
Il
codice gambalunghiano, del XVIII secolo, a proposito del convento dei frati
minori francescani di Appignano, riferisce: il luogo vecchio, che si suppone eretto da S. Francesco, è posto in una
solitudine, discosto assai dalla terra di Appignano. Successivamente fabbricammo
nel nostro secondo secolo minoritico altro convento appena dentro la terra.
Il vicino torrente lo ha espiantato dei fondamenti. Cadde il convento sotto
la soppressione. Vi tornammo, e siamo in oggi dentro il paese a S. Angelo chiesa
parrocchiale. Vi si fabbrica convento nuovo[1].
Il luogo vecchio, che si suppone eretto da S. Francesco, descritto dal padre
conventuale Francesco Antonio Maria Righini, è da identificare sicuramente con
il sito che va ancora oggi sotto il nome di S. Francesco al Gallo. Tale località,
oggi amministrativamente territorio del comune di Castignano, anche secondo
lo storico dell’ordine Altobelli (sec. XVII), è il primo luogo francescano del
territorio appignanense, distans ab Appiniano per intervallum unius miliaris[2].
La
tradizione orale, le rovine dell’edificio sacro: convento e chiesa, superstiti
fino alla fine del secolo scorso, oltre alla fonti scritte, confermano la notizia.
Più
analiticamente: ancora oggi è viva la memoria del passaggio del Santo d’Assisi
nel territorio ascolano (1215), delle numerose conversioni e , più specificatamente,
delle lotte sostenute da S. Francesco contro il Maligno. Si tratta spesso di
luoghi aspri e solitari, come certamente doveva apparire, sin d’allora, l’area
dell’insediamento di Castiglioni, essi venivano esaugurati dall’intervento del
Santo.
Lo
storico Giacinto Pagnani, che ebbe occasione di visitare la località di Castiglioni
negli anni ’50, raccolse dalla viva voce del popolo l’eco di lotte diaboliche
e descrisse i ruderi superstiti, dopo l’abbattimento operato dai proprietari.
In
seguito all’accurata indagine, l’illustre studioso francescano, concludeva:
Per noi il solo Castiglioni ha le probabilità
di essere stato visitato da S. Francesco[3].
Nella visita pastorale del vescovo
Mons. Bartolomeo Ortolani del 24 novembre 1889, si legge: Post
prandium, Apponeanum versus iter suum omnes haberent,visitatum fuit oratorium
publicum Sancti Francisci, […] oratorium hoc, uti ex stilo extructionis colligi
potest, fondatum fuit saeculo XIII[4].
La
ricognizione de visu, del secolo XIX,
induceva il segretario del vescovo, estensore della relazione, a ritenere l’edificio
di epoca romanica e la documentazione fotografica degli anni ’80 in nostro possesso,
per quanto lacunosa, comprova l’informazione desunta dalla testimonianza dei
visitatori, di cui sopra[5].
Tuttavia,
non esistono fonti documentarie coeve alla costruzione dell’oratorio o edicula
del secolo XIII, immediatamente dopo il passaggio di S. Francesco, è certo invece
che nelle immediate vicinanze sorgeva un’antichissima pieve, intitolata a S.
Maria de Raiano, pertinenza del Capitolo
d'Ascoli, parte dell’antica curtis,
soggetta ai benedettini di Farfa[6].
La prima testimonianza certa del locum
Castellionis si desume invece dall’elenco redatto da Fra Paolino da Venezia
nel 1323[7].
Frutto
evidente della predicazione pellegrinante del Poverello d’Assisi nel territorio
ascolano furono le numerose conversioni documentate nelle più antiche fonti
ufficiali dell’ordine; molti dei suoi uditori scelsero la strada del servizio,
tra cui molti nobili. La famiglia dei Guiderocchi testimonia l’attrazione che
dovette esercitare il nuovo messaggio evangelico predicato da S. Francesco sui
giovani del “patriziato” ascolano. L’archivio del monastero benedettino ascolano
di S. Angelo Magno conserva un prezioso testamento di Riccardo Guiderocchi del
12 novembre 1298, da cui emerge chiaramente l’intenzione di assegnare un terzo
dell’eredità ai frati di S. Francesco di Ascoli. Fra i sette frati francescani
presenti al rogito, interessante per noi, la presenza di un fra Nicola d’Appignano[8].
Negli
stessi anni la figura di rilievo dell’ordine, come si sa, fu Girolamo d’Ascoli,
generale dell’ordine e poi papa Niccolò IV dal quale, secondo la tradizione
riferita dal Wadding, Conventibus tribus:
Aquae Vivae, Appiniani, Podi Canosae, constat, missas tres cruces argenteas[9].
Per
le informazioni dettagliate sulla storia del reliquiario della Santa Croce di
papa Niccolò IV, rimandiamo al nostro volume[10].
L’insediamento
dei francescani ad Appignano, ad moenia oppidi, è sicuramente documentato non prima della fine del
‘300. E’ Bartolomeo da Pisa che, nel De
conformitate vitae Beati Francisci, nell’elenco dei luoghi soggetti alla
custodia ascolana, nomina per la prima volta il locum de Pignano, de quo existit oriundus magister Franciscus Rubeus de
Marchia, suo tempore praedicatione et aliis virtutibus valde clarus[11].
Franciscus
Rubeus de Marchia de Pignano, dunque,
secondo il contemporaneo Bartolomeo da Pisa, è il più illustre figlio della
nostra terra, non sappiamo con certezza come sia nata la sua vocazione e quali
siano stati i suoi maestri; si possono ipotizzare tuttavia i suoi più probabili
rapporti con Ascoli, tenuto conto anche del fatto che il castello di Appignano
aveva stretto legami più saldi con la città, nel 1291[12].
L’ingresso
dei minori nel castello di Appignano dovette avvenire con l’assenso del comune
e probabilmente esso fu favorito dalla donazione di una sede preesistente, forse
della primitiva
ecclesia loci di S. Giorgio, come
è chiaro dai documenti successivi[13].
Più
ricco di notizie, per la ricostruzione dell’interessante vicenda dei frati francescani
ad Appignano, è il secolo XV.
Centrale
per il ‘400 appare la figura di frater Jacolinus Andree Emindii de Apponiano che, tonsurato il 30
maggio 1415[14],
nel 1433 fu guardiano del convento di S. Francesco di Ascoli[15].
Nel marzo del 1458 fu vicario della chiesa di S. Francesco[16]
e nell’ottobre fu nuovamente guardiano del convento[17].
Durante il suo guardianato, dagli atti notarili emerge un dinamico operato:
riceve rendite, acquisisce lasciti e mutui, designa amministratori, sindaci,
procuratori e arbitri delle sostanze del convento e li sceglie tra le fila della
nobiltà ascolana.
Un’altra
figura emersa dalle ricerche archivistiche è frater
Nardinus Antonelli de Apponiano; tonsurato nel 1425, anch’egli
frater del convento di Ascoli, è da ascrivere all’importante famiglia appignanese
degli Antonelli[18].
Il
prestigio del convento ascolano nel secolo XV era tale che la sua centralità
nell’ambito della vita sociale, politica e religiosa della città era in ascesa.
In quegli stessi anni si assiste alla diffusione e all’affermazione dei frati
dell’ordine dei Minori denominati dell’osservanza[19].
Tra
il 1455-1458, negli anni in cui il papa Callisto III bandiva ad
defensionem fidei sanctissimam cruciatam contra infedeles Turchos; e i finanziamenti
necessari all’impresa dovevano provenire dalla raccolta delle decime, una moltitudine
di predicatori, per la maggior parte francescani, doveva percorrere tutta la
cristianità, anche le zone più remote, per
predicare le crociate e organizzare collette. Tra loro ve ne furono alcuni
celebri, come l’infaticabile Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca, Roberto
da Lecce, Roberto da Montefalcone[20].
In
questo clima, singolare è la pergamena, rinvenuta nel fondo notarile di Ascoli
Piceno quale rilegatura di un volume, in essa fratrer Jacobus
de Esculo, ordinis minorum, professor et
episcopatus Esculi, Firmi, Camerini totiusque
Marchie Anconetane, delegato
per gli episcopati di Ascoli, Fermo, Camerino e di tutte le Marche di Ancona
suddelegato di frate Francesco dei Carboni a Roma delegante, cocedeva a Lorenzo
di Matteo e a sua moglie Lucarella, a Domenico Jacobino di Marcolino e ai loro
figli, di Appignano, l’indulgenza per aver messo a disposizione i propri beni
per la causa contro gli infedeli[21].
Circa
i rapporti di Appignano con i frati dell’osservanza, singolare è anche l’intervento
presso papa Niccolò V di fra Giovanni da Capestrano, per ottenere la liberazione
dell’appignanese fra Giacomo Lippi (abate di Monte Santo), nel 1450, che si
era macchiato di molti crimini[22].
Il monaco, esponente della ricchissima famiglia dei Lippi, fu interlocutore
diretto dei papi Eugenio IV[23]
e Niccolò V[24].
Eugenio IV si interessò personalmente della sua accoglienza presso l’ordine
benedettino, raccomandandolo al vescovo di Spalato, nel 1436[25].
Altra
testimonianza del probabile rapporto del paese di Appignano con l’osservanza
è contenuta nel vol. 57 dei taccuini del Gabrielli, da cui risulta che in via
Viola, 197, era ancora visibile nel 1892, su un fabbricato, l’iscrizione AUXILIUM
MEUM A DOMINO, datata 1498, recante il monogramma Christi: secondo il Gabrielli
indice di un monte di pietà o frumentario[26].
La
presenza dei frati francescani, nel ‘400, ad Appignano, si andava affermando
con sempre maggiore forza. Essa è testimoniata dalla pratica di lasciti per
la salvezza delle anime[27],
acquisti[28]
e procure[29].
La chiesa di san Francesco nel 1474 è accatastata tra le chiese situata dentro
il castello[30].
Se
il ‘500 invece, a buon diritto si può definire per la comunità di Appignano
il “secolo d’oro” per la dinamicità in tutti gli ambiti dell’attività umana:
sociali, economici, religiosi e culturali, allo stesso modo, la ricca documentazione
consultata conferma che anche per la comunità dei frati minori, conventuales,
sociales[31],si
trattò di un periodo di grande prosperità.
Gli
introiti del convento, sempre più consistenti, erano legati a un benessere diffuso
presente in paese. Essi derivavano in particolare da fiorenti traffici commerciali
ruotanti intorno alla produzione dell’olio di oliva. Le ricche quietanze, che
si desumono dai numerosi atti notarili, sono impegnate per realizzare opere
diverse: altari, cappelle, quadri, arredi liturgici[32].
La
committenza è particolarmente esigente e competente, per questo i frati si avvalgono
di sindaci e procuratori provenienti da famiglie della migliore imprenditoria
borghese e locale[33].
I centri religiosi conoscono uno straordinario impulso, eccezionali figure di
pievani[34]
e altrettanto validi guardiani[35]
concorrono a creare un’atmosfera di generale rilancio, anche per Appignano si
assiste a una sorta di “microrinascimento”. Uomini particolarmente sensibili
mirano ad arricchire il patrimonio collettivo: Ferri, Saladini, Pediconi, Iaconi,
Cancellieri, sono i nomi delle famiglie più ricorrenti nel ricco elenco[36].
All’insegna di questo decollo, si assiste a una vera e singolare vicenda: la
costruzione dell’organo nella chiesa matrice di S. Giovanni Battista, realizzata
dal maestro organaro fra Michele di S. Severino dell’ordine dei minori di S.
Francesco, nel 1535, con una spesa di 160 ducati[37].
L’impegno diffuso dei francescani delle Marche teso ad arricchire il servizio
liturgico attraverso le note musicali, è un dato già messo in evidenza dallo
storico francescano P. Gustavo Parisciani[38].
E’ indicativo che, tra i nomi di frati ricorrenti come organisti, citati per
l’anno 1535, ne troviamo alcuni di Appignano[39].
Fra tutti spicca frater Bernardinus de
Rubeus, Rubei, de Apponiano ut pulsator organorum a Serra S. Quirico; egli
suonò per Paolo III che, di ritorno da Loreto, sostò a Serra il 3 ottobre del
1539, seguito da sette cardinali e molti ambasciatori d’Europa[40].
La fama del valente maestro richiamò l’attenzione del pievano appignanese Massinissa
Saladini della nobile famiglia ascolana, particolarmente legata alle vicende
del castello di Appignano di cui si riteneva fondatrice. Fra Bernardino stipulò
con il pievano un proficuo contratto di servizio liturgico per la chiesa di
S. Giovanni Battista di Appignano, il 29 maggio 1540[41].
Sensibili
all’arte come alla musica, i frati di S. Francesco di Appignano impegnarono
le loro risorse per rinnovare la struttura del convento e della chiesa e abbellirli
di particolari segni d’arte. Nel 1520 un guardiano, di cui si ignora il nome,
chiamò a lavorare nel convento l’artista Vincenzo Pagani da Monterubbiano[42].
Centrale però in questo movimento artistico la realizzazione voluta dal sindaco
Cicco Iaconi, nel 1551, del ricco tabernaculum
a custodia della reliquia della S. Croce, donata al convento di S. Francesco
di Appignano da Niccolò IV, restaurata di recente e restituita al suo originale
splendore[43].
Il
particolare legame della famiglia Iaconi con i frati di S. Francesco è testimoniato
dall’acquisto di un tabernacolo alla famosissima fiera di Recanati per l’altare
maggiore della chiesa di S. Francesco, nell’anno 1568[44],
da parte di Sebastiano Iaconi, figlio di Cicco dopo il rientro dal suo viaggio
a Compostella[45].
La
considerazione e la consapevolezza della bellezza e del significato religioso
del tabernaculum, custodia della reliquia
della Santa Croce sono testimoniate da un documento particolarmente interessante:
il 19 settembre 1553, presenti ad Appignano il guardiano frater
Notorius de Castignano, residente
nel convento per regolare importanti questioni economiche con i frati di varie
custodie delle province limitrofe frate Giovanni Antonio Offidano, custode della
Provincia della Marca, con gli illustri sindaci giurarono di mantenere e governare
i beni della chiesa di S. Francesco, e
massimamente la Croce Santa esistente in detta chiesa, affinché non patisse
alcuna lesione per malos fratres dicti ordinis,
dichiarando se esse fideles dicte
Sancte Cruci […] et ad manutenendum
tabernaculum, dictam Sanctam
Crucem [ad manutenendam] et argentum[46].
Ricchi
e preziosi dovevano essere gli apparati delle cappelle nella chiesa di S. Francesco,
che erano continuamente abbelliti per i numerosi lasciti testamentari[47].
Alla
delibera per il rifacimento della cappella grande in
capite dicte ecclesiae et in fronte ecclesie predicte et in fronte introitus
ecclesie predicte et ex latere introitus[48], assistono
eminenti figure come Nicolaus Benigno
de Monticulo commissarius fabrice principis apostolorum de urbe[49],che
era ospite ad Appignano nella casa di Persio Rodilossi, maestro di grammatica
per molti anni ad Ascoli[50]
e il già citato frater Bernardinus Rubeus-Rubei
guardianus[51].
Con
questo appellativo: Rubeus-Rubei lo
studioso ascolano dell’800, Gaetano Frascarelli, indica un altro importante
personaggio appignanese, riportando un’iscrizione da lui letta e registrata
nella chiesa di S. Francesco di Ascoli, la cui lapide è ora andata perduta.
In essa si esalta la memoria di un tal frate Francesco Rossi, dottore, teologo,
insegnante ed inquisitore nel 1557, in Istria e a Trento[52].
Chiude
la schiera degli illustri personaggi, che popolano la vita della comunità dei
frati minori di Appignano nel ‘500, il famoso Magister Leonardus Cornacchia. Il Consiglio dei Cento e della Pace
di Ascoli, nella seduta del 14 agosto 1586, accolse la proposta di annoverarlo
fra i cittadini ascolani con la motivazione: Tum suis virtutibus tum quia filius noster[53].
I
conventuali, nel ‘500, sono protagonisti per sedare il clima sociale talvolta
acceso e turbato da dissensioni e lotte intestine nel castello di Appignano.
Davanti
all’altare di S. Antonio da Padova, nella chiesa di S. Francesco, avvengono
numerose pacificazioni[54]
e si concludono accordi[55].
Dalle pagine dei notai tuttavia, non sfugge allo storico, neanche il clima più
intimo del convento di Appignano. Gustose sequenze di vita quotidiana, richiami
all’osservanza alle regole[56],
o fioretti. Ora il frate Battista di Pietro Mattoni di Appignano, nel 1561,
in punto di morte, accorgendosi del tentativo di furto operato da un suo confratello
della sua borsa di denari nascosta sotto il letto reagisce con veemenza: “Che
già mestichete, laggiù? Che ce sta la borsa mia?”[57].
Ora fra Camillo da Lecce, visitatore apostolico della Provincia della Marca,
nel 1556, concede e dispensa di avere un’eredità quindi: “fra Gasparro di Marcone
di Appignano possi pigliare fiorini undici con i quali volemo siano pagati li
suoi debiti et il resto se l’habbi lui medesmo a spendere in libri et camisie”[58].
Lo
splendore della chiesa e del convento, abbellito da un chiostro[59],
da un portico con volta e logge costruito su due piani[60],
e da un pozzo[61],
con cucina[62]
e un ricco refettorio[63],
“cenacolo”[64]
dove i frati si riunivano in capitolo per deliberare affari importanti anche
con Ascoli, con il vescovo diocesano[65]
e con la Camera Apostolica[66],
fu tuttavia turbato, verso l’ultimo quarto di secolo da una sciagura dovuta
al lavoro di erosione del sottostante fosso di S. Giovanni prossimo alle rupi.
Tutta la comunità si preoccupò della sorte dei frati e il 26 febbraio del 1573
si tenne addirittura un consiglio Generale nel palazzo comunale, per affrontare
il problema e venire incontro all’estrema indigenza dichiarata[67].
Il papa marchigiano Sisto V risolse la situazione concedendo ai frati la cura
della parrocchia di S. Angelo[68],
antistante il convento. In cambio del beneficio, il pontefice volle per sé i
codici conservati nel convento di S. Francesco
di Appignano e fra questi: bibliam
sacram del magister Francesco
d’Appignano[69].
La
sottrazione al clero secolare della parrocchialità non fu indolore, ne nacque
una lunga controversia con il parroco titolare Romandino Cancellieri[70],
che si sarebbe conclusa solo circa quarant’anni dopo, alla sua morte[71].
In
questa situazione di fine secolo si colloca anche la soluzione del lungo contenzioso
sorto nella prima metà del secolo per il possesso di terre nella contrada Monte
di Gesù, tra il convento di Appignano e quello di Ascoli. Padre Orazio Cavalli,
alla fine del ‘500, nella sua visita canonica triennale, come ministro provinciale,
riferisce così della vicenda: al tempo di colui che scrive le presenti cose,fu accomodato! [così
nel testo] una lite vecchia tra questo
convento e quello di Ascoli, e fu una satisfazione delle parti[72]. Non
è da escludere che nella suddetta risoluzione fossero mediatori efficaci frater
Franciscus Vulpianus de Apponiano, guardiano del convento di Ascoli nel
1584[73]
e frater Ludovicus Gagliardi de Apponiano[74].
Quest’ultimo, in particolare, forse manifestò per la questione quelle abilità operative e quel talento imprenditoriale che sarebbero stati brillantemente impiegati nelle varie situazioni del convento a cui era stato destinato: S. Francesco di Ascoli.
Già
nel 1606, dal commissario provinciale Frate Antonio Innocenzio di Sarnano, cum
interventu Reverendi Patris Magistri Leonardi Cornacchie de Apponiano, fu
delegato a riscuotere 300 scudi d’oro destinati al convento di Ascoli; l’atto
fu rogato ad Appignano[75].
La
carriera di valente amministratore di fra Ludovico Gagliardi raggiunse il suo
culmine il 20 marzo 1637 quando, post sonum Ave Marie, tribus luminibus accensis, ad evitandos omnes fraudes,
errores, et cavillationes […], fu nominato procurator ad omnia peregenda, ab eminentissimo et revendissimo Domino
Felice Centino, episcopo sabinensi, cardinale de Asculo et episcopo Maceratensi;
si trattava di riscuotere interessi di censi, quindi ingenti somme passarono
nelle sue mani[76].
La
genialità imprenditoriale non è tuttavia il solo merito da riconoscere alla
vasta schiera di fratres di Appignano
che si ritrovano nei vari conventi della Custodia Ascolana. Il secolo XVII registra
i nomi di ben tre magistri in sacra
teologia, che operarono sulla scia di Fra Leonardo Cornacchia[77].
Essi furono: Reverendus Pater Magister
Joseph Ciccarellus (1627)[78],
il Padre Maestro Fra Felice Caserta, vicario generale del Sant’Ufficio d’Adria
(1655)[79]
e il Padre Maestro Fra Bonaventura Baglioni[80].
Quest’ultimo, il 2 agosto 1653, desiderando di risiedere nel Collegio di Buonaiuto
di Napoli, chiedeva il favore di una lettera
commendatizia dalla città di Ascoli appresso il Padre Generale dei minori conventuali;
il permesso gli fu accordato[81].
Un
discorso a sé meriterebbe il Padre Fra Giacinto Ferri, della nobile famiglia
appignanese Ferri[82],
che fu Baccelliere[83].
I Ferri in questi anni ebbero contatti con l’ambiente parigino[84]
e qui Giacinto, forse, ebbe modo di approfondire i suoi studi[85].
La
presenza per l’intero arco del secolo di intellettuali di tale levatura segnò
indubbiamente il livello culturale di Appignano.
Nel
1608 un Venerabilis Pater Magister Johannes
Baptista Madiani di Monte Giorgio fu concionator meritissimus in castro Apponiani[86]. Nonostante tutto,
forse le tensioni intestine già registrate nel ‘500 non si erano sopite[87]
e le parole del Maestro Giovanni Madiani dovevano forse servire anche a ricondurre
alla ragione molti dei rissosi cittadini appignanesi.
Nel
convento, nel ‘600, funzionava un vero e proprio tribunale di pace: ora davanti
all’altare di S. Antonio da Padova[88],
ora davanti all’altare dello Spirito Santo[89],
ora nel chiostro, prope puteum[90].
Il
clima religioso di Appignano, nel XVII secolo, fin dall’inizio fu segnato dai
riflessi della riforma tridentina, che i frati interpretarono proponendo alla
comunità molte pratiche devozionali[91].
Ispirata ai richiami della povertà evangelica, è da leggere l’osservazione che
il rettore della parrocchia di S. Angelo di Appignano esprimeva sui francescani,
quando, ricordando le difficoltà del tempo, sottolineava che non potevano pretendere
la soddisfazione dei loro diritti economici, cum
vocentur fratres mendicantes[92].
Gli
esiti della Riforma Cattolica non tardarono a farsi sentire ad Appignano soprattutto
a livello laico. Infatti, oltre alle numerose donazioni investite in censi,
che continuarono ad affluire al convento, valga come esempio il consistente
lascito testamentario del famoso medico, Ippolito Liberini di Appignano[93],
è più significativo rilevare la trasformazione della partecipazione della comunità
alla vita della famiglia francescana, esemplata sul modello delle numerose adesioni
al terz’ordine. Particolarmente significativa a tale proposito, la contesa sorta
tra la società dei Cordigeri di Appignano e il governatore di Ascoli[94].
Terzarole, terzaroli, terzarolare e zoccolanti popolano gli atti notarili; essi
chiedono di essere sepolti negli spazi della chiesa di S. Francesco prima e
di S. Angelo dopo, a loro specificatamente riservati[95].
Dal
punto di vista strutturale purtroppo la chiesa, nella prima metà del ‘600, fu
gravata da seri problemi, nel 1636 i frati dovettero vendere una casa situata
“nella strada di sotto per riparare la ruina imminente della chiesa di S. Francesco”[96].
Purtroppo gli interventi operati nel maggio 1626 sulla struttura del convento,
pro servitio fabrice, non erano serviti a risolvere i problemi di
statica della chiesa[97].
Ma
ancor più grave della calamità naturale arrivò, con la riforma Innocenziana,
nel 1653, la soppressione, nonostante che il numero dei frati fosse corrispondente
alle disposizioni del papa, cioè sei[98].
Fu infatti la denuncia di povertà a far assumere la drastica risoluzione, anche
se, dall’inventario dei beni mobili del 20 aprile del 1653[99]
e dall’elenco dei beni redatto il 17 giugno del 1653 in occasione del conferimento
della parrocchia di S. Angelo al sacerdote Simone Filipponi de
Apponiano et seminarii nostri asculano magistro risulta che il convento
dotato di un patrimonio necessario e sufficiente alle esigenze quotidiane[100]
e i beni liturgici della chiesa di S. Angelo, officiata dai frati, fossero particolarmente
preziosi: oltre la Croce Santa e il prezioso reliquiario, le libbre d’argento
assommavano a diciotto[101].
Lo
sconforto e lo sgomento della comunità si fecero sentire quando, rimpiangendo
i frati ormai rimossi da quasi
un decennio, essa lamentava la mancanza di messe celebrate per il servizio del popolo d’Appignano perché non sonava
più l’Ave Maria a giorno, mezzogiorno, la sera et l’Ave Maria de morti e
anche perché ogni anno il giorno della
SS.ma Croce essi davano da
mangiare al
vice potestà, massari e reggimento d’Appignano[102].
Purtroppo
l’assenza dei frati durò ventuno anni, solo il 18 agosto 1673 essi ottennero
dalla Sacra Congregazione dei Vescovi Regolari, per intervento del cardinale
Omodeo, che, suppressum conventum […]
in oppido Apponeani, diocesis Asculane, ordinis fratrum minorum conventualium
Sancti Francisci, esse reducendum ad primierum statum […] cum
suis bonis, redditibus, pertinentiis ac iuribus universis[103].
La
disposizione del
rientro era stata comunque anticipata
da una supplica che la comunità di Appignano aveva rivolto al Consiglio dei
Cento e della Pace di Ascoli.
I
consiglieri, nella seduta del 24 marzo 1672, accoglievano l’istanza del popolo
d’Appignano rivolto alla città, a voler abbracciare la petizione di quel
popolo desideroso di rimettere colà il convento dei francescani, che, anni sono,
fu soppresso. A seguire la pratica furono incaricati due nobili deputati
ascolani: Giovanni Battista Ciucci e Carlo Grassi[104].
La presenza dei frati francescani nella vita sociale del castello di
Appignano riprese a scorrere. Ma la normalità fu drammaticamente interrotta
da nuovi imminenti disastri. Si trattò di far fronte a un nemico incontrollabile:
le frane; tutto il paese fu coinvolto; le rupi volte a mezzogiorno, interessate
dal fenomeno dei calanchi, cominciarono a smottare. Il disastro più totale lo
subirono la chiesa e il convento di S. Francesco.
La
prima denuncia della ruina è datata
23 giugno 1719. I frati scrivevano alla Sacra Congregazione dei Vescovi Regolari
un’accorata lettera per informarla: essersi in guisa tale avvicinata la ripe et il fosso S. Giovanni per una
parte alle mura del convento che temono di essere travolti sotto altre macerie[105].
Il
rimedio immediato deciso dai frati fu quello di trasferirsi presso una casa
presa in affitto, situata presso la chiesa di S. Angelo. Ma motivi di inopportunità
spirituale e materiale, segnalati dal vescovo di Ascoli, Mons. Marana, alla
sacra Congregazione dei Vescovi regolari, fecero assumere la risoluzione di
provvedere alla costruzione di un nuovo convento in un luogo più sicuro[106].
A
presiedere l’attività edificatoria fu il guardiano Angelo Tombini di Monte Filottrano
(1735). I cittadini di Appignano parteciparono con consistenti elemosine e prestazioni
d’opera gratuite ai lavori. Alla data del 15 settembre 1743 l’edificio era terminato.[107]
La
nuova sede era situata in un luogo più stabile, si trattava di una costruzione
ampia e ben organizzata. Il 19 giugno del 1808 il governo napoleonico soppresse
il convento di S. Angelo sotto l’istituto di S. Francesco dei Frati minori
Conventuali secondo il decreto dell’8 giugno dello stesso anno[108].
Acquisita
tuttavia dallo stato, per le soppressioni, fu sede comunale, poi fu sede scolastica,
rimasto in piedi fino ai recenti anni ’60, fu demolito e sostituito in parte
da un edificio polifunzionale[109].
Della
vicenda dei frati francescani di Appignano, qui cronologicamente esposta, restano
oggi comunque una tradizione diffusa e una memoria orale e viva, che fanno continuare
a chiamare la chiesa di S. Angelo: “La chiesa dei frati” e la croce donata da
papa Niccolò IV “La Croce Santa di Appignano”[110]
Note:
[1] P. G. GIOVANARDI O. F. M., Memorie minoritiche dal ms. Gambalunghiano D. IV 231 del sec. XVIII, cap. II, Custodia ascolana, Appignano, pp. 340-341 in Picenum Seraphicum, 1915-1916 (1).
[2] P. I. ALTOBELLI O. F. M. CONV, Genealogia Seraphica, Collegio S. Isidoro, Roma, ms. 17, (sec. XVII), c. 185r.
[3] G. PAGNANI, I viaggi di S. Francesco d’Assisinelle Marche Milano 1962, p. 30.
[4] Archivio Vescovile di Ascoli Piceno (AVAP). Visita pastorale di monsignor Ortolani, Congregazione Appignano del Tronto, (1899).
[5] Castiglioni 1985. Resti basamentali in conci di travertino dell’abside semicircolare della chiesa di S. Francesco al Gallo. (Foto L. Girolami).
[6] M. E. GRELLI, E. SANTONI, B. MONTEVECCHI, A. MULEO, La Croce Santa e i frati di S. Francesco in Appignano, Acquaviva Picena, 1999, pp. 23-29.
[7] FRA PAOLINO DA VENEZIA, in Chronologia magna, Biblioteca Vaticana, Codice Vaticano Latino 1960, f. 24v; FR. CONRADUS EUBEL O. F. M. CONV. Provinciale ordinis fratrum minorum vetustissimum secundum codicem vaticanum 1960 denuo edidit, Quaracchi, 1892.
[8] Archivio di Stato di Ascoli Piceno (ASAP), fondo Archivio di Sant’Angelo Magno (ASAM), cassetto XI, n. 16, 12 novembre 1298; R. GIORGI, Le clarisse in Ascoli, Fermo 1968, p. 141.
[9]
WADDING, Annales minorum, Tomo III, 1238-1255, ad Claras Aquas 1931, p. 97.
[10] GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit.
[11] BARTOLOMEO DA PISA O. F. M, Liber de conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in Analecta franciscana sive chronica aliaque varia documenta ad historiam Fratrum Minorum spectantia, IV, Ad Claras Aquas 1931, p. 37.
[12] A.A.V.V, Appignano nel medioevo, Ascoli Piceno 1955.
[13] GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, p. 34
[14]
AVAP, Bullarium, vol. 3, c. 115v.
[15] ASAP, Archivio Notarile di Ascoli Piceno (ANAP), Frammenti di Anonimo; cfr. G. FABIANI, Ascoli nel quattrocento, vol. II, Ascoli Piceno 1951, p. 90.
[16] ASAP, ANAP, notaio Vannicola Pellegrini, 10 marzo 1458, c. 25r.
[17] Ibid, 10 ottobre 1458.
[18] AVAP, Bullarium, vol. IV, c. 91v.
[19] AVAP, Quaternus processuum, c. 218v.
[20] R. AUBENAS, I prodromi dell’assolutismo pontificio e gli ultimi tentativi “universalistici” (1449-1464) in R. AUBENAS e R. RICARD, La Chiesa e il rinascimento (1449-1517), in Storia della Chiesa, vol. XV Alba (CN) 1995, pp. 53-54.
[21] ASAP, ANAP, copertina pergamenacea; cfr. C. CAPPELLI, G. DI FRANCESCO, A. FIORI, Regesti delle pergamene degli Archivi Vescovili e comunali di Teramo, Teramo 1978, p. 58: “Faccoltà d’assolvere da casi riservati, e dalle scomuniche, indulgenzie per la Crociata”.
[22] Cfr. supra, nota 19.
[23] Archivio Segreto Vaticano, (ASV), Reg. Lat. 336 (1436, anno 6), c. 161v.
[24] ASV, Reg. Lat. 466 (1450, anno 4, libro 4) c. 518v.
[25] ASV, Reg. Lat. 336 (1436, anno 6), cc. 161v-162r.
[26] Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno (BCAP), fondo G. Gabrielli , Taccuino n. 57 (1892), f. 64v.
[27] ASAP, ANAP, notaio Anonimo, 31 agosto 1426; notaio Antonio di Antonio Dionisi,19 settembre 1470.
[28] Ibid, notaio Vannicola Pellegrini, 28 febbraio 1470 Giovanni da Marino di Vanne sindacus compra fundicum nel castello di Appignano per conto [...] conventus et ecclesie sancti Francisci de Apponiano [...] da Giacomo di Antonio di Tommaso e di Giosia di Giorgia Saladini.
Si tratta del primo riferimento archivistico (notarile) che attesta la presenza dei frati di S. Francesco in […] castro Apponeani. Nel catasto urbano di Ascoli: ASAP, Archivio Storico del Comune di Ascoli Piceno (ASCAP), Catasti, 1458 volume 6, c. 216, gli eredi de Johanni de Salladino [...] ha casa e casareno [confinanti] da lato le cose de Santo Francesco.
[29] ASAP, ANAP, notaio Giovan Battista Vici, 19 giugno 1490.
[30] ASAP, ASCAP, Catasto di Appignano, anno 1474 vol. 7, c. 70r.
[31] ASAP, ANAP, notaio Giovanni Rodilossi, 15 ottobre 1568, c. 314v: […] omnes patres conventuales et sociales pro presenti anno existentes in ecclesia Sancti Francisci.
[32] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa... cit, pp. 54-64.
[33] ASAP, ANAP, notaio, Bernardino di Stefano Crocetti, 18 settembre 1508, c. 17r; 13 settembre 1538, c. 190r; notaio Ercole Iaconi, 30 novembre 1543, c. 78r; notaio Pietrangelo Cancellieri, 19 settembre 1553, c. 212v; notaio Vespasiano Bonamici, 16 agosto 1560, cc. 65r-v; notaio Giovanni Rodilossi, 15 ottobre 1568, c. 314v; notaio Luca Papa, 6 agosto 1585.
[34] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa…cit, p. 55.
[35] ASAP, ANAP, notaio Bernardino di Stefano Crocetti, 18 settembre 1508, c. 17r; notaio Lattanzio Rodilossi, 29 febbraio 1545, c. 4r; cfr. anche G. PARISCIANI, I minori conventuali delle Marche nel 1535, Capodarco di Fermo 1990, p. 147.
[36] Cfr. C’era una volta…Appignano Rinascimentale sec. XV-XVI, (dispensa) a cura di N. ALBERTINI, E. SANTONI, G. VIRGILI, Scuola Media “B. Carosi”, Appignano del Tronto, a.s. 1998/99, classe IIA.
[37] ASAP, ANAP, notaio Bernardino di Stefano Crocetti, 8 novembre 1535, c. 103r.
[38]
PARISCIANI, I minori conventuali cit,
pp.
30-31.
[39]
Ibid,
p. 141.
[40]
Ibid, p.
51.
[41] ASAP, ANAP, notaio Lattanzio Rodilossi, 29 maggio 1540, c. 287v. L’interesse per il canto liturgico in Appignano trova riscontro nella documentazione archivistica che attesta la nascita di vere e proprie scuole musicali, in particolare quella per l’educazione al canto gregoriano: cantus firmi; cfr. ibid, notaio Vannarelli Franceschini Polimante, 16 maggio 1553 e quella dell’insegnamento dell’organo e di altri strumenti: docere […] musicam, sonum organi, liguli et menacordi, in notaio Lattanzio Rodilossi, 2 agosto 1536. La sensibilità dei fedeli per incentivare ulteriormente l’attività organistica è testimoniata dal testamento di Aquilante di Domenico di Cola, di professione calzolaio sutor che, prima di ultra montem ad militarem artem adgredi, lascia un pezzo di terra situato in contrada S. Cassiano il cui frutto dispensetur pro salario dando sonatori organorum, in notaio Lattanzio Rodilossi, 2 giugno 1538, c. 36v.
[42] ALTOBELLI, Genealogia cit, c. 184v.
[43] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, pp. 67-75, passim.
[44] ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 6 agosto 1585.
[45] ASAP, ANAP, notaio Pietrangelo Cancellieri, 1 ottobre 1554, c. 56r; per quanto riguarda la pratica devozionale dei pellegrinaggi religiosi dei fedeli appignanesi cfr. N. ALBERTINI, E. SANTONI, S. TRIVELLI, G. VIRGILI, GIUBILEO 2000. Seguendo il Cammino, Appignano del Tr. 1999-2000 e ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 9 agosto 1570; notaio Ercole Iaconi, 12 settembre 1551, cc. 37r-39r. Antonius Bartholomei Petetti de Apponiano […] cum divino spiritu istigante peteret itinerum (sic) divi Iacobi galitie […]. L’atto viene rogato davanti la chiesa di S. Francesco, ante ecclesiam divi Francisci iuxta ac ibidem presentibus reverendis fratre Cola Iohannis Cole Rubei, fratre Gabrielle (sic) de Podio Canose et magistro Berardino Matthie de terra montis florum.
[46] ASAP, ANAP, notaio Pietrangelo
Cancellieri, 19 settembre 1553, c. 211v. I sindaci del convento della
chiesa di S. Francesco citati nell’atto corrispondono ai nomi:
Dotius Ciampinus, Adoardus Sermarini, Micuctius Priori,
Iohannes Iacobi Pape.
[47] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, pp.71-72; ASAP, ANAP, notaio Bernardino di Stefano Crocetti, 5 marzo 1516, c. 196v. Frater Marcus de Exio [guardiano del convento] e i sindaci della chiesa e del convento di S. Francesco stabiliscono di far realizzare aliquam cappellam nomine et vocabolo Sancti Rochi et Sancti Sebastiani. La devozione ai Santi Rocco e Sebastiano è da collegare alle ricorrenti epidemie di peste che travagliarono le Marche fin dai primi decenni del ‘500. Ad Appignano il primo riferimento esplicito risale al 1526, cfr. ASAP, ANAP, notaio Ioannangelo Ciccarelli, 12 maggio 1527, […] item quod tempore pestis de anno preterito dictus Marcus dispensavit [...]; cfr. anche GRELLI, SANTONI, La croce Santa cit, p. 59.
[48] ASAP, ANAP, notaio Lattanzio Rodilossi, 31 ottobre 1545, c. 40r.
[49]
Ibid, c.
39r.
[50] A. RODILOSSI, Appignano nella storia, nell’arte e nel foklore, Ascoli Piceno 1979, p. 234; tra l’altro Persio Rodilossi ebbe un figlio prete che il 21 marzo 1588 chiese di entrare nell’ordine di S. Francesco. La richiesta fu accolta da frate Evangelista Pellei: Concedimus ut petitur, et acceptamus supplicam ad nostram Religionem, cfr. ASAP, ANAP, notaio Luca Papa.
[51] Cfr. supra, note 40-41.
[52] G. FRASCARELLI, Memoria ossia illustrazioni della basilica e convento dei padri minori conventuali, Ascoli Piceno 1855, p. 226.
[53] ASAP, ASCAP, Consilia, vol. 72, 14 agosto 1586, c. 601.
[54] ASAP, ANAP, notaio Ercole Iaconi, 26 ottobre 1543, cc. 68v-69r; notaio Pietrangelo Cancellieri, 29 settembre 1552, c. 142r.
[55] ASAP, ANAP, notaio Ercole Iaconi, 30 novembre 1543, c. 78r.
[56] ASAP, ANAP, notaio Piertrangelo Cancellieri, 25 maggio 1554, c. 249r.
[57] ASAP, ANAP, notaio Anonimo, 11 novembre 1561.
[58] ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 21 dicembre 1566.
[59] ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 21 marzo 1588.
[60] ASAP, ANAP, notaio Stefano Cancellieri, 21 marzo 1576; notaio Luca Papa, 6 agosto 1585.
[61] ASAP, ANAP, notaio Adoardo Marini, 4 marzo 1621, c. 192r. Il riferimento al pozzo appare per la prima volta in questo documento, anche se probabilmente esso era già esistente, considerando la tipologia costruttiva dei conventi francescani.
[62] ASAP, ANAP, notaio Bernardino di Stefano Crocetti, 5 marzo 1516.
[63] ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 31 maggio 1581.
[64] ASAP, ANAP, notaio Stefano Cancellieri, 23 marzo 1582.
[65] ASAP, ANAP, notaio Giovanni Rodilossi, 15 ottobre 1568, c. 315r.
[66]
Ibid, c.
317r.
[67] ASAP, ANAP, notaio Giovanni Rodilossi, 26 febbraio 1573, carte sciolte.
[68] AVAP, Bullarium 13 febbraio 1413 e FABIANI, Ascoli nel quattrocento cit, p. 29.
[69] Cfr. ALTOBELLI, Genealogia cit.
[70] E. SANTONI, N. ALBERTINI, La terza visita pastorale di Appignano (17 maggio 1580), Ascoli Piceno 2001, p. 18.
[71] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, p. 75 e p. 77 nota 47.
[72] Visita Triennale del P. Orazio Civalli, in Picenum Seraphicum, 25 aprile 1915, p. 215.
[73] ASAP, ANAP, notaio Ascanio Antonelli, 30 maggio 1584, c. 253v.
[74] ASAP, ANAP, notaio Giovanni Battista Malaguzi, 27 aprile 1583.
[75] ASAP, ANAP, notaio Desiderio Cherubini, 21 agosto 1606, c. 133. Nel 1630 lo troviamo nella veste insolita di proprietario di un orto; Viridarium in ecclesia sancti Francisci; cfr. ASAP, ANAP, notaio Teodoro Sardi, 27 maggio 1630, c. 475r e padrone di più locali del convento di S. Francesco di Ascoli, Actum Asculi in mansionibus solite residentie ipsius patris fratris Luduvici in conventu sancti Francisci, ibid, id, 4 febbraio 1630, c. 110v.
[76] ASAP, ANAP, notaio Marcozzo Marini, 20 marzo 1637, cc. 79r e ss; notaio Teodoro Sardi, 4 febbraio 1630; 7 maggio 1630 passim; circa l’aspetto socio-economico e giuridico dei censi cfr. la voce: Censo in REZASCO, Dizionario del linguaggio italiano storico ed amministrativo, Firenze 1884.
[77] Cfr. supra, nota 53.
[78] ASAP, ANAP, notaio Adoardo Marini, 8 giugno 1627.
[79] RODILOSSI, Appignano nella storia cit, p. 234.
[80] ASAP, ANAP, notaio Claudio Cancellieri, 20 aprile 1653, cc. 46r e ss.
[81] BCAP, Fondo G. Frascarelli, ms. 100, c. 117v.
[82] Cfr. C’era una volta… cit, pp. 41-42.
[83] ASAP, ANAP, notaio Calisto Ventura, 19 novembre 1641, c. 43r.
[84] ASAP, ANAP, notaio Agostino Saccoccia, 10 marzo 1646, cc. 296v e ss.
[85] Il Baccelliere Giacinto
Ferri fu probabilmente nipote di quel Giacinto morto in Francia nell’anno
1646, di cui resta memoria nel testamento del figlio Baldo, rogato in lingua
francese e conservato tra le carte del notaio Agostino
Saccoccia cfr. ASAP, ANAP, 26 gennaio 1659, […] le
present testament de Mons. Balde Jean Baptiste Ferry fils deffunt seigneur Iyacinthe Ferry du village
d’Appignani in la mare danconne
en Italye.
[86] ASAP, ANAP, notaio Odoardo Marini, 23 marzo 1608, cc. 32 e ss.
[87] RODILOSSI, Appignano nella storia cit, pp. 142-143.
[88] Cfr. supra, note 54-55.
[89] ASAP, ANAP, notaio Odoardo Marini, 16 agosto 1607, c. 49v.
[90] ASAP, ANAP, Stefano Cancellieri, 8 agosto 1607. E’ interessante notare la conclusione del rogito: […] Actum in dicto castro Apponiani in conventu sive monasterio fratrum Sancti Francisci dicti loci et proprie sub porticibus inferioribus inter puteum et cenaculum sive refectorium.
[91] Cfr. GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, pp. 80-81.
[92] ASAP, ANAP, notaio Desiderio Cherubini, 20 ottobre 1607, c. 239v.
[93] ASAP, ANAP, notaio Odoardo Marini, 24 ottobre 1605, cc. 92r e ss.
[94] ASAP, ANAP, notaio Luca Papa, 11 febbraio 1602; la confraternita dei terziari, aggregata, authoritate superiorum maiorum Societati Cordoni fratrum minorum venerabilis ecclesie Sancti Francisci de Apponiano, apre un contenzioso con il governatore di Ascoli per la pretesa di eliminare i privilegi concessi alla confraternita dai precedenti papi.
[95] ASAP, ANAP, notaio Odoardo Marini, 12 dicembre 1614, cc. 96v e ss; 19 ottobre 1616 cc. 50v e ss; notaio Giustiniano Cancellieri, 18 dicembre 1640; notaio Giuseppe Pilotti, 13 marzo 1677.
[96] ASAP, ANAP, notaio Claudio Cancellieri, 5 agosto 1636, cc. 66 e ss.
[97] ASAP, Archivio Notarile di Offida, notaio Quinzio Ciarppelloni, 11 maggio 1626, cc. 234 e ss.
[98] L. MEZZADRI, I religiosi in L’Italia, Storia della Chiesa XIX/1, Le lotte politiche e dottrinali nei secoli XVII e XVIII (1648-1789), Cuneo 1991, pp. 59; 88-89.
[99] ASAP, ANAP, notaio Claudio Cancellieri, 20 aprile 1653, cc. 46r e ss.
[100] AVAP, Bullarium, 17 giugno 1653, cc. 31v-32r ss.
[101] AVAP, Congregazione di Appignano del Tronto, busta n. 27 (12 aprile 1741).
[102] Archivio di Stato di Roma (ASR), Buon governo, serie II, Busta 227, 7 marzo 1662.
[103] ASAP, ANAP, notaio Eugenio Pica, 18 agosto 1673, cc. 51 e ss.
[104]
ASAP, ACAP, Consilia, vol.
102, c. 113r.
[105] GRELLI, SANTONI, La Croce Santa cit, pp. 101 e ss.
[106] Ibid.
[107] Ibid.
[108] GRELLI SANTONI, La Croce Santa cit, p. 109.
[109] Ibid, p.109.
[110] Singolare in tal senso il documento del 13 agosto 1883, in cui all’oggetto si dice: “Parrocchia dei Santi Angelo e Francesco di Appignano” in ASAP, Subeconomato dei Benefici vacanti, Busta n. 237.