienze. Boringhieri, Torino 1958. Per approfondire consiglio M.GRILLI, Galileo e il principio d’inerzia, Giornale di Fisica, vol.22, luglio settembre,1981
[18] Mi preme segnalare il suggerimento seguito a tante discussioni sul Nostro circa il collegamento fra la vis derelicta e l’impulso, cioè la variazione della quantità di moto del collega Massimo Balena.
[19] MICHAEL MC CLOSKEY, Fisica intuitiva. Le Scienze, aprile 1983
[20] “Sic in proposito: huiusmodi uirtus permanet ad tempus aliquod secundum proporcionem uirtutis a qua derelicta est. Melius tamen uidetur quod huiusmodi uirtus sit in corpore moto quam in medio, quidquid de hoc dixerit philosophus et Commentator, tum quia “frusta fit per plura quod potest fieri per pauciora”; nunc autem nulla apparet necessitas ponere aliquid, aliud a corpore moto siue uirtute in eo recepta et a principali mouente, esse causam effectium motus, ergo nec medium, tum, 2°, quia, hoc posito, melius et facilius saluantur omnia apparencia et concessa communiter de usto motu quam ponendo uirtutem huiusmodi esse in medio.” I questio dal libro IV del Commentarius in librum Sententiarum, in Sententia et compilatio 253-263, p. 74 di NAZZARENO MARIANI Spicilegium Bonaventurianum XXX.
[21] ARISTOTELE, Opere,. Laterza, Bari-Roma, 1973, Vol. V, pp141,144, 214, 225
[22]Pierre Duhem (1861-1955), importante fisico francese, “diede l’avvio alla scoperta del continente sconosciuto, la scienza medievale, portando alla luce manoscritti scarsamente esplorati che imponrvano una radicale revisione del tradizionale giudizio negativo sullo stato della scienza nei secoli bui” , ROBRTO MAIOCCHI Chimica e filosofia. Scienza, epistemologia, storia e religione nell’opera di Pierre Duhem, La Nuova Italia, Firenze,1985, p.126
[23] Il passo è citato in GRANT EDWARD, Le origini della scienza moderna, Einaudi, Torino,2001, p.280
[24] M ARRSHALL CLAGET, La scienza meccanica nel medioevo, Feltrinelli, Milano, p..541
[25]Sul finire del primo millennio le civiltà dell’Asia erano molto più avanzate dell’Europa in termini di ricchezza e di sapere. Consiglio di leggere l’intervento di David S.Landes “East is East, West is West” al convegno tenuto a Palermo nell’aprile del 2001, nel sito: http://www.feem.it/web/activ/programme.html ovvero la traduzione nel domenicale del Sole 24 ore di del 29.04.2001
[26] “La scintilla creatrice sprizza generalmente dal contatto, talvolta dall’urto, della filosofia greca e della ririvelazione cristiana” ETIENNE GILSON, La filosofia nel Medioevo La nuova Italia, Firenze 1953, p.500
[27] Utrum in sacramentis sit aliqua virtus supernaturalis insistens sive eis formaliter inhaerens
[28] DANTE ALIGHIERI Divina Commedia, Paradiso X137, La Nuova Italia, Firenze, 1957. Vico de li strami è Rue du Fouarre, via della paglia, dove c’erano le scuole di filosofia.