
Fabio Zanin
LA
RIELABORAZIONE DEL CONCETTO DI VIS
DERELICTA IN NICOLE ORESME
1.
Introduzione
1.1.
La necessità di una revisione della teoria dell’impetus
Annelise Maier
portò un contributo decisivo alle ricerche sulla scienza medievale,[1]
criticando la tesi di Pierre Duhem, secondo la quale l’impetus era un concetto equivalente alla moderna “accelerazione di
gravità”[2]
e reinserendo quella nozione nel contesto filosofico da cui era scaturita. Il
lungo saggio “Die Impetustheorie”, contenuto in Zwei Grunprobleme der Scholastischen Naturphilosophie, cinquant’anni
dopo, è ancora il punto di partenza della discussione; tuttavia, molti
commenti ad Aristotele dei protagonisti del
dibattito sull’impetus sono stati
nel frattempo pubblicati e alcuni di quelli già noti sono disponibili in
nuove edizioni,[3]
ed inoltre, all’epoca in cui la Maier compiva le sue ricerche, poco note
erano le opere di argomento “fisico” di Francesco de Marchia e di Nicole
Oresme, due dei più originali fisici del ‘300: allora quasi tutti i
commentari del primo giacevano in forma manoscritta e le Questiones
sulla Fisica del secondo erano
ritenute perdute.[4] Queste
ultime furono scoperte all’inizio degli anni ’60 del XX secolo e oggi
è disponibile una versione parziale a stampa col titolo Kommentar
zur Physik des Aristoteles, a cura di Stefan Kischner,[5]
che attualmente sta lavorando all’edizione del testo completo in
collaborazione con un’équipe di
studiosi di cui fa parte Stefano Caroti, uno dei maggiori esperti del pensiero
di Oresme. La versione disponibile comprende i libri III, IV e V, dove non è
discussa la teoria dell’impetus,
indagata invece in alcune questiones
del libro VI e nelle ultime quattro del libro successivo;[6]
le tesi che vi sono contenute sono così originali da spingere a riconsiderare
il contributo al tema qui discusso portato dal filosofo francese.
1.2.
La “matematizzazione” della dinamica aristotelica: il punto di
partenza per la revisione del problema
Il
problema dell’impetus è trattato marginalmente nelle Questiones sulla Fisica
di Oresme e, perciò, il nostro interesse potrebbe sembrare immotivato; ad una
lettura attenta emergono però, in alcuni passi sul rapporto tra forza movente
e resistenza del mobile al cambiamento, delle indicazioni sul metodo che egli seguiva nella risoluzione dei più intricati problemi in cui
si dibatte la fisica aristotelica, tra i quali c’è il moto dei proiecti, e che si configura come una “novità” nel panorama
della scienza medievale. Oresme si avvale di dimostrazioni di carattere
matematico facendo presente, come nessun altro nel XIV secolo, la necessità
di integrare l’indagine fisica dei fenomeni con quella matematica.
Ciò
è vero in particolare in relazione all’impetus
che è sottoposto ad un’analisi di tipo geometrico; anche Francesco d’Appignano,
prima di Oresme, nell’indagare il moto dei cieli, ritiene necessario
chiarire innanzitutto quale proporzione sussista tra la virtus
agens e la dispositio
patientis. Si tratta per entrambi di dimostrare
scientificamente (in senso aristotelico) che si coglie la natura delle cause e
degli effetti se e solo se
si conosce la proporzione che lega i due termini del cambiamento, ovvero
“matematizzando” la fisica; per quel che riguarda la “natura” dell’impetus,
i due pensatori partono da premesse simili, ma sorprendentemente approdano a
conclusioni nettamente contrapposte sull’azione di tale forza, e ciò è
dovuto proprio al fatto che si avvalgono di strumenti matematici differenti:
la distanza che separa le loro conclusioni è dovuta a due modi diversi di
intendere la proportio motoris ad
mobilem, che
spiegano perché Oresme rifiuti, rivedendo il concetto di vis
derelicta l’idea
di trasferire la “teoria dell’impetus”
al moto dei cieli; egli opera, lo precisiamo fin d’ora, una vera e propria rielaborazione
di quel concetto, poiché non ne elimina i tratti specifici che Francesco le
aveva attribuito, ma impone dei vincoli più stretti al rapporto tra vis
movens e mobile,
limitandone il campo d’azione.
2.
Vis derelicta e dinamica del
movimento
2.1.
Il “programma di uniformazione” dei moti terrestri e celesti di Francesco
d’Appignano
2.1.1
La natura della vis derelicta come
perno del “programma”
Il professor
Notker Schneider, nella monografia intitolata Die Kosmologie des Franciscus de Marchia,[7]
si sofferma a lungo sul dibattito sul “moto dei cieli” nell’Occidente
latino, in particolare nelle Scholae degli
Ordini Mendicanti, presentando così un quadro esauriente dell’orizzonte
concettuale sul quale si colloca l’intervento di Francesco d’Appignano.[8]
Il suo contributo originale consisterebbe nel tentativo di elaborare un
programma teorico di unificazione dei moti celesti e di quelli terrestri, che
da Aristotele erano stati invece tenuti separati, sia sul piano dinamico sia
sul piano cinematico:
Er
[Francesco] versucht nicht nur, die “virtus
causata in caelo”, die “vis
motrix” naeher und genauer zu bestimmen, sondern er nimmt diese
Bestimmung vor, indem er die Himmelsbewegung in Analogie zur Wurfbewegung
setzt und entsprechend die Kräfte, die das Projektil bewegen, auch im Himmel
annimt. Erst dieses Programm eines uniformen Kosmos, in dem „hic et ibi“
die gleichen Gesetzmässigkeiten gelten und wirken, das Programm, um es auf
den augenblicklichen Gegenstand zu beziehen, einer einheitlichen Mechanik der
himmlischen und der irdischen Körper, führt dazu, das die Präzisierung älterer
Gedanken eben nicht nur eine grössere begriffliche Genauigkeit ergibt,
sondern etwas Neues erzeugt, im vorliegenden Fall eine neue Theorie der
Bewegung oder doch wenigstens den Keim dazu.[9]
Schneider
indica proprio nella nozione di impetus
il perno del “programma”, poichè essa consente di pensare che i moti
celesti abbiano una “naturalità” che è loro peculiare: le loro cause
risultano per Francesco paragonabili a quelle dei proiecti
e, di conseguenza, a quelli terrestri in generale, in base ai principi della
fisica classica.[10]
L’impetus
o vis derelicta per Francesco d’Appignano consente innanzitutto di
spiegare come avvenga il moto dei corpi lanciati nell’aria, ad esempio una
pietra scagliata da una mano, che continuano a muoversi nonostante che siano
separati dal motore che li ha messi in moto.[11]
Tale evidenza empirica contraddice il principio-base della fisica
Aristotelica, che recita, com’è noto, “omne
quod movetur ab alio movetur”. Il moto dei proiecti
è un esempio di “cambiamento secondo il luogo”, una delle quattro forme
di mutamento secondo Aristotele, che, come le altre, dovrebbe tendere alla perfectio
di ciò che è in movimento, rappresentata in questo caso dal raggiungimento
del “luogo naturale”:
In generale, dunque, i movimenti
e gli stati di quiete sono contrari nei modi detti: ad esempio, il movimento
che va verso l’alto è contrario a quello che va verso il basso: infatti
queste sono relazioni contrarie in rapporto al luogo. Il fuoco è trasportato
in alto per natura, mentre la terra è trasportata in basso: questi due
movimenti sono fra loro contrari. Il fuoco è trasportato in alto secondo
natura, in basso contro natura; e il suo movimento secondo natura è contrario
a quello contro natura.[12]
Il
moto dei proiecti è difficilmente
inquadrabile nell’orizzonte teorico dello Stagirita, poiché si svolge senza
che la forza che lo ha determinato sia presente dopo l’avvio; la soluzione
di Aristotele era apparsa fin dall’epoca tardo-antica insoddisfacente,
attribuendo all’aria il ruolo di motore principale: essa, ricevuta una
spinta dal “motore primo”, che agisce sul corpo che è mosso, manterrebbe
quest’ultimo in movimento attraverso delle spinte successive che una parte
dell’aria imprimerebbe all’altra.[13]
Francesco, nel discutere tale problema nella questio IV, 1 del Commento
alle Sentenze, confuta la tesi dello Stagirita richiamando, in un passo
che ci è giunto mutilo, la considerazione fatta a conclusione del libro VIII
della Fisica[14]
secondo la quale, se un moto qualsiasi procedesse per spinte successive,
perderebbe la “continuità”, la sua principale caratteristica, e non
sarebbe più, perciò, un moto “unico”, ma “diversi” moti
giustapposti.[15]
La nota soluzione
dell’Appignanese consiste nell’affermare che i proiecti sono mossi da una vis
derelicta a motore primo, cioè da una forza impressa nel mobile dal
motore:
8a
et ultima conclusio affirmativa, quae sequitur ex praedictis, est, quod
huiusmodi motus est immediate ab aliqua virtute per modum actus primi
derelicta ab ipso motore, puta a manu, et hoc est sententia Philosophi et
etiam Commentatoris in fine 8i Physicorum, commento 27. Ista
conclusio sequitur ex praecedentibus, oportet enim dare aliquid quod sit causa
istius motus, sicut et cuiuscumque alterius effectus. Sed non potest dari
aliquid aliud, ut visum est, ergo etc. Sed tunc est dubium, ubi sit huiusmodi
virtus subiective, utrum videl. sit in corpore gravi moto vel in ipso medio,
et quid in se sit formaliter [...]. Hoc arguo et ostendo, quod huiusmodi
virtus prius sit in lapide vel in quocumque alio gravi moto, quam in medio.[16]
È
questa la forza che agisce quando una pietra è scagliata da una mano verso
l’alto e consente per un certo periodo al mobile di proseguire nella
direzione conferitagli. Tale soluzione solleva tuttavia molte domande relative
alla natura della vis derelicta, al luogo in cui sui trova durante il moto e al modo
in cui essa agisca.
La vis
derelicta a motore primo è presentata come una causa del moto locale del proiectus la quale non muove per
se, ma per accidens;[17]
essa è oggetto d’indagine nella questio
del Commento alle Sentenze
dedicata al problema se, nella consacrazione eucaristica, intervenga una
“causa strumentale” che, oltre a Dio, operi la trasformazione del pane e
del vino.[18]
Francesco afferma che il moto per se di
ciascun corpo è determinato dalla sua “forma naturale”, mentre quello
causato dalla vis derelicta è, di
conseguenza, violento; sottolinea, tuttavia, che la vis derelicta, configurandosi come una “causa intrinseca” del
moto locale, diviene per questo un principio naturale del movimento e muove in
modo “naturale”.[19] Essa presenta comunque
delle caratteristiche che la distinguono da una causa
naturalis proprie dicta: 1) innanzitutto è una forma
quasi media, cioè non è né una res
permanens, come una qualsiasi forma sostanziale o accidentale, né una res successiva, come il moto o il tempo; 2) in quanto tale, agisce
solo per un tempo determinato, poiché per la sua “natura instabile” è
destinata ad esaurirsi;[20] 3) infine, la vis
derelicta non spinge il corpo in una precisa direzione e non gli
conferisce alcune perfectio.[21]
È necessario passare ora al piano dinamico dell’analisi, per capire come
la vis derelicta sia impressa dal motore primo, dove si collochi in qualità di principio intrinseco del movimento e
in che modo agisca; emerge in
quest’ambito che per il versante matematico della questione il filosofo
italiano mostra una speciale attenzione: egli ritiene, infatti, che si debba
dare una corretta spiegazione della proportio
moventis ad mobilem, se si vuole chiarire in maniera definitiva il moto
dei proiecti, mettendo così in
rilievo il ruolo decisivo che la matematica acquista nell’analisi dell’impetus,
non tanto sul piano degli elementi astratti del movimento, quanto piuttosto su
quello della sua concreta realtà.
Francesco si
chiede se la vis derelicta sia
impressa dal motore nel medium
attraverso cui si attua il moto o nel mobile stesso ed opta per la seconda
alternativa, motivando la sua scelta con quattro argomenti: 1) la vis
derelicta è una forma priva di contrario, dal momento che indirizza il
mobile indifferentemente verso una direzione qualsiasi; non essendo per
se causa né di moto rettilineo, né di moto circolare, è adatta ad
essere ricevuta piuttosto nel corpo mosso che nell’aria: quest’ultima,
infatti, è un elemento semplice che possiede un “contrario” (cioè un
“principio di corruzione”) ed è di conseguenza meno adatta a ricevere la vis
derelicta di un qualsiasi mixtum,
come un proiectus che, invece, è magis
proportionatum a tale “forma accidentale”:
Magis enim forma mixti est
elongata a contrarietate quam forma elementaris, unde forma mixti comparata ad
formam elementorum habet rationem formae quasi mediae et neutrae respectu
illarum, sicut compositum respectu componentium. Ergo relinquitur quod magis
lapis vel quodcumque alius corpus mixtum est subiectum proportionatum
predictae virtutis quam aer vel quodcumque aliud elementum;[22]
2)
una pietra è suscettibile di ricevere in sé un principio di movimento come
l’impetus più dell’aria, come dimostrano i fatti stessi: la mano
muove l’aria solo muovendo la
pietra, la quale, dunque, riceve per prima la spinta (e con essa la vis
derelicta) per mettersi in moto;[23]
3) è definito “soggetto” di una forza ciò che si muove di un moto
proporzionato alla forza che lo trasmette: la pietra dell’esempio è tale
perché si muove in perfetta consonanza con la virtus
motiva;[24]
4) ciò che trascina un corpo in un luogo, accede a quello stesso luogo prima
di ogni altro elemento coinvolto nel movimento: appare chiaro che l’aria non
giunge per prima lì dove è indirizzato il mobile e quest’evidenza empirica
certifica che l’impetus è derelictus
a motore primo in mobili plus quam in medio: «Lapis defertur et movetur
per alterum, non tantum per aerem sive eius motum, sed etiam per motum sive
impulsum virtutis derelictae in lapide a primo motore».[25]
Tali argomenti non
impediscono di pensare che anche nell’aria si imprima l’impetus,
ma questo può accadere solo in un secondo momento e in misura trascurabile e,
comunque, sempre in linea col principio secondo il quale in natura esiste una
proporzione tra causa ed effetto che determina il modo in cui si passa dalla
prima al secondo e viceversa. Francesco si avvale di una metodologia di
carattere matematico per rispondere anche alla terza delle questioni
precedentemente sollevate, vale a dire quella relativa alla durata
dell’azione della vis derelicta.
Quest’ultima possiede un esse
permanens ad determinatum tempus, poiché, essendo una forma quasi media, è destinata ad esaurirsi;[26]
la misura della sua durata dipende dalla forza con la quale il primo motore
del processo ha dato inizio al movimento: quanto più forte è stata la spinta
in partenza, tanto più durevole sarà l’impetus.
Non si può rispondere a questo problema, dunque, rimanendo solo sul piano
ontologico dell’indagine. Un’analisi di tipo matematico consente di
spiegare, ad esempio, perchè si imprima una vis
derelicta maggiore in un corpo pesante rispetto ad uno leggero; per
mettere in moto il primo, infatti, ci vuole una spinta più grande che nel
secondo caso: «Huiusmodi virtus [scil. impetus]
permanet ad tempus aliquod secundum proportionem virtutis a qua derelicta est».[27]
Bisognerebbe tenere conto anche della resistenza opposta dal mobile e
dall’aria al moto di un proiectus;
anche in riferimento a questi dati la vis
derelicta risulta efficace secundum
proportionem resistentie, in ragione ovviamente inversa rispetto alla virtus
primi motoris.
2.1.2.
Impetus e proportiones nel moto dei cieli
Il “moto dei
cieli” è la chiave di volta dell’indagine sulla “natura” del motus.
Schneider trova espresso, in alcune questioni del Commento
alle Sentenze, l’intento di Francesco d’Appignano di uniformare quel
moto al movimento terrestre:
Ich
spreche dabei bewusst von einem “Programm”, denn die innovative Kraft
dieses Entwurfs ist bei Franciscus noch nicht Wirklichkeit geworden, wird es
auch bei Johannes Buridan nur in höherem, nicht in vollem Masse: die vollständige
Verwirklichung dieser Idee (die in ihrem Pathos ungenaue Floskel sei für den
Augenblick einmal erlaubt) beendet das Mittelalter. Betrachtet man diesen
Aspekt, so darf man sagen, dass die Philosophie des 14.Jahrhunderts den Keim
der Auflösung der Scholastik in sich trägt.[28]
Lo
studioso tedesco è del parere, insomma, che Francesco voglia dimostrare che
tutti i tipi di “moto locale” dipendono dagli stessi principi e seguono,
perciò, la medesima proportio tra vis movens e resistentia
mobilis, sebbene il modo in cui si attua nei cieli sia speciale: qui il
movimento, infatti, è causato a vi
derelicta a motore primo impressa, intendendo per “motore primo”
l’intelligenza che muove ciascun cielo.
È evidente, per
lo meno in relazione alla terra, che i cieli si muovano; siccome per uno
“scolastico” come Francesco la prima è immobile al centro
dell’universo, si impone come un problema di ordine fisico individuare la
causa del moto celeste. I cieli, composti di etere (una materia che non
subisce l’azione dei contrari), non sono soggetti a processi di generazione
e di corruzione; essi si muovono semplicemente di moto circolare e non
tendono, perciò, ad alcun “luogo naturale”: qual è la loro causa e di
che genere è la reazione che il corpo celeste le oppone? Francesco affronta
questi problemi nelle questiones II,
29-30 del Commento alle Sentenze,
dove si chiede, dapprima, “utrum
caelum sit animatum” e, di seguito, “utrum
caelum moveatur effective a principio intrinseco, puta a forma eius, vel
extrinseco, videlicet ab aliqua intelligentia”.[29]
Egli risponde alla prima delle due questioni, sostenendo che i cieli non sono
in alcun modo mossi da un “principio intrinseco”, poiché non sono mai
fuori dal loro “luogo naturale”, non tendono a raggiungere alcun termine
del moto e non acquisiscono una perfectio
qualsiasi in seguito al cambiamento determinato dal moto circolare,
essendo “perfetti” e dotati di un movimento “eterno” e “perpetuo”.[30]
I cieli non sono mossi nemmeno dalle intelligenze celesti, se esse sono intese
come dei “motori congiunti”, cioè in questo caso come delle “cause
estrinseche”, poiché altrimenti dovrebbe essere indicato, o a
parte motoris o a parte mobilis, il motivo che determina la loro congiunzione. Il
motivo non è rintracciabile, dal momento che, da un lato, se le intelligenze
si congiungessero ai cieli diverrebbero dei “principi intrinseci” e la
loro azione sarebbe limitata, mentre, dall’altro, la dispositio
mobilis (dei cieli) non richiede alcun motore che lo conduca alla perfectio.[31]
Francesco è del
parere che al problema sollevato ci sia un’unica risposta plausibile: i
cieli sono mossi dalle intelligenze celesti, tenendo presente che esse possono
agire in questo caso solo come “motori separati”, conferendo ai
“mobili” una spinta che li mette in movimento in senso circolare,
assecondando così la dispositio propria
dei cieli stessi. Tale movimento, tuttavia, è di natura strettamente
contingente, cioè frutto di una libera volontà:
Dico
quod haec motio non est causa necessaria.
Licet enim forma caeli sit nobilior quam forma elementi, tamen caelum non est
aptum natum privari suo loco sicut elementum. Et ideo non valet quod eius forma sit principium alicuius motus naturalis, quia
nec forma elementi, quando est in loco proprio naturali suo, est principium
alicuius motus naturalis, sed tantum quando est extra proprium locum suum. Et
ita non est simile de forma caeli et
elementi.[32]
Ciò
che mantiene i cieli in moto, dunque, è la “scelta” delle intelligenze,
che danno ai corpi celesti una “spinta” che li muove, l’impetus
appunto. Il moto circolare che ne deriva procede a velocità uniforme, poiché
la sua causa è una volontà immutabile che non incontra resistenza; inoltre,
essendo quel moto per se privo di
contrario, non è soggetto a corruzione, ovvero è eterno, senza un terminus
a quo e un terminus ad quem spaziali che lo limitino.[33]
Francesco precisa, nella questio 30,
che il moto dei cieli è “accidentale” in quanto “moto”, mentre in
quanto “circolare”, causato da una vis
impressa, avviene in modo naturale.[34]
È ora necessario
comprendere su quali basi Francesco giustifichi il “trasferimento” della
“teoria dell’impetus” dal moto
terrestre a quello celeste; ripercorreremo in primo luogo quanto è affermato
nella questio IV, 1 del Commento alle Sentenze e
passeremo poi a considerare la questio IX
dei Quodlibet, soffermandoci in particolare sull’appendice a
quest’ultima, pubblicata nell’edizione critica di p. Nazareno Mariani, che
comprende i primi due articoli della distinctio
secunda, questio III sempre del Commento
alle sentenze.[35]
L’oggetto della discussione è “come si produce e si attua il moto”, in
altre parole “qual è la velocità secondo cui quest’ultimo in generale
procede”, velocità che per Aristotele e Francesco è determinata dal
semplice rapporto tra vis movens e resistentia mobilis: la velocità del “moto locale” è
direttamente proporzionale alla forza agente e inversamente proporzionale alla
resistenza, ovvero F/R=V.[36] Ne deduciamo che la
velocità raddoppia se raddoppia F o se si dimezza R: la “teoria dell’impetus”
deve ovviamente accordarsi con questa proportio.
Nella questio
I del quarto libro del Commento alle
Sentenze si legge che il cielo è
mosso ab animo, cioè dall’intelligenza celeste dalla quale riceve una virtus
sive forma, un impetus che, pur
non essendo una “forma naturale”, gli inerisce formalmente.[37]
Tale affermazione è giustificata ricorrendo alla proportio cause ad effectum e alla correlata nozione di dispositio
mobilis: 1) nei cieli la dispositio
mobilis è tale da ricevere una virtus
che imprime un moto circolare;[38] 2) i cieli non potrebbero
ricevere un impetus solo se una loro
eventuale “imperfezione” glielo impedisse, ma, essendo massimamente
“perfetti”, ricevono al massimo grado quella virtus motiva; sono insomma proporzionati
all’azione del movente e non gli resistono affatto.[39]
È avanzata a questo punto un’obiezione alle precedenti argomentazioni: una
simile vis impressa dovrebbe essere
incorruttibile, dal momento che fuori della sfera lunare non si corromperebbe
né per l’azione di un contrario, né per la corruzione del soggetto che la
riceve e nemmeno, infine, per il fatto che viene meno l’agens movens, il quale è dotato di una volontà immutabile. Non
sembra possibile, insomma, che nei cieli le intelligenze diano vita a una virtus
incorruptibilis.[40]
Francesco replica in maniera imprecisa, sostenendo che la vis derelicta si può corrompere solo per cessationem agentis, dal momento che, nel caso in cui sia
impresso un impetus al mobile, il
moto prosegue per un tempo determinato e si esaurisce a causa
dell’imperfezione della vis derelicta stessa.
Il filosofo di Appignano non risponde, nella questio
IV, 1, alla domanda se l’impetus impresso
nei cieli sia incorruttibile; se fosse tale, esso sarebbe prodotto da una vis
principalis infinita, di cui Francesco non parla, limitandosi a
concludere: «Posset etiam forte dici quod huiusmodi virtus causata in caelo
esset incorruptibilis».[41]
È bene precisare
i termini del problema, prima di proseguire nell’analisi dei testi. Una vis
derelicta nei cieli dovrebbe essere incorruttibile, impressa
dall’intelligenza che muove ciascun cielo; ciò sembra non possa accadere,
visto che non si riesce ad immaginare una vis
principalis infinita che imprima un impetus
che non cessa e continua ad agire per l’immutabile volontà
dell’intelligenza e la mancanza di resistenza. È davvero impossibile
che ciò accada? Per rispondere a questa domanda abbiamo bisogno di
chiarire quale rapporto tra “motore” e “mobile” sussista nei cieli e a
che cosa rinvii il concetto di virtus
infinita. Francesco nella questio IX
dei Quodlibet, che è giunta mutila, discute due argomenti: «Utrum
virtus primi motoris sit infinita intensive» e «Utrum
infinitas intensiva primi motoris possit concludi ex infinitate motus»;[42]
ci si occupa, dunque, del “grado d’intensità” della potenza del
“motore primo”. Francesco afferma, nel primo articolo, che tale “motore
principale” ha una potenza infinitamente intensa, che comprende formalmente in sé tutti gli effetti che ne derivano;[43]
nel secondo, poi, analizza l’infinitas
motus, intendendola come il possibile effetto dell’infinitas intensive primi motoris:
Quanto
virtus est maior intensive, tanto potest movere idem mobile per maius tempus
et, e converso, quanto virtus est minor intensive, tanto potest movere idem
mobile per minus tempus, sicut patet de homine forti et debili; set virtus
primi motoris potest movere per tempus infinitum; ergo virtus est infinita
intensive; ergo ex infinitate motus potest probari infinitas motoris.[44]
Chiarito
questo concetto, afferma che si deve attribuire al moto dei cieli solo un’infinitas extensive, cioè un’illimitata estensione nello spazio e
nel tempo, ma non un’infinitas
intensive, poiché il grado della velocità (l’intensitas,
appunto) è finito, essendo il moto uniforme. Possiamo al limite immaginare
che una virtus finita aumenti
d’intensità all’infinito, ma la sua azione si esplicherebbe comunque in
un tempo determinato e, ad ogni istante, secondo un grado determinato: una virtus intensive infinita realmente agente, infatti, muoverebbe un mobile
infinitum per tempus quantumcumque modicum, tendente cioè
all’istantaneità: «Item, equalis virtutis est movere mobile infinitum per
tempus finitum et movere mobile finitum per tempus infinitum; set movere
mobile infinitum per tempus finitum quantumcumque modicum, est virtutis
intensive infinite; ergo similiter mobile finitum quantumcumque modicum
<per tempus infinitum> est virtutis intensive infinite».[45] Il moto dei cieli non è
evidentemente dovuto ad una virtus di
questo genere; da quale forza, allora, dipende?
Essa non può
essere né simpliciter finita, dal
momento che sarebbe tale se e solo se muovesse
più o meno velocemente il “mobile”, a seconda della resistenza che
incontra, né una vis derelicta a
virtute intensive infinita, che dovrebbe essere proporzionata alla sua
causa. Sembra che si debba concludere, dunque, che la vis
impressa nei cieli non derivi dall’intelligenza che li muove e non sia
incorruttibile. Un altro motivo per escludere questa eventualità è che una vis
infatigabilis (cioè infinita)
potrebbe muovere sia all’istante, sia in un tempo determinato, senza che
nessuna delle due alternative richieda che la forza agente abbia un’intensità
infinita, poiché un moto istantaneo e uno infinito non richiedono per se una virtus intensive
infinita;[46] il filosofo di Appignano,
di fronte a questa obiezione, risponde che i cieli sono mossi dalle
intelligenze per il tramite di una virtus
finita, che il loro movimento eterno dipende dalla virtus
primi moventis, mentre il motus in
tempore deriva per ciascun cielo dall’azione delle singole intelligenze
celesti.[47] L’articolo in questione
è purtroppo mutilo, ma la tesi che vi è abbozzata è ripresa negli articoli
primo e secondo della questio del Commento
alle Sentenze pubblicata dal p. Mariani come appendice alla questio
IX dei Quodlibet;
vi è presentata una terza obiezione, che coinvolge direttamente il principio
della proportio moventis ad mobilem
e che consiste nell’affermare che, se tra le “cause concorrenti” nel
movimento dei cieli non c’è proporzione (e così accade, visto che il moto
non incontra alcuna resistenza), non si danno le condizioni perché si attui
un “moto locale”:
Item,
quando ad unum effectum concurrunt due cause, quanto magis intenditur in
perfecione una causarum, stante reliqua causa in eadem disposicione, tanto
magis intenditur effectus; patet, quia effectus intenditur in sua perfecione
non solum ad intensionem utriusque cause, set eciam ad intencionem cuiuscumque
cause sue, set ad eundem motum concurrunt motor separatus et motor coniunctus
per te; ergo quanto magis intenditur motor separatus in sua virtute, stante
motore coniuncto in eadem disposicione, tanto magis intenditur motus in sua
velocitate; set motor separatus ponitur intendi in infinitum in sua virtute
motiva, ergo motus intendetur in infinitum in velocitate, stante motore finito
semper in eadem disposicione; ergo, non obstante quod iste motus est a motore
separato infinito mediante motore coniuncto finito, adhuc erit in instanti, et
ita sequitur propositum.[48]
Il filosofo di
Appignano afferma nel primo articolo che la dispositio
mobilis dei cieli costringe, per così dire, la virtus infinita ad agire secondo un grado determinato per uno spazio
e un tempo infiniti, cioè solo come virtus
infinita extensive.[49]
Questa soluzione si scontra anche qui con la più forte delle obiezioni
possibili: se la capacità del “mobile” di ricevere una virtus infinita è limitata quanto all’intensità, allora si deve
dire che non riceve l’azione di ciò
che lo dovrebbe muovere: il “mobile” riceve l’azione della virtus infinita, ma non si muove in maniera proporzionata.[50]
La risposta di Francesco si appoggia ad una distinzione introdotta da Averroé
nel capitolo 12 del Commento alla
Metafisica, nel quale si sostiene che, nel caso del moto dei cieli, il
motore principale è “causa separata” del movimento, mantenendo intatta la
sua virtus infinita intensive; ciò
che muove davvero i cieli è il “motore congiunto”, dotato di una virtus finita e dipendente dal primo:
Est
responsio Commentatoris, 12 Metaphisice, commento 41, quod ad primum motum
concurrit duplex motor, scilicet, motor separatus, qui est virtutis infinite,
et motor coniunctus, qui est virtutis finite, et ita primus motor ab alio
habet infinitatem extensivam duracionis, scilicet a motore separato qui est
infinitus, et ab alio habet velocitatem finitam intensive, scilicet a motore
coniuncto qui est finitus intensive.[51]
Il
motor separatus conferisce un’infinitas
extensiva al moto per il tramite del motor
coniunctus, mentre quest’ultimo per
se dà alla velocità una finitas
intensiva. Questa distinzione consente poi di chiarire come, in generale,
effetti finiti possano derivare da una virtus
intensive infinita: quest’ultima, infatti, contiene virtualmente tutti gli effetti che ne possono derivare, ma solo
alcuni ne seguono in successione, poiché la virtus
intensive infinita non esplica tutta la sua potenza a causa della “natura” corruttibile del “mobile”, ma ciò
non diminuisce la sua potenza, non patendo alcun “danno” da parte del
“mobile” stesso.[52]
Francesco non ha
spiegato fino a questo punto come collaborino motor separatus e motor
coniunctus nella produzione del movimento; pare, infatti, che sia ancora
una volta impossibile concepire una virtus
intensive infinita che agisca, dal momento che essa non è mai veramente
in atto. Si deve aggiungere, poi, che tra le forze dei due motori non esiste
alcune proporcio, secondo la quale
si strutturi la loro collaborazione per produrre un determinato effetto. Il
filosofo di Appignano ribadisce quanto aveva già affermato in precedenza:
l’azione del motor separatus è
contingente, cioè è dovuta alla sua volontà
di operare, che non esclude a priori
la possibilità di un moto istantaneo;[53]
dal momento che, tuttavia, è impossibile ex
parte mobilis et moti che si dia un moto istantaneo, la virtus
primi motoris è limitata volontariamente
ad agire secundum proportionem
mobilis. Francesco può così replicare, infine, anche all’obiezione
“più forte” (per usare le sue stesse parole), che è ripresentata nei
seguenti termini: se il “mobile” non è recettivo dell’azione della virtus
infinita (e tale non dovrebbe essere, poiché non c’è alcuna
proporzione tra motore e “mobile”), non si può pensare che all’origine
del moto dei cieli ci sia una virtus
infinita, poiché quel moto si produce per l’azione di una forza
costante, dotata di una determinata intensità.[54] Il filosofo di Appignano
chiarisce quale rapporto sussista, in generale, tra accidenti e sostanze,
prima di dare la sua risposta, ricordando che l’acquisizione di una “forma
accidentale” è la via che conduce il corpo che ne è “informato” alla
propria perfectio, ma se tale corpo
è di “natura” finita, un accidente non può mai condurlo ad una
perfezione infinita, sebbene possa farlo formalmente:
Sic
Deus posset suspendere ab illa forma accidentali respectu mobilis dependenciam
infinitam et ponere in ea solum respectum informacionis, ita quod illa mutacio
solum informaret subiectum mobile et non dependeret ab eo dependencia
infinita, et sic subiectum mobile non terminaret eius dependenciam infinitam,
quia non dependeret ab eo, set solum terminaret respectum informacionis, et
illud non requirit infinitam perfecionem in terminante, quia solum perfici
formaliter non venit ex perfecione perfectibilis, set magis ex perfecione
perficientis; terminare autem dependenciam venit ex perfecione terminantis.[55]
Un soggetto è perfectibile
infinite solo in relazione all’estensione e non all’intensità della
forma ricevuta; nel caso del moto dei cieli ciò significa che Dio
“sospende” il processo di infinito “perfezionamento” senza che la sua vis
infinita patisca alcuna diminuzione, poiché potrebbe sempre esplicare
tutta la sua potenza, senza contravvenire alle leggi del moto: il moto
istantaneo che ne deriverebbe, infatti, non richiederebbe alcun luogo nel quale o verso il quale attuarsi
successivamente, come si legge alle
linee 620-27 dell’articolo in questione.[56]
Francesco sostiene, in conclusione, che la virtus
primi motoris è infinita negative
sed non positive e, del pari, la velocità di un movimento è infinita
intensive solo in senso negativo o, per meglio dire, in senso positivo quantum ad velocitatem non ad motum.
2.1.3.
Considerazioni conclusive sul “programma” di Francesco d’Appignano
È stato messo in
luce, ripercorrendo le basi concettuali della “teoria dell’impetus” al livello della dinamica del moto, il ruolo cardinale
che il principio della proportio
virtutis ad resistentiam ha nelle argomentazioni usate da Francesco; pare,
insomma, che l’intero “programma di uniformazione dei movimenti” fondi
la sua validità su quel principium
proportionalitatis. Ciò equivale a dire che Francesco può usare la
nozione di vis derelicta per spiegare sia il moto dei proiecti, sia quello dei cieli perché in entrambi gli ambiti la
relazione che sussiste tra forza agente e resistenza del paziente è la proportio
citata; qualora quest’ultima subisse delle modificazioni, sarebbe
necessario rivedere l’intera “teoria dell’impetus” e ridiscutere il “programma di uniformazione” stesso. È
precisamente quello che fa Nicole Oresme il quale, modificando in maniera
decisiva la proportio virtutis ad
resistentiam, priva il “programma” di Francesco di ciò che ne
garantisce la validità e rielabora su nuove basi la nozione di vis derelicta, a partire da un’indagine di tipo matematico del
“moto locale”.
2.2. Nicole Oresme e la
rielaborazione del concetto di vis derelicta
2.2.1.
Oresme di fronte al “programma di uniformazione” dei moti
Nicole Oresme fu
un innovatore della scienza tardo-medievale per l’uso che fece della
matematica nello studio degli eventi fisici, ma contribuì allo sviluppo del
sapere scientifico in modo non sempre lineare, poiché talvolta rimane
ancorato all’orizzonte concettuale di Aristotele, come quando fornisce la
sua interpretazione della nozione di impetus,
della quale discute in tre opere diverse: le Questiones super de coelo[57]
e quelle Super libros physicarum[58]
(composte nel periodo in cui si trovava alla Facoltà delle Arti di Parigi,
intorno alla metà del ‘300) e il Livre
du ciel et du monde, l’ultima opera pubblicata in vita, che fu
completata nel 1377.[59]
La “teoria
dell’impetus” che propone non
presenta differenze sostanziali da un commento all’altro, ma è considerata
sotto tre punti di vista differenti, che potremmo grosso
modo definire “matematico” nelle Questiones
super libros physicarum, “cosmologico” in quelle sul Cielo e, infine, “dinamico” nel Livre;
in realtà i piani dell’analisi si intrecciano e si completano a vicenda in
tutte e tre le opere: nelle Questiones
super de coelo, per esempio, sono numerose le considerazioni di carattere
matematico.[60] Oresme rileva che è
impossibile attuare il “programma di uniformazione dei moti” di Francesco
di Appignano (senza mai, peraltro, nominare il filosofo italiano), ricorrendo
alla nuova regola della proportio
virtutis ad resistentiam, nota come “regola di Bradwardine” dal nome
del suo inventore, che la espose nel Tractatus
de proportionibus del 1328 e di cui discuteremo nel seguito, per spiegare
quelle evidenze empiriche che non concordano con la spiegazione che Francesco
dà del moto dei proiecti. Esse
erano già state messe in luce da Francesco di Mayronnis, il quale, come
ricorda Annelise Maier, nel suo Commento
alle Sentenze esclude che si possa affermare che quel moto dipenda da una vis
derelicta a motore così come
è intesa dall’Appignanese: se ne dovrebbe dedurre, infatti, che quella
specie di “moto violento” è, in tutti i casi in cui si verifica, più
veloce all’inizio che alla fine, dal momento che il suo grado d’intensità
tende a diminuire, ma ciò che i sensi attestano talvolta è esattamente il
contrario. Prendiamo ad esempio il caso dei proiecti
lanciati trasversalmente: il loro moto diviene progressivamente più veloce e,
dopo un certo periodo di tempo rallenta o, per usare le parole di Francesco di
Mayronnis, «[proiecta non moventur ab aliqua forma intrinseca quia] videmus
quod motus invalescit in distantia, quia quando est multo prope proicienti,
mobile debilius moveretur».[61]
La teoria è in contrasto anche con evidenze empiriche riguardanti il moto dei
gravi in caduta libera, poiché la loro velocità è progressivamente più
intensa fino a raggiungere il massimo grado alla fine; riferendosi a questi
casi, Oresme conclude che il moto dei cieli è di tutt’altra natura rispetto
a quello terrestre, dal momento che si svolge in assenza di resistenza e non
è incluso nei “limiti fisici” all’interno dei quali si può parlare di
“moto”. Le ragioni del rifiuto di Oresme, tuttavia, possono essere
comprese appieno solo alla luce della “regola di Bradwardine”, che è
necessario, dunque, esplicitare.
2.2.2.
La “regola di Bradwardine” e l’incompletezza delle regole del moto di
Aristotele
L’inglese Thomas
Bradwardine, il maggiore rappresentante degli Oxford Calculators, rivide nei suoi fondamenti la regola
aristotelica che determina il “valore della velocità” nel “moto
locale”; essa postulava che la velocità di un “mobile” dipendesse dal semplice rapporto tra forza agente e resistenza, comunque esse siano
intese, e che perciò forze costanti, in presenza di resistenze invariate,
producessero moti di velocità costante, come accade nei cieli.[62]
Bradwardine rileva, nel suo Tractatus de
proportionibus del 1328,[63]
che da tale proportio si ricava una
conseguenza irrealizzabile sul piano fisico, vale a dire che qualsiasi
forza può muovere con una determinata velocità qualsiasi
corpo, in presenza di una resistenza
qualsiasi: una forza agente di valore prossimo allo zero potrebbe dare così
vita ad un moto dotato di una certa velocità, vincendo una resistenza di
valore tendenzialmente infinito.[64]
Si coglie intuitivamente, tuttavia, che un moto è prodotto se e solo se la forza agente supera la resistenza che il
“mobile” le oppone e che la regola sopra citata, dunque, non spiega come
si attui realmente il “cambiamento secondo il luogo”. Bradwardine propone
la sua regola, dopo aver scartato
tutte le possibili correzioni che vi si potrebbero apportare, rendendo
manifesto come essa nasca da una discussione di carattere puramente matematico
sul valore esplicativo della “regola di Aristotele”: quella proposta dal
filosofo inglese, insomma, non fa direttamente riferimento al piano fisico dei
fenomeni, ma tuttavia li “salva”, poiché non contrasta mai il corso
naturale degli eventi. Bradwardine, inoltre, mette in rilievo, muovendosi su
questa strada, che la “velocità” di un “moto locale” non si
identifica solo con lo spazio percorso dal “mobile” nell’unità di
tempo, ma ha anche un aspetto, per così dire, “intensivo”: come chiarisce
H. Lamar Crosby Jr., curatore dell’edizione del 1955 del Tractatus
de proportionibus, il matematico inglese intende per “velocità” nella
sua regola l’intensitas moti, il
“grado istantaneo” di quella qualità che si acquisisce quando la forza
agente mette in moto il “mobile” stesso.[65]
La “regola di
Bradwardine” afferma che la proportio
velocitatum nel movimento segue la proportio
tra le forze moventi e le resistenze implicate nel cambiamento, cioè sono
in rapporto di proporzionalità diretta non la velocità e la forza (o la
resistenza, se la proporzionalità è inversa), ma il rapporto tra le velocità,
che variano nel moto, e il rapporto che lega la virtus motoris e la resistenza:
His
igitur ignorantiae nebulis demonstrationum flatibus effugatis, superest ut
lumen scientiae resplendeat veritatis. [...] Proportio velocitatum in motibus
sequitur proportionem potentie motoris ad potentiam rei motae. […] Sic
igitur patet ista conclusio: Proportio velocitatum in motibus sequitur
proportionem potentiarum moventium ad potentias resistivas, et econtrario. Vel
sic sub aliis verbis, eadem sententia remanente: proportiones potentiarum
moventium ad potentias resistivas, et velocitates in motibus, eodem ordine
proportionales existunt, et similiter econtrario. Et hoc de geometrica
proportionalitate intelligas.[66]
Cerchiamo
di spiegare cosa intenda dire il filosofo inglese: la velocità V1
di un “mobile” ad un certo istante è data dal rapporto F1/R1,
intendendo per F1 la vis
movens principale e per R1 la resistentia
mobilis; se la velocità inizialmente considerata varia, fino a
raggiungere il grado V2, l’aumento è dato dal rapporto V2/V1
ed è pari al rapporto (F2/R2)/(F1/R1),
cioè ad una proportio proportionum
della forza sulla resistenza nell’istante 2 e degli stessi elementi, coi
valori di cui erano dotati all’istante 1; secondo la “regola di
Bradwardine”, insomma, se la velocità raddoppia o triplica, significa che
è raddoppiata o triplicata la proportio
che lega il rapporto tra le velocità e il rapporto tra forza e resistenza
in momenti diversi (proportio
proportionum): se V2/V1=4, ad esempio, ciò
significa che F2/R2 è 4 volte maggiore di F1/R1,
ovvero è uguale a (F1/R1)4. Lamar Crosby usa
una formula moderna per chiarire questa argomentazione: V=logn
(F/R), ovvero nv=F/R, con n che indica il rapporto tra forza e
resistenza corrispondente al
rapporto tra le velocità in istanti diversi del movimento. Se ne deduce che,
se V=0, il rapporto F/R è uguale a 1, vale a dire che non si produce
movimento, mentre se poniamo V=3 (velocità triplicata rispetto ad un momento
precedente), F/R è divenuto tre volte più grande.[67]
La “regola” impone, inoltre, che all’inizio di ogni “moto locale”
sussista una proportio maioris
inequalitatis tra F ed R, vale a dire che, posti F=n ed R=m, n/m è tale
che n>m:[68]
F, infatti, deve poter superare la resistenza del “mobile” per mettere in
moto un corpo con una certa velocità. Esplicitiamo ora le principali
conseguenze della “nuova regola”: 1) essendo valida per qualsiasi “moto
locale”, non consente di immaginare che una velocità sia il risultato di
una forza qualsiasi applicata ad una resistenza qualsiasi; 2) poiché il
rapporto tra le velocità segue la proporzione dei rapporti variabili tra
forze e resistenze, il primo progredisce in maniera aritmetica, mentre la
seconda si sviluppa geometricamente, ovvero, se il rapporto tra le velocità
triplica, ad esempio, l’aumento corrisponde ad un elevamento al cubo di F/R;[69]
3) forze costanti danno origine non a moti di velocità costante, ma piuttosto
a moti di accelerazione costante: rimanendo sempre valido che “tutto ciò
che è mosso, è mosso da altro”, quando un “mobile” è in movimento la
forza F, che agisce invariabilmente sulla resistenza R, conferisce al corpo in
istanti diversi un un grado fisso (intensitas)
di velocità in tempi uguali. Lamar Crosby sottolinea che, per Bradwardine,
nel “moto locale” l’intensitas si
accumula, dal momento che è una qualità soggetta a variazioni graduali; la
“velocità” di un moto, in breve, è una specie di alterazione
qualitativa, che si verifica quando sussiste un certo rapporto tra forza
agente e resistenza del paziente.[70]
Nicole Oresme cita
spesso la “regola” nel settimo libro del suo commento alla Fisica,
laddove discute del modo in cui si produce la “velocità” nel movimento e
degli elementi implicati in un “moto locale”; egli la ritiene
indispensabile per chiarire la “natura” del moto stesso e, nella questio
VII 10, non esita addirittura a dichiarare che, se fossero vere, le
“regole del moto locale” presentate nella Fisica
di Aristotele condurrebbero a conclusioni false sul piano degli eventi
naturali, citando in proposito esempi che mostrano come rapporti uguali tra
forze e resistenze, e non semplicemente forze uguali, producano le stesse
velocità:
Secunda
[affirmativa falsa] est: si a movet b,
medietas a movebit ipsum b duplo
tardius, <quod est falsum>, quia, sicut prius, non oportet. Et patet
exemplo: si 10 trahunt navem, non oportet quod (add. si) 5 possint per se trahere alica tarditate; et probatio
demonstrativa poterit videri ex sequentibus per comparationem proportionum,
quia non oportet si a (del.
exd) excedat b alica proporzione, quod excedat duplum ad b vel quod eius medietas excedat b. Modo ad motum (del. requiritur
requiritur) requiritur excessus motoris.[71]
La
“regola di Aristotele” risulta valida solo nel caso in cui la velocità
raddoppi, dal momento che, da un punto di vista matematico, ciò si verifica
sia se raddoppia la forza, sia se si dimezza la resistenza.[72]
Oresme mette così in luce, nei libri sesto e settimo del commento alla Fisica,
il ruolo che le dimostrazioni matematiche hanno nell’indagine sulla natura:
esse rivelano le incongruenze di teorie troppo semplicistiche e circoscrivono
l’ambito fisico e concettuale all’interno del quale si può parlare di
“moto locale”, discutendo del quale, del resto, ci si riferisce
inevitabilmente alla “velocità” (intensitas
moti) secondo cui si produce. Il “moto locale”, insomma, avviene
quando sussiste una determinata proportio
maioris inequalitatis tra forza agente e resistenza, ovvero solo dove c’è
una resistenza alla vis moventis un
corpo si sposta da un luogo all’altro.
Si deve a questo
punto precisare che, quando Oresme parla di velocitas
nel commento alla Fisica, al pari di
Bradwardine si riferisce ora all’estensione
nello spazio e nel tempo del “moto locale”, ora all’intensità del moto stesso. Si dice, in un senso, che un “moto
locale” è più veloce di un altro
se copre più spazio nello stesso tempo (o, viceversa, lo stesso spazio in un
tempo minore), mentre nell’altro senso il moto di un corpo è più veloce se
ciò che è in movimento ha un gradus
intensitatis velocitatis maggiore in un istante rispetto ad uno
precedente. Queste precisazioni sono essenziali per applicare correttamente la
“regola di Bradwardine” non solo al “moto locale”, ma anche ai
cambiamenti secondo la qualità e secondo la quantità: un processo di
alterazione, ad esempio, è misurabile secondo la variazione del gradus
intensitatis della qualità acquisita in istanti successivi.[73]
L’impiego di una metodologia di questo genere, tuttavia, non conduce Oresme
oltre i limiti concettuali della fisica aristotelica; potremmo anzi sostenere
con buoni argomenti che si avvale della matematica proprio per consolidare
l’impianto teorico dello Stagirita, tenendo innanzitutto presente che con
“moto” s’intende sempre un processo continuo di eventi successivi
compresi tra un termine iniziale, in cui una forza agente dà origine al
cambiamento, e un termine finale, nel quale quel processo si compie. Il
filosofo francese è esplicito su questo punto, sia nelle Questiones
super de coelo, sia nel Livre du
ciel et du monde, dove intende il compimento del “moto locale” come lo
stato di perfectio raggiunto dal
mobile, diverso a seconda delle circostanze in cui il movimento avviene, ma in
ogni caso da identificare con la quiete e la stabilità raggiunte nel “luogo
naturale”. Alcune conclusioni, che sarebbero in contrasto col “corso
naturale” degli eventi, potrebbero essere ricavate da un’indagine di tipo
matematico: si può immaginare, ad esempio, che un moto aumenti d’intensità
fino a conseguire una velocità infinitamente elevata, o che si svolga in uno
spazio infinito per un tempo infinito. Oresme precisa che nulla vieta di
pensare ad un moto che acceleri o deceleri all’infinito, dal momento che ciò
non implica contraddizione, o addirittura che dei processi di cambiamento,
compresi entro certi limiti spazio-temporali, abbiano un’attuazione
infinita:[74]
ad esempio, se un “moto locale” si compie con una determinata velocità,
si può immaginare che, raggiunto il grado medio d’intensità, la velocità
diminuisca di un grado pari alla metà del livello precedente in tempi uguali,
non raggiungendo mai complessivamente il doppio della velocità inizialmente
considerata.[75] Tutto ciò è pensabile
ma non attuabile, poiché ogni “moto locale” prima o dopo termina, e perciò
si colloca solo sul piano dell’imaginatio
possibilis.
2.2.3.
Le premesse per una rielaborazione del concetto di vis
derelicta
La nozione di vis
derelicta, nel commento alla Fisica, aveva fatto una significativa apparizione: nella questio
VII 9 il filosofo francese dimostra in maniera a suo giudizio definitiva
la validità della “regola di Bradwardine”, sottolineando in primo luogo
che, se non fosse valida, non si potrebbe spiegare perché un “grave” «in
medio uniformi velocitaret motum».[76]
La semplice proportio aristotelica,
infatti, ci indurrebbe a pensare che, essendo sempre uguale nel corso del
processo del movimento la gravitas
essentialis del “grave” in discesa (la vis
movens) e costante la resistenza dell’aria, la velocità rimanga
uniforme; appare ai sensi, invece, un aumento della velocità di caduta che
diviene massima alla fine. Oresme spiega la discrepanza tra teoria e realtà
affermando che la potenza motiva non è la stessa in ogni istante; si deve
ipotizzare che, alla gravitas
essentialis, si unisca nel corso del moto di caduta una virtus
motiva aggiunta, definita impetus
acquisitus, sebbene non si possa escludere che intervenga semplicemente
l’aria a fornire delle spinte successive che consentono al moto di
proseguire:
Ad
tertiam, <cum dicitur> (ms. conceditur)
quod grave non velocitaret motum suum; dicendum quod ymo, quia non continue
est equalis potentia. Ymo quando velocitatur in fine, tunc, licet (del.
g) gravitas essentialis non augeatur, tamen ibi est additio virtutis
motive aut propter impetum acquisitum aut propter aerem insequentem
coadiuvantem motum.[77]
Queste
brevi note contengono alcuni dei termini essenziali della “teoria dell’impetus” di Oresme, che ha come punto di partenza l’obiezione,
mossa all’argomentazione di Francesco di Appignano a sostegno della nozione
di vis derelicta, secondo la quale
quest’ultima non si esaurisce, come previsto, ma si osserva piuttosto un
aumento della velocità del moto di un “grave” che scende verso il basso;
notiamo, poi, che Oresme parla, nelle Questiones
super libros Physicarum, della gravitas
essentialis come della “forma naturale” invariabile di un corpo che
precipita, inducendoci a pensare che essa sia distinta da una gravitas
accidentalis, la quale farà la sua comparsa nelle Questiones
super de coelo e sarà considerata come l’equivalente dell’impetus acquisitus.[78]
È necessario,
prima di fare qualsiasi considerazione ulteriore, aggiungere alcune
precisazioni fornite da Oresme nel commento in latino al Cielo di Aristotele, a proposito dei limiti delle potenze implicate
nel processo di cambiamento e del rapporto che lega, in ogni moto, la causa
all'effetto, da un lato, e le cause concomitanti dall'altro. Il filosofo
francese dedica ai “limiti delle potenze attive e passive” le questiones
I, 20-21,[79]
dove afferma che ogni “potenza attiva” è limitata da un minimum in quod non potest e da un maximum in quod non, mentre
le “potenze passive” (in generale la resistenza che si oppone al processo
di cambiamento) sono limitate da un maximum
a quo non potest pati a subiecto agente.[80]
Si tratta di definizioni in cui hanno un ruolo significativo i termini
negativi, e non potrebbe essere altrimenti, poiché tutte le forme di
“movimento”, tranne quello “sostanziale”, esistono solo nella successione e, dunque, non si può indicare (o pensare) un
primo e un ultimo istante del cambiamento; per Oresme, inoltre, un
“movimento” è confinato, a parte
agentis, dalla necessità di vincere una resistenza e, a
parte patientis, dalla dispositio
mobilis, che dev’essere adatta a ricevere l’azione di una forza
maggiore di quella che può opporre. Riemerge, insomma, la necessità di
precisare il rapporto tra i due tipi di “potenze” al fine di comprendere
correttamente come avvengano i fenomeni naturali. Il filosofo francese, poi,
formula nella questio 20 la regula naturalis del “cambiamento”, «omnis potentia potest illud quem perfecte assimilat sibi passum vel
effectum»,[81] dalla quale trae due
conseguenze: 1) l’effetto di un moto è eiusdem rationis potentie, cioè è assimilabile alla forza agente
e, di conseguenza, può all’occorrenza divenire causa
instrumentalis del processo di mutamento;[82]
2) ogni causa coadiuvante, considerata per
se, dev’essere dello stesso ordine “essenziale” della causa
principale.[83]
Potremmo dire che, per Oresme, dove c’è del “movimento”, lì c’è una
forza che agisce su un “paziente” in grado di accoglierne l’azione entro
i limiti posti dalla sua dispositio e
che, al termine del processo, il “paziente” è assimilato in modo
“perfetto” all’agente, vale a dire in maniera precisamente
determinata dal rapporto tra “potenze attive” e “potenze passive”
coinvolte, posto che non intervenga nulla a disturbare il processo stesso.[84]
Risultano chiari a
questo punto i motivi che spingono Oresme a rifiutare il “programma di
unificazione” di Francesco di Appignano, che stanno alla base della
rielaborazione della nozione di vis
derelicta. I moti celesti non sono “naturali” stricto sensu, sia perché non derivano da un “principio
interno” del mutamento (da una “forma sostanziale”), sia perché il
presunto movimento delle sfere celesti avviene in assenza di resistenza; dal
momento che con la prima affermazione concorderebbe anche Francesco, è la
seconda quella che divide le teorie dei due filosofi. Essa si riferisce,
ancora una volta, alla “regola di Bradwardine”: poiché ogni cambiamento
si attua solo in virtù di una forza agente che superi la resistenza
oppostagli dal corpo su cui agisce, e si sviluppa secondo la nota proportio
tra la variazione della velocità e la proporzione tra forza e resistenza,
se manca uno degli elementi che producono il moto, quest’ultimo non si
attua. Ogni movimento, inoltre, ha una durata ben precisa, che dipende dalla
qualità e dalla quantità delle cause in gioco, e il suo limite ultimo è il
raggiungimento della perfectio del
soggetto del cambiamento o l’esaurimento della vis
moventis, le cause fatigationis della
quale sono numerose (la separazione del motore dal “mobile”, la resistenza
del medium in cui si svolge il moto,
l’esaurimento della forza che spinge il corpo, come nel caso dell’impetus, etc…). Nessuna delle condizioni sopra elencate è data
nei cieli; lì, perciò, non vi è “propriamente” del moto:
Deinde
arguitur virtutis moventis quia virtus est separata a materia et movet sola
voluntate absque alio conatu, ut patet 12° Metaphysice, ita non habet conatum
remissibilem, unde in exemplo voluntas humana si posset facere quidquid vellet
facere et non indigeret alia virtute executiva illa esset infatigabilis quia
potest velle movere quantacumque velocitate.[85]
Oresme parla in un
certo senso di “naturalità” dei moti celesti con argomenti simili a
quelli di Francesco di Appignano, usandoli, tuttavia, proprio contro il
“programma di uniformazione”. Il moto circolare, afferma esplicitamente
Oresme, conviene “per natura” al cielo e la sua “naturalità” è data
dalla regolarità poiché, svolgendosi con velocità uniforme, è simile al
moto delle sfera del fuoco e dell’acqua, che sono trascinate dal movimento
delle sfere celesti.[86]
Il filosofo francese risponde inoltre, nel capitolo 13 del libro II,
all’obiezione secondo la quale l’evidenza empirica non certifica che i
moti celesti siano regolari, precisando che qui per “regolarità”
s’intende l’uguaglianza della velocità (isneleté
nel testo francese) di ciascun movimento
in porzioni uguali di tempo, non l’uguaglianza delle velocità di una
parte del cielo; in breve, ogni singolo movimento è per
se regolare ma, combinato insieme ad altri, dà luogo a variazioni e
irregolarità che non cambiano la sostanza delle cose:
Chascun
mouvement du ciel singulier ou simple, prins par soy, est simplement regulier,
si comme il appert par les raisons qui sont apres ou texte. Et le derrenier
ciel est meu d’un simple mouvement regulier, mais chascun d’autres qui
sont souz lui est meu de mouvement composé et mixte de pluseurs dont chascun
simple est regulier. Et ce mouvement composé est irregulier pour ce que les
simples dont il est composé sont environ divers centres ou sus divers poles
ou pour ces .ii. causes ensemble.[87]
Sono utili,
infine, altre considerazioni contenute nella questio II, 2 del commento in latino al Cielo, dove si rilevano molte somiglianze tra il modo in cui Oresme
concepisce il moto dei cieli e le conclusioni cui giunge a questo proposito
Francesco di Appignano, senza che perciò la distanza tra i due diminuisca:
non solo i cieli non oppongono alcuna resistenza ai loro motori, ma il
movimento circolare non opera alcuna divisione sul medium
in cui si svolge e non patisce di conseguenza alcuna resistenza estrinseca;[88]
ex parte motoris, poi, la forza
agente nei cieli è indivisibile, infaticabile e invariabile, ed essendo
completamente separata dalla materia muove in virtù della sua sola volontà.[89]
Finiscono qui i motivi di accordo tra Oresme e Francesco, dal momento che il
primo sostiene che proprio le caratteristiche appena elencate impediscono di
sostenere con argomenti “probanti” che i cieli siano mossi da un impetus;
se la forza agente, infatti, imprimesse nelle sfere o nei corpi celesti una vis derelicta, quest’ultima li muoverebbe istantaneamente, poiché
sarebbe dotata necesariaente di una virtus
intensive infinita: «Si celum moveretur ab aliqua virtute naturali, hoc
est non voluntaria que non haberet talem impetum ad motum circularem sicud
gravitas habet ad motum rectum, tunc celum moveretur subito quod est
impossibile».[90]
Oresme rifiuta decisamente, come appare evidente, la distinzione introdotta
dal filosofo italiano tra motor
separatus e motor coniunctus,
essendo resa inutile dalla
mancanza di qualsiasi resistenza nei cieli; non resta che concludere che il
moto celeste è meramente volontario,
come è sottolineato sia nella questio II,
9 del commento in latino al Cielo,
sia in quello francese al capitolo 13 del libro II:[91]
esso dipende dall’immutabile volontà dell’intelligenza che lo regola e
non segue alcuna proportio motoris ad
resistentiam. Oresme, al termine della sua lunga indagine sui limiti del
“moto locale”, ha dunque dimostrato che il “programma di unificazione”
di Francesco di Appignano è inconcepibile.
2.2.4.
La “teoria dell’impetus” di
Nicole Oresme
L’analisi di
alcuni passi estrapolati dalle opere di Oresme ci consente ora di comprendere
quale contributo egli diede alla scienza medievale, rielaborando la nozione di
vis derelicta che, intorno alla metà
del ‘300, aveva acquisito un ruolo insostituibile nella spiegazione della
caduta dei “gravi” e del moto dei proiecti.
Il limite più evidente della teoria di Francesco di Appignano concerneva il
contrasto tra il concetto di impetus,
come forma quasi media che tende ad esaurirsi, e talune esperienze che
attestano che né il moto dei proiecti lanciati
trasversalmente, né quello dei “gravi” in caduta libera possono essere
effetti di una vis derelicta così
concepita. La rielaborazione di Oresme si fonda su una revisione della
classificazione aristotelica dei “moti terrestri”, che dà all’impetus la sua giusta collocazionee e che è necessario
ripercorrere, prima di esplicitare per intero la sua teoria.
Aristotele aveva
diviso il “cambiamento secondo il luogo” in tre classi: 1) quella dei
“moti verso l’alto”, 2) quella dei “moti verso il basso” e 3) quella
dei “moti circolari”,[92] inserendo nella prima i
corpi la cui “forma naturale”, cioè il principio del mutamento, è la “levitas
essentialis”, nella seconda i corpi che sono condotti verso il basso
dalla “gravitas essentialis” e, infine, nella terza classe i “moti
celesti”. È noto che, per lo Stagirita, levitas
e gravitas sono determinate
dagli “elementi primi” (o “qualità primarie”) dei corpi terrestri,
due dei quali (l’aria e il fuoco) sono leggeri, mentre i rimanenti (terra e
acqua) sono pesanti; nessun corpo naturale, tuttavia, è formato da uno solo
di questi elementi, ma ciascuno è un mixtum
che comprende le “qualità primarie” in proporzioni
diverse e che, in virtù della predominanza dell’una o dell’altra,
tende al suo “luogo naturale” che è o la “sfera del fuoco”, o la
“sfera dell’acqua”, o la “sfera dell’aria” o il centro della
terra.[93]
I “moti locali” che tendono verso i “luoghi naturali” sono detti
“naturali” in senso proprio, mentre quelli che procedono nel verso
contrario, come il moto di una pietra verso l’alto (un mixtum
in cui prevale l’elemento “terra”), sono “violenti” e destinati
ad esaurirsi a causa della tendenza a dirigersi nella direzione opposta.
“Naturale” o “violento” che sia il moto, ciascun corpo “naturale”
si sforza comunque di giungere ad uno stato di quiete, che è raggiunto
stabilmente solo nel “luogo naturale”, dove il corpo stesso non può
essere detto né pesante né leggero;[94]
Oresme ricorda a questo proposito che, quando un subiectum si trova “al suo posto”, è dotato di una gravitas
solo potentialis, che è posseduta anche extra locum suum e che diviene actualis
quando si mette in moto:
Secundo
quia per idem principia descendit grave ad locum naturalem et quiescit in illo
igitur cum est in suo loco habet illam gravitatem per quam movebatur deorsum.
Iterum sicud tantum est per solum motum corrumpitur aliqua qualitas et
consequens ipsum grave, igitur in loco suo [grave] habet gravitatem
potentialem vel habitualem, non quod sit in potentia ad gravitatem quia iam
habet, sicud ad motum actus primi sed per eam non exit in actum secundum.[95]
La classificazione
dei “moti locali” di Aristotele non consente di distinguere il moto di un proiectus
scagliato orizzontalmente da quello di una pietra lanciata verso l’alto, che
per esperienza riconosciamo come diversi: il primo acquisisce un’intensitas
velocitatis via via maggiore, fino a raggiungere il massimo grado a metà
del percorso, per poi decrescere gradualmente fino ad esaurirsi, quando il proiectus
cade a terra; il secondo, invece, consegue il massimo grado della velocità
immediatamente e, di seguito, diminuisce gradualmente fino a diventare pari a
zero nel momento in cui la pietra comincia a scendere con moto accelerato. Si
tratta in entrambi i casi, in termini aristotelici, di “moti violenti”;
l’aumento graduale della velocità, d’altra parte, caratterizza anche il
tipico “moto naturale”, cioè quello di un “grave” che precipita al
suolo, il quale raggiunge la massima velocità alla fine. La revisione della
classificazione dei “moti locali” elaborata da Oresme consente di capire
come si generi la vis derelicta e come agisca. Sono distinte, nel capitolo 13 del libro II del
Livre du ciel et du monde, quattro
tipi di “moto locale”: 1) volontario, a cui appartiene il moto dei cieli;
2) il moto puramente naturale, la
cui origine sta nella “forma naturale” del corpo in movimento, che è
spinto verso il suo “luogo naturale”; 3) il moto puramente
violento, che è destinato ad esaurirsi perché si dirige contro il senso
di marcia impresso dalla “forma naturale”; 4) il moto non
puramente violento, come il moto dei proiecti
in senso trasversale, i quali, pur tendendo gradualmente a raggiungere il
suolo, si muovono per un certo tratto in modo “naturale”.[96]
Il moto puramente naturale raggiunge la sua massima velocità alla fine del
percorso, mentre quello puramente violento e il moto non puramente violento la
toccano rispettivamente in principio
e in medio. Resta ora da capire
perché sussistano queste differenze di comportamento; proprio affrontando
questa questione, Oresme completa la sua rielaborazione del concetto di vis
derelicta.
Ogni “moto
locale” inizia generalmente per la spinta che un corpo “naturale” riceve
da una forza agente; tale spinta provoca un’accelerazione iniziale, la quale
rimane costante nel caso in cui sia sempre uguale la proportio cause ad resistentiam, secondo la “regola di Bradwardine”;
poi, sia che il motore rimanga congiunto al “mobile”, sia che se ne
separi, il grado d’intensità del “moto locale” (la velocità) varia
secondo le modalità sopra elencate ma, nel secondo caso, interviene nel
processo di cambiamento, in sostituzione del motore principale, una causa instrumentalis, originata dalla spinta iniziale, che consente
la prosecuzione del moto: è la vis
derelicta o impetus acquisitus
che, causato da un’accelerazione
iniziale, è a sua volta causa delle ulteriori accelerazioni del moto verso il
basso di una pietra o di un proiectus
scagliato in senso trasversale; d’accordo con Francesco, il filosofo
francese colloca la nuova forza in
mobili, mentre ritiene che si trovi in
medio solo per accidens. Oresme
sostiene, nel capitolo 13 del libro II del Livre
du ciel et du monde, che per l’accrescimento dell’isneleté (cioè della velocità) è acquisita dal mobile una qualitas
motiva, detta force o redeur, termine quest’ultimo che potremmo tradurre con
“tensione”:
Et
posé que elle commençast a certain degré, ce ne seroit pas contre ce qui
dit est, car ceste pierrete conjointe a la mole fait .i. corps mobile avecques
elle, et un meisme mouvement est du tout et de sa partie; et cest mouvement
tout commença a non gradu pour les causes desus dites. Item, par l’accressement
de ceste isneleté est acquise et causee en la chose meue une qualité motive
nouvelle laquelle nous poons nommer force ou redeur, et ceste qualité ou
redeur fait aide en mouvement naturel et meut la chose meue
viole<n>tement quant elle est separee du premier moteur ou motif.[97]
Tale “nuova”
qualità opera come una vis agens del
movimento, aumentando a sua volta l’isneleté,
che da parte sua imprime nel “mobile” un impetus
maggiore del precedente e così via.[98]
Annelise Maier rilevava in questo processo di “azione scambievole” un
circolo vizioso, che consiste nell’affermare che un’accelerazione dà
origine ad un impetus che dà
origine ad un’accelerazione;[99]
salva auctoritate, ci permettiamo di
sottolineare che, stando alla lettera del testo, dovremmo dire non che
l’accelerazione è causa dell’impetus
e viceversa, ma che in occasione dell’accelerazione
si produce l’impetus stesso.
Oresme chiarisce questo punto al termine del capitolo 13, quando definisce
l’isneleté del moto di caduta una
“pesantezza accidentale”, che si aggiunge a quella “essenziale”,
“favorisce” l’incremento in istanti successivi della redeur
ed è da quest’ultima a sua volta consolidata.[100]
La vis derelicta così concepita,
poi, è implicata anche della decelerazione cui va incontro un proiectus il quale, lanciato in senso trasversale, abbia raggiunto
la sua massima velocità, o di una pietra scagliata verso l’alto, dopo la
spinta iniziale: in questi due casi, infatti, Oresme ipotizza che il
progressivo esaurimento dell’impetus
sia dovuto al contrasto tra l’azione della gravitas
essentialis, la “forma naturale” che inclina il corpo cui inerisce
verso il suo “luogo naturale”, e quella della gravitas
accidentalis, una qualità che si configura come uno “stato
momentaneo” in cui si trova il “mobile”. È entrata in gioco, dunque,
una nuova causa del movimento, che determina l’acquisizione dell’impetus
e sulla cui “natura” Oresme fornisce dei chiarimenti.
La gravitas
accidentalis è una qualità che non inerisce permanentemente al
“grave” (il substratum), ma vi
è associata quando si attua un movimento il cui motore sia separato dal corpo
che si muove; la gravitas essentialis,
invece, è associata necessariamente alla “forma naturale” del corpo
stesso. Quest’ultima non è sottoposta ad aumento o diminuzione, mentre la
prima aumenta o diminuisce per quattro cause fondamentali: 1) la posizione
nella quale il “grave” si trova: più è distante dal “luogo
naturale”, più il valore della gravitas
accidentalis è grande; 2) la distanza percorsa nel moto; 3) la figura
esterna del corpo in movimento: la gravitas
accidentalis, infatti, è acquisita in misura maggiore da un “mobile”
sferico in caduta che da uno piatto, poiché la resistenza opposta dall’aria
al primo è inferiore a quella opposta al secondo; 4) l’accelerazione del
moto.[101]
Oresme si sofferma diffusamente sul quarto punto, sostenendo che, per
l’aumento progressivo della velocità, il “grave” acquisisce un’habilitas (l’impetus,
appunto), definita anche fortificatio
accidentalis, che lo mantiene in movimento.[102]
La gravitas accidentalis, insomma,
si intensifica tanto più quanto più aumenta l’impetus.
La durata dell’azione di quest’ultimo dipende dalla direzione verso cui
spinge il corpo in movimento: se contrasta con la gravitas
essentialis, nel momento nel quale il motore principale si separa dal
“mobile”, l’impetus agisce
come unica causa, senza avvalersi
dell’appoggio della tendenza “naturale” del corpo ed è destinato ad
esaurirsi progressivamente. Si legge nel Livre
du ciel et du monde, al capitolo 13 del libro II, che la spinta iniziale
che mette in moto il “grave” gli conferisce un’isneleté
che dà origine all’impetus; l’isneleté
potrebbe essere definita, in questo caso, come la “gravitas
accidentalis in atto” di un corpo che, prima che quest’ultimo riceva
una spinta, era rimasta latente e che, se è “assecondata” dall’impetus, si rafforza ed è incrementata, mentre, viceversa, se
contrasta in qualche modo il moto “naturale” del corpo, si affievolisce in
concomitanza alla diminuzione dell’impetus:
Secondement,
quant la chose meue violentement est separee de tel instrument ou premier
motif, encore va l’isneleté en cressant, mais la generacion, enforcement ou
cressance de ceste isneleté vient en appetizant et finablement cesse, et lors
l’isneleté ne crest plus ne celle qualité ou redeur. Et commence le tiers
estat. Et lors la qualité naturelle de la chose meue, si comme est pesanteur,
fait appeticier ceste qualité ou redeur qui enclinoit contre le mouvement
naturel de la chose, et va le mouvement en retardant et la violence en appetiçant
et finablement cesse. [103]
L’isneleté
potrebbe essere immaginata come la “manifestazione fisica” della fortificatio
della gravitas accidentalis e
rende conto del motivo per cui il moto dei “gravi” verso il basso ha una
velocità più alta alla fine: in questo caso, infatti, la gravitas essentialis e la quella accidentalis collaborano nel muovere il corpo nella stessa direzione
e contribuiscono ad un incremento potenzialmente infinito dell’impetus.
Oresme immagina, addirittura, che, se sulla superficie della terra fosse
scavato un buco che la attraversi da parte a parte e che passi per il centro,
una pietra lasciatavi cadere precipiterebbe verso il suo “luogo naturale”,
vale a dire il centro stesso della terra, ma, una volta raggiuntolo, non si
arresterebbe, poiché l’impetus non
si esaurisce all’improvviso; la pietra proseguirebbe piuttosto, da quel
momento in poi, con un moto oscillatorio, superando in un verso e nell’altro
più volte il centro della terra, finché per l’indebolimento dell’impetus
non sia costretta a fermarsi.[104]
Il moto dei proiecti lanciati
orizzontalmente e quello della pietra verso l’alto, invece, sono esempi nei
quali la “causa prima” e la “causa strumentale” agiscono in maniere
opposte, provocando un esaurimento progressivo della spinta della seconda: nel
primo caso la forza motrice imprime al proiectus
un’isneleté che accresce
gradualmente la redeur, ma, dopo la
separazione del motore, l’isneleté stessa
tende a diminuire d’intensità, dal momento che la gravitas accidentalis non è più sostenuta da quella essentialis;
nel secondo, la pietra scagliata verso l’alto patisce immediatamente
l’azione ostacolante della sua “tendenza naturale” e, perciò, la redeur
si esaurisce più rapidamente. La quantità iniziale di impetus, in tutti i casi esaminati, dipende secondo Oresme da quella
dell’isneleté nel primo istante
del movimento, che a sua volta dipende dalla forza che agisce sul “grave”;
dal momento che, quanto è più grande la forza, tanto maggiore è l’impetus,
un corpo pesante è dotato nel suo moto di un impetus
maggiore di uno leggero, poiché c’è bisogno di una forza maggiore per
metterlo in moto: «Le coup est plus forte la ou l’isneleté est plus grande».[105]
Non resta che
capire, in conclusione, dove si debba collocare l’impetus sul piano ontologico; esso è definito, nella questio
II, 7 del commento in latino al Cielo,
una «qualitas de secunda specie, generata a movente mediante motu»,[106]
chiarendo solo nel commento alla Fisica cosa
sia una simile qualitas: essa è una
dispositio subiecti, un modus
se habendi inseparabile, sia sul piano fisico, sia su quello concettuale
dal soggetto cui inerisce, a differenza delle qualità di “prima specie”,
come il colore della pelle di un uomo o la sua professione.[107] L’importanza della
nozione di dispositio emerge nel Livre
du ciel et du monde, al capitolo 8 del libro II, dove Oresme afferma che,
per poter affermare che un corpo è in movimento, non è sufficiente fare
riferimento solo alla sua “disposizione esterna”, cioè al cambiamento di
posizione nello spazio rispetto agli altri corpi, ma anche al cambiamento
della sua “disposizione interna”; se ci attenessimo solo al primo
criterio, infatti, non potremmo sostenere con certezza che la terra è
immobile:
Et
encore appert par ce qui dit est que mouvement local est autre chose que le
corps ainsi meu, car c’est le corps soy avoir autrement en soy meisme ou
resgart de l’espace ymaginee immobile. Et tel mouvement est un accident et
non pas chose qui puisse estre separee de tout autre et par soy estant, car
c’est impossible – tel qui implique contradiction – mais est aussi comme
seroit la curvité ou la rectitude d’une ligne ou d’une verge, car telle
chose ne peut estre ymaginee sanz aucune subject.[108]
I
termini in cui è presentato il concetto di dispositio
non sono del tutto chiari; per portare un po’ di luce sarebbe necessario
ripercorrere per intero la discussione su cosa sia il motus, condotta nelle questiones
1-8 del libro III del commento alla Fisica
dove Oresme definisce il motus come
un modus se habendi rei aliter quam
prius, vale a dire che esso si identifica con le dispositiones
diverse nelle quali il “mobile” si trova successivamente nel corso del
movimento.[109] Si affaccia
nell’indagine di Oresme sull’impetus
una questione che si colloca al livello puramente ontologico dell’analisi:
se il motus e l’impetus sono dispositiones (modi
se habendi rei aliter successive) è indispensabile sapere cosa siano i modi
rerum, che sembrano, allo stato attuale delle indagini, non essere intesi
né come sostanze, né come accidenti simpliciter,
ma come accidenti inseparabili dalla sostanza alla quale ineriscono. Le
ricerche sulla “dottrina dei modi
rerum” è appena iniziata ed è condotta principalmente dallo studioso
italiano Stefano Caroti, che sta tentando di mettere in luce il legame che
unisce la nozione di modus agli
“aspetti matematici” che caratterizzano un corpo “naturale”;[110]
la rielaborazione del concetto di vis
derelicta da parte di Nicole Oresme potrà forse essere compresa
pienamente quando quelle ricerche avranno chiarito cosa egli intenda per dispositio
mobilis. Ci accontentiamo, per ora, di aver indicato, sulla base del
materiale a disposizione, la direzione lungo la quale il filosofo francese si
mosse per risolvere uno dei problemi più importanti della meccanica
medievale.
3.
Conclusione: fisica e matematica nella scienza tardo-medievale
Possiamo trarre
ora alcune conclusioni al termine della lunga indagine sulla nozione di vis
derelicta: in primo luogo, essa non si trasforma completamente nelle
“mani” di Oresme rispetto alla formulazione datane da Francesco di
Appignano, poiché i suoi tratti essenziali, sia sul piano dinamico, sia su
quello ontologico, sono ribaditi; secondariamente, la rielaborazione di quella
nozione contribuisce a chiarire le modalità d’azione della vis
derelicta stessa in quanto “causa strumentale” del cambiamento;
infine, l’analisi di Oresme è un punto di vista privilegiato da cui
possiamo cogliere come la “teoria dell’impetus”
risultasse ormai indispensabile, intorno alla metà del ‘300, per spiegare
non solo il moto dei proiecti, ma in
generale tutti i tipi di “moto locale”. Ciò non impedisce al filosofo
francese di rifiutare di estendere al moto dei cieli la vis
derelicta, a causa dell’assunzione delle “regola di Bradwardine” per
spiegare in via definitiva come gli elementi implicati nel movimento agiscano
e si influenzino a vicenda. L’uso insistito di quella “regola” svela un
aspetto importante della sua metodologia di ricerca, che non consiste solo
nell’applicazione dell’analisi matematica nello studio dei fenomeni
fisici, un fatto già di per sé importante, ma anche nell’impiego di
quell’analisi per difendere e chiarire i principi fondamentali della fisica
antica: insomma, dobbiamo ammettere che Oresme rinforza i fondamenti della
“filosofia naturale” di Aristotele, ribaltando la gerarchia delle scienze
delineata proprio dallo Stagirita, nella quale la matematica è subordinata
alla fisica, dal momento che si occupa solo degli aspetti astratti dei corpi
(la quantità e la continuità).
Il filosofo
francese opera una revisione dei principi del cambiamento e riduce
progressivamente gli elementi che vi sono implicati a quantità misurabili,
proseguendo su una strada che era già stata tracciata da Francesco di
Appignano e testimoniando che, nella fisica medievale, si stava facendo largo
una metodologia d’indagine che darà i suoi frutti nei secoli successivi. Il
concetto di vis derelicta subisce da
parte di Oresme una rielaborazione, che ne cambia alcuni connotati, ma non ne
muta la sostanza: si compie, per così dire, un processo di “alterazione
della dispositio della vis derelicta” e non uno di “generazione di una nuova forma”.
Ci auguriamo che l’indagine sulla nozione di impetus
fin qui condotta abbia messo in luce quanto importanti siano state le ricerche
sull’applicazione della matematica agli eventi fisici nella “Scolastica”
tardo-medievale e come la corretta comprensione della vis derelicta stessa dipenda dalla conoscenza dei risultati di
quelle ricerche.
The
correction of the notion ‘vis
derelicta’ by Nicole Oresme
Oresme corrects in
some of his “physics” works the “theory of impetus”, suggested by Francis of Appignano as the solution of proiecti’s
motion: grounded on “Bradwardine’s law” concerning the relationship
between motive force and resistence in local motion, the “new theory” of
the French physician conceives motus as
essentially of the earth, strictly limited, and so Oresme refuses to apply the
impetus as an exlanatory principle of heavens’ motion.
Oresme’s and
Francis’ “theories of vis derelicta”
show the basic role that mathematics had in late medievale Physics: in fact
both philosophers justify their demonstrations with the “proportion”
between motive force and the movable, of which they think in different ways.
Note:
[1]
Cfr. A. Maier, Zwei
Grundprobleme der Scholastischen Naturphilosophie: das Problem der
intensiven Grosse; die Impetustheorie, Roma, Edizioni di Storia e
Letteratura 19683.
[2]
Cfr. P. Duhem, Le
système du monde: histoire des doctrines cosmologiques de Platon a
Copernic, vol. VIII: “La physique parisienne du XIVe siècle
(suite)”, Paris, Henman 1958-73, p. 299: «Tel est, en quelques mots, la
bilan des acquisitions faites, par la Science mécanique des Parisiens,
entre le temps de Saint Thomas d’Aquin et le temps d’Albert de Saxe.
La Dynamique d’Aristote a été renversée de fond en comble; on a posé
les fondements d’une Dynamique que sera celle de Galilée, de Descartes,
de Pierre Gassendi, de Torricelli, en attendant qu’elle soit celle de
Huygens, de Leibniz et de Newton».
[3]
Citiamo a questo proposito solo le più importanti relativamente
all’oggetto della presente indagine: G. Buridano,
Il cielo e il mondo: commento al trattato “Del cielo” di Aristotele,
a c. di A. Ghisalberti, Milano, Rusconi 1983; J. Buridan, Expositio et
Quaestiones in Aristotelis “De coelo”, édition, étude critique
et études doctrinale par B. Patar, Louvain-Paris, édition Peeters 1999;
Albert de
Saxe, Expositio et Quaestiones in Aristotelis “Physicam”, édition, étude
critique et études doctrinales par B. Patar, Louvain-Paris, édition
Peeters 1999; Francisci de Marchia
sive de Esculo o.f.m.. Sententia
et compilatio super libros physicorum Aristotelis, critice editum a
Nazareno Mariani O.F.M., Grottaferrata, Editiones Collegii S. Bonaventurae
ad Claras Aquas 1998.
[4]
La scoperta fu fatta da Guy Beajouan nella Biblioteca Colombina di
Siviglia ed annunciata al secondo Congresso Internazionale di Storia della
Scienza nel 1962: cfr. G. Beaujouan,
“Manuscrits scientifiques médiévaux de la Bibliothèque Colombine de Séville”,
dans Actes du dixième Congrès International d’Histoire des Sciences (Ithaca
26 VIII-2 IX 1962), Hermann, Paris 1964, p.633.
[5]
Cfr. S. Kischner, Nicolaus
Oresmes Kommentar zur Physik des Aristoteles. Kommentar mit Edition der Quaestionen
zu Buch 3 und 4 der aristotelischen Physik sowie von vier Quaestionen zu
Buch 5, Stuttgart, F. Steiner Verlag 1997.
[6]
N. Oresme,
Questiones super Physicam,
Sevilla, Biblioteca Capitular y Colombina, ms. 7-6-30, ff. 67vb-71vb, ff.
76va-79vb.
[7]
N. Schneider,
Die Kosmologie des Franciscus de
Marchia. Texte, Quellen und Untersuchungen zur Naturphilosophie des 14.
Jahrhunderts, E. J. Brill, Leiden-New York-København-Köln 1991.
[8]
cfr. in particolare i capp. 3-4
e 6, intitolati rispettivamente “Ansichten über den Himmel bei
arabischen Philosophen”, “Die Lehrentwicklung in der Domenikanerschule”
e “Die Diskussion im Franziskanerorden” in Schneider,
Die Kosmologie, pp. 110-156 e
pp. 162-183.
[9]
Schneider, Die
Kosmologie, p. 236.
[10]
cfr. Schneider, Die
Kosmologie, p. 237: «”Natürlich” ist die Himmelsbewegung nur
insofern sie dieser geeignetheit entspricht. Dieser Minimalvoraussetzung für
eine natürliche Bewegung, dass nämlich die “Natur” des “mobile”
der Bewegung keine Widerstand entgegensetzt, kann durch die Theorie der
“virtus derelicta” eine weitergehende beigesellt werden. Die Bewegung
der Himmelskörper ähnelt nun der genuin “natürlichen Bewegung” der
“gravia et levia” auch darin, das sie von einem inneren Prinzip
bewirkt wird, wenn auch von keinem substantiellen, sondern nur
akzidentellen inneren Prinzip».
[11] La “teoria dell’impetus”, nella versione elaborata da Francesco di Appignano, è esposta compiutamente nel suo Commento alle Sentenze IV, 1, del quale a tutt’oggi non esiste ancora un’edizione a stampa. La questio che sarà esaminata è stata, tuttavia, pubblicata da Graziella Federici Vescovini in una miscellanea che contiene anche dei passi sulla nozione di impetus, tratti dalle opere di Buridano, Alberto di Sassonia e Marsilio di Inghen, alla quale ci riferiremo quando citeremo dei passi tratti da Sentenze IV, 1: G. Federici Vescovini (a c. di), La teoria dell’impeto: testi latini di filosofia medievale, a c. di G. Federici Vescovini, Torino, G. Giappichelli 1969, pp. 1-21.
[12] Aristotele, Fisica, V 6, 230b11-16, a c. di L. Ruggiu, Rusconi, Milano 1995, p. 281.
[13]
Cfr. Maier, Zwei
Grundprobleme, p. 120: «Denn dass die aristotelische Erklärung der
Wurfbewegung zu Schwierigkeiten und zu Widersprüchen mit der Erfahrung führt,
wurde schon früh erkannt. Duhem hat daraus hingewiesen, dass bereits der
Aristoteleskommentar aus der Alexandrinischen Schule der V. Jahrhunderts
Johannes Philosoponus eingehend Kritik an Aristoteles übt und angewissen
Erfahrungen zeigt, dass das Bewegungsprinzip unmöglich im Medium liegen
kann».
[14] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 4: «4a conclusio est, quod non est ab ordine partium medii se moventium successive. [...] Aliae aeris partes motae deferunt ipsum grave, et ita dicunt isti [scil. i sostenitori di questa tesi], quod licet iste motus non sit a manu, nec a forma gravis, nec etiam determinate ab aliqua parte medii, est tamen a toto medio indeterminate sumpto. Contra hoc arguit Philosophus in fine 8 Physicorum».
[15] cfr. Aristotele, Fisica, VIII 10, 267b9-16, pp. 477-79: «Ma vi è una difficoltà, se si ammette che è possibile che qualcosa che è in movimento muova in modo continuo, e non come se fosse mosso sulla base di spinte ripetute – per essere consecutivo in modo continuo. Infatti lo stesso motore deve spingere e attrarre, o tutt’e due le cose; o qualcos’altro cui accada un moto diverso causato da un altro motore, come è stato detto in precedenza parlando dei proiettili. Se l’aria o l’acqua sono divisibili, invece, esso muove, ma in quanto è a sua volta sempre mosso; in entrambi i casi non è possibile che il movimento sia unico, ma contiguo».
[16] Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, pp. 4-5, 7.
[17] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 11, dove Francesco concede una certa “naturalità” al moto causato dall’impetus: «Ponendo virtutem istam esse formaliter in lapide moto salvatur quod ipse lapis movetur aliquo modo per se, non per accidens ad motum aeris sicut nauta ad motum navis».
[18] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 1: «Circa primum quarti libri quaero primo utrum in sacramentis sit aliqua virtus supernaturalis insistens sive eis formaliter inhaerens».
[19] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 10: «Est duplex virtus movens aliquod grave sursum, quaedam motum inchoans sive grave ad motum aliquem determinans et ista virtus est virtus manus; alia virtus est motum exequens inchoatum et ipsum continuans et ista est causata sive derelicta per motum a prima».
[20] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 11: «Et si queratur qualis sit huiusmodi virtus, potest dici quod nec est forma simpliciter permanens nec simpliciter fluens, sed quasi media, quia per aliquod tempus permanens, sicut caliditas ab igne genita in aqua non habens esse permanens simpliciter sicut in igne, nec simpliciter etiam fluens ut calefactio ipsa, sed habet esse permanens ad determinatum tempus. Sic in proposito huiusmodi virtus permanet ad tempus aliquod secundum proportionem virtutis a qua derelicta est».
[21] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, pp. 10-11: «Nisi enim ponatur aliqua alia virtus a prima, impossibile est dare causam motus sequentis, ut superius est deductum, et ista virtus in quocumque subiecto ponatur continuat et exequitur motum secundum proportionem et modum quo determinata est a prima, et ista est virtus neutra non habens contrarium, cum exequatur motum secundum omnem differentiam positionis».
[22] Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 8.
[23] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 13: «Concedo quando motus aeris in oppositum superat virtutem proicientis, quando autem non superat, non revertitur, sed movetur ultra, et hoc per virtutem derelictam in lapide a virtute principali sive prima movente, quoniam sicut motus lapidis praecellit et excedit motum aeris ita et accessio virtutis derelictae in lapide a manu impellente ipsum excedit accessionem virtutis causatae in aere a movente ipsum. Non enim nego virtutem huiusmodi recipi etiam in medio, immo nec motus superat motum nisi quia una virtus superat aliam et ita agit sursius quam alia».
[24] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, ibid.: «Ex quo sequitur quod, quando lapis vel aliquod grave sive etiam leve movetur in medio, quod concurrunt ibi duo motus, videl. motus ipsius lapidis, qui est immediate a virtute derelicta in lapide, et etiam motus aeris, qui etiam facit licet non immediate ad motum lapidis: tam enim aer motus quam esse virtus lapidis causata in ipso ab impellente deferunt lapidem».
[25] Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 13.
[26] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 16, dove Francesco, dopo aver chiarito con abbondanza di particolari quale sia la “natura” della vis derelicta, ritorna all’esempio della pietra scagliata verso l’alto: «Consimiliter est in proposito de lapide moto sursum, quia enim grave habet formam naturalem, puta gravitatem inclinantem ipsum ad motum deorsum, ideo quantumcumque recipiat a manu virtutem ad motum contrarium, puta sursum, nunquam potest per illam assuefieri ad illum motum».
[27] Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 11.
[28]
Schneider, Die
Kosmologie, p. 236.
[29]
cfr. Schneider, Die
Kosmologie, pp. 41-49.
[30]
cfr. Schneider, Die
Kosmologie, p. 44: «Dico etiam quod, esto quod caelum esset causa
istorum viventium, adhuc propter hoc non oportet ipsum ponere animatum,
quoniam illud, quod eodem modo movet separatum sicut coniunctum,
consimiliter dat mobili virtutem concipiendi effectum, sicut si est
separatum, sicut si esset sibi per modum formae coniunctum».
[31]
cfr. Schneider, Die
Kosmologie, p. 48: «Omne necessario movens aliquid ad id primo movet,
ad quod primo sive magis aptum natum est illud movere, et illo habito
quiescit in ipso. Si ergo caelum vel eius pars aliqua est apta nata moveri
magis ad hoc quam ad illud, vel intelligentia est magis apta nata movere,
si necessario movet, sequitur quod ad illud primo movebit et illo
habito naturaliter ibi quiescit et violenter inde recedet. sed hoc est
falsum; ergo etc.».
[32]
Schneider, Die
Kosmologie, p. 49.
[33] cfr. Schneider, Die Kosmologie, p. 48: «Nec caelum ex natura determinatur ad movendum magis ad istam partem quam ad illam».
[34] cfr. Schneider, Die Kosmologie, p. 49: «Tunc ergo dico quod iste motus caeli potest comparari ad tria: vel ad principium effectivum eius, et sic est voluntarius; vel ad dispositionem ipsius mobilis in ordine ad motum rectum, et sic isto modo potest dici naturalis, quia caelum de se secundum dispositionem suae naturae est mobile motu circulari. Et ideo caelum isto modo movetur naturaliter, quia videlicet movetur motu quo aptum natum est moveri. Vel tertio potest comparari ad dispositionem mobilis, scilicet ipsius caeli, et hoc non in ordine ad motum rectum, sed in ordine ad motum alium circularem Et isto modo non est naturalis nec tamen violentus, sed neuter. Non enim est magis aptum natum moveri isto motu circulari quam alio».
[35] Francisci de Marchia sive de Esculo o.f.m. Quodlibet cum quaestionibus selectis ex commentario in librum sententiarum, critice editum a Nazareno Mariani o.f.m., editiones Collegii S. Bonaventurae ad Claras Aquas, Grottaferrata (Roma) 1997, pp. 544-560.
[36]
cfr. Aristotele, Fisica,
VI 2, 250a 1-7, pp. 383: «Sia dunque A il motore, B il mosso, C la
quantità di lunghezza secondo cui è mosso, D il tempo in cui è mosso.
In un tempo uguale una forza uguale A muoverà la metà di B, il doppio
della distanza di C, ma la distanza di C nella metà di tempo D: in questo
modo infatti vi sarà proporzione. E se la stessa forza muove l’identica
cosa in un tempo di una certa lunghezza, in metà tempo lo muoverà della
metà; e metà forza muoverà la metà in un tempo uguale».
[37] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 17: «Ex istis duobus conclusionibus quae positae sunt de instrumento artificiali et naturali videtur posse concludi quod caelum motum ab animo recipiat aliquam virtutem sive formam ab ipso neutram, accidentalem, aliam a motu locali, caelo formaliter inhaerentem».
[38] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 17: «Moventia inferiora imprimunt sive causant in hiis quae movent virtutem aliquam motum continuantem et exequentem, ergo multo magis illud movens imprimet huiusmodi virtutem in caelo, dummodo ipsum caelum sit capax sive receptivum ipsius, cum virtus ista non habeat contrarium».
[39] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, pp. 18: «Confirmatur quia quanto aliquod mobile magis est proportionatum moventi et minus resistit sibi, tanto magis est natum recipere et recipit influentiam eius, sed caelum minus resistit suo motori et magis est sibi proportionatum quam aliquid mobile hic inferius suo motori».
[40] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 18: «Praetera 2° si aliqua talis virtus causaretur in caelo, ipsa esset incorruptibilis. Probatio quia, si corrumperetur, vel corrumperetur a contrario vel per corruptionem sui subiecti vel ad cessationem agentis moventis. Non primum, quia non habet contrarium, nec secundum, quia eius subiectum est incorruptibile, nec tertium videl. ad cessationem agentis, cum talis virtus ponitur manere ad tempus cessante virtute ipsa movente, et ita eadem ratione semper poterit manere ipsa cessante, sed non videtur quod intelligentia possit aliquam virtutem talem videl. incorruptibilem producere, ergo etc».
[41] cfr. Federici Vescovini, La teoria dell’impeto, p. 21.
[42] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, pp. 281-290.
[43] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 282: «Individuum adequatum in perfecione nature inferiori est infinitum intensive positive, quia si albedo una numero haberet in se formaliter omnem racionem albedinis entem et possibilem, talis albedo esset infinita intensive; similiter esset de colore; ergo multo magis individuum adequatum nature extra genus quia conprehendit in se formaliter omnem perfecionem sue nature entem et possibilem, cum non sit possibilis alter Deus; ergo est simpliciter infinitum intensive positive».
[44] Francisci de Marchia Quodlibet, p. 283.
[45] Francisci de Marchia Quodlibet, p. 284.
[46] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, pp. 286-87: «Contra illa arguo, quod ex infinitate motus extensiva non possit conclusi infinitas virtutis intensiva, primo sic: omnis potencia infatigabilis, eadem virtute qua movet aliquid per unum instans, eadem virtute potest movere per tempus infinitum: patet, quia eadem virtus, manens eadem, semper potest in eundem effectum; virtus autem infatigabilis manet eadem in toto motu; ergo potencia infatigabilis, eadem virtute qua movet per unum instans, potest movere per tempus infinitum; set ad movendum aliquid per unum instans non requiritur virtus infinita intensive; ergo nec ad movendum aliquid per infinitum tempus requiritur virtus infinita intensive; ergo ex infinitate motus extensiva non potest concludi virtus infinita intensive».
[47] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 288: «Dicit Commentator, xii. Metaphysice, quod motus celi fit in tempore, licet non habe<a>t <a> primo motore qui est infinite virtutis, set <ab> intelligencia coniuncta que est finite virtutis; unde si primus motor moveret immediate celum, moveret ipsum in instanti, et ita motus celi ab alio haberet eternitatem, scilicet a primo motore, et ab alico alio quod sit in tempore, scilicet ab intelligencia».
[48] Francisci de Marchia Quodlibet, p. 547.
[49] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 552: «Causa continens infinitos effectus simul et pro simul, est infinite perfecionis intensive, set causa continens simul infinitos effectus non pro simul set pro tempore infinito, non oportet quod sit infinite perfecionis intensive, set requiritur quod sit infinite perfecionis extensive, quia secundum modum continendi, concluditur in causa modus perfecionis; continere autem infinitos effectus simul non pro simul, est continere eos in actu successive et in potencia simul, et ideo non concluditur nisi infinita perfecio extensiva».
[50] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 555: «Proprium obiectum mobilis virtutis infinite est mobile infinitum secundum magnitudinem, et similiter proprius effectus virtutis est movere in instanti, ut prius probatum est; ergo, si mobile infinitum et motus in instanti inplicat repugnanciam inpossibilitatis, sequitur quod virtus infinita intensive sit inpossibilis, et ita sequitur quod virtus prime cause non sit infinita intensive».
[51] Francisci de Marchia Quodlibet, p. 547.
[52] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 551: «Ad propositum potest dici quod omnis potencia, que patitur difficultatem, corunpitur in ordine ad effectum, quia in eo quod patitur difficultatem, soluitur eius proporcio ad effectum et continue per illam dificultatem magis soluitur proporcio eius ad effectum, set non oportet quod corunpatur in se, ynmo, manens in se formaliter incoruptibilis secundum omnem gradum suum, potest corunpi in ordine ad effectum secundum omnem gradum suum propter inproporcionem effectus».
[53] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 555: «Si prima causa moveret necessario, cum sit virtutis infinite, tunc posset movere mobile infinitum secundum magnitudinem, et tunc eciam moveret in instanti, sicud raciones concludunt, set quia movet libere secundum determinacionem sue voluntatis, que determinavit sibi mobile finitum et tempus finitum, ideo non sequitur quod posset movere mobile infinitum nec in instanti».
[54] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 558: «Set contra hoc est alia instancia fortior: nulla forma actu infinita intensive est receptibilis in subiecto finite capacitatis intensive, quia inter subiectum et formam debet esse proporcio; inter finitum et infinitum nulla est proporcio; set mobile finitum est finite capacitatis formaliter; mutacio autem localis facta in instanti est infinita intensive, ut sic est infinita intensive; patet, quia que proporcio virtutis ad virtutem in intencione, eadem proporcio accionis ad accionem; set virtuti infinite ad finitam nulla est proporcio; ergo accionis facte a virtute infinita ad accionem factam a virtute finita nulla est proporcio; ergo est infinita intensive; ergo non est receptibilis in mobile finito; igitur mobile finitum secundum magnitudinem non est mobile in instanti».
[55] Francisci de Marchia Quodlibet, p. 559.
[56] Cfr. Francisci de Marchia Quodlibet, p. 559-60.
[57] C. Kren, The Questiones super de celo of Nicole Oresme, 2 voll., Ann Arbor (Michigan)-London, University Microfilm International 1965.
[58]
Le questiones sulla Fisica
di Oresme sono conservate nel manoscritto 7-6-30, presso la Biblioteca
Capitular y Colombina di Se villa, dal quale riporteremo le citazioni
tratte dai libri VI e VII. Useremo a questo scopo la trascrizione
gentilmente offerta dal prof. Stefano Caroti dell’Università di Parma,
che insieme ad un’équipe di
studiosi composta dai professori Henri Hugonnard Roche, Stefan Kischner e
Jean Celayrette, sta curando l’edizione completa delle Questiones super Physicam. Attualmente ne è disponibile una
versione che comprende i libri III, IV e V, curata da Stefan Kirschner e
stampata nel 1997: cfr. Kirschner,
Nicolaus Oresmes Kommentar zur Physik des Aristoteles, cit. n. 5.
[59]
N. Oresme,
Le livre du ciel et du monde,
edited by A. D. Menut and A. J. Denomy, translated with an introduction by
A. D. Menut, Madison-Milwaukee-London, The Wiscounsin University Press
1968.
[60]
Kren,
Super de celo, vol. 1, I XIV («Utrum
possibile sit esse aliquod corpus infinitum mobile circulariter»), XV
(«Utrum possit esse aliquod
infinitum mobile motu recto») pp. 201-226, voll. 1-2, II 7 («Consequenter queritur utrum motus naturalis sit velocior in fine quamin
principio ») pp. 525-576, e III, 3 («Queritur
utrum forme substantiales elementorum intendatur vel remittatur, vel utrum
suscipiunt magis et minus») pp. 743-772.
[61]
Maier,
Zwei Grundprobleme, p. 197.
[62] Cfr. Aristotele, Fisica, IV 8, 215b 25-29: «Noi vediamo, infatti, che lo stesso peso e corpo si muove più velocemente di un altro per due ragioni: o per una differenza presente in ciò che viene attraversato, come ad esempio l’acqua o la terra o l’aria; oppure, se tutti gli altri fattori rimangono invariati, in quanto il corpo mosso è differente per un eccesso di pesantezza o di leggerezza».
[63]
Thomas of Bradwardine,
His Tractatus de proportionibus:
its significance for the development of mathematical physics, ed. and
transl. By H. Lamar Crosby Jr., Madison, University of Wisconsin Press
1961.
[64]
Bradwardine,
Tractatus de proportionibus,
tertia pars capituli secundi, 183-186, 248-264, pp. 94-98: «Sequitur de
tertia opinione erronea, quae ponit proportionem velocitatum in motibus (manente
eodem motore vel aequali) sequi proportionem passorum, et (manente eodem
passo vel aequali) sequi proportionem motoris. […] Ista
tamen positio est dupliciter arguenda: primo super insufficientia, secundo
super mendacio consequentis. Est
autem insufficiens quia non docet proportionem velocitatum in motibus nisi
in quibus est idem motor vel aequalis, seu idem mobile vel aequale. De
motibus autem ubi diversantur tam moventia quam mota, penitus nihil dicit.
Est autem ista positio ex mendacio arguenda, quia aliqua potentia motiva
potest movere aliquod mobile aliqua tarditate, et potest movere dupla
tarditate. Ergo (per istam positionem) potest movere duplum mobile. Et
potest movere quadrupla tarditate; igitur quadruplum mobile, et sic in
infinitum. Igitur quaelibet potentia motiva localiter esset infinita.
Similiter autem potest argui de quolibet mobili. Nam
quodlibet mobile potest moveri aliqua tarditate et dupla et quadrupla et
sic sine statu: igitur ab aliquo motore, et a suduplo, et a subquadruplo
et sic sine fine. Igitur quodlibet mobile a quolibet motore potest moveri».
[65]
Cfr. Bradwardine, Tractatus
de proportionibus, introduction, p. 44: «Velocity as an «instantaneous»
quality of motion is thereby clearly distinguished from velocity as a
simple function of time and distance. Needless to say, velocity of any
sort must be thought of in terms of distance and time, but the distinction
which Bradwardine here draws between quantitative and qualitative
velocities is actually the distinction which may be rendered, in modern
parlance, as that between V=D/T and V=dD/dT. Thus, in Bradwardine’s law,
which is primarily dynamic, it must be understood that V=dD/dT rather than
simply D/T».
[66]
Bradwardine, Tractatus de proportionibus,
capitulum tertium, 1-5, 44-50, pp. 110, 112.
[67]
Cfr. Bradwardine,
Tractatus de proportionibus,
introduction, p. 38-39, Theorems I-IX.
[68] Cfr. Bradwardine, Tractatus de proportionibus, capitulum tertium, 86-91, p. 114: «Omnis motus ex proportione maioris inequalitatis producitur, et ex omni proportione maioris inequalitatis fieri potest motus. Prima pars huius per primam et octavam tertii (suppositione proxima adiuncta) patebit. Seconda pars eius apparet eo quod omnis excessus motoris ad motum sufficit producendum (ut erit alibi demonstratum)».
[69] Per essere corretti, bisogna dire che Bradwardine non si spinge a fornire indicazioni così precise, ma si limita a dire quanto segue; cfr. Bradwardine, Tractatus de proportionibus, capitulum tertium, 51-59, 64-67, p. 112: «Seconda conclusio: Si potentine moventis ad potentiam sui moti sit dupla proportio, potentia motiva geminata movebit idem motum praecise in duplo velocius. Hanc estensive demonstres. Sit enim A potentia motiva dupla ipsius B potentiae resistivae, et sit C potentia motiva dupla ipsius A. Tunc (per primam conclusionem primi capituli) proportio C ad B est praecise dupla ad proportionem A ad B. Igitur (per proximam) C movebit B praecise in duplo velocius quam A moveat B. Et hoc est propositum. […] Quarta conclusio : si potentiae moventis ad potentiam sui moti sit maior quam dupla proportio, potentia motiva geminata motus eiusdem duplam velocitatem nequaquam attinget. Hoc per quartam primi capituli et per primam tertii concluditur ostensive».
[70]
Cfr. Bradwardine, Tractatus
de proportionibus, introduction, p. 50: «There is, however, a
critical difference between the ways in which “intensive” and
“extensive” magnitudes are acquired. A distance is traversed by a
moving body only by its leaving
behind the successive parts of that distance, whereas, in the
acquisition of successive parts of an “intensive” magnitude, the
intensive parts must, of course, be accumulated
by the body in question».
[71] Oresme, Super Physicam, VII 10, f. 79ra.
[72] Cfr. Oresme, Super Physicam, VII 10, f. 79vb: «Ad auctoritatem Aristotelis in oppositum potest dici glosando quod in uno casu regule sunt vere, scilicet si potentia movet a proportione dupla, dupla movebit duplo velocius, et similiter eadem movebit subduplum duplo velocius. Et potest dici quod sic intelligebat Aristoteles, vel forte est vitium in (del. s transba) translatione».
[73] Cfr. ad esempio quanto è affermato a proposito dell’alteratio nella questio VI, 6 («Consequenter queritur (add. utrum penes quid sit adtendenda velocitas in motu ad qualitatem et ad quantitatem. Et posset habere locum in quarto huius»), Oresme, Super Physicam, f. 69vb: «Tunc de proposito prima conclusio est quod in alteratione non actenditur velocitas penes extensionem veram, scilicet successionem. Patet per precedentem conclusionem, quia non est propria alterazioni, sed est simillis <cuique> (ms. : cuidamque) (iter. cuidam?) alterazioni et motu<i> locali».
[74] Cfr. Oresme, Super Physicam, VI, 4, f. 68ra: «Quarta conclusio est quod motus intensionis est <velocitabilis> (ms. velocius) sine fine. Probatur, quia sequitur proportionem ut dictum est, quia augetur in infinitum per diminutionem resistentie; modo in alica alteratione contrarium solum resistit vel distantia formalis ymaginata, et illud est diminuibile in infinitum, quia totaliter potest tolli. Ergo proportio et velocitas in infinitum possunt augeri».
[75] Cfr. Oresme, Super Physicam, VI, 8 («Consequenter queritur utrum motus infinitus possit fieri in tempore finito»), f. 71rb-va: «Tunc infero corollarie: primo, (del. licet) non sit possibile naturaliter, tamen (corr. ex tantum) supernaturaliter medium potest sic disponi et tale mobile aplicari, quod, si duraret mobile in eternum et talis dispositivo in eternum, moveretur motu recto super illud spacium finitum; et hoc propter hoc fieret posito quod medium foret uniformiter diforme terminatum inferius ad resistentiam equalem potentie mobilis positi superius. Et tunc secundum partes proportionales spatii remicteretur velocitas, ita quod tantum ad pertranseundum secundam apponetur sicut primam, et similiter sicut tertiam, et sic de aliis vel equivalenter».
[76] Cfr. Oresme, Super Physicam, VII, 9 («Consequenter queritur utrum velocitas motus sequatur proportionem potentie ad resistentiam»), ff. 78ra-rb: «Et arguitur quod non. […] Tertio sequitur quod grave in medio uniformi non velocitaret motum (del. ti) suum, cuius oppositum patet ad sensum, et patet per Aristotelem primo Celi. Et patet consequentia, quia cum gravitas esset eadem, et etiam resistentia uniformis sempre esset eadem proportio, et per consequens eadem velocitas. […] Velocitas sequitur proportionem potentie motoris ad potentiam sive resistentiam rei mote, sic quod velocitas augetur et diminuitur proportionaliter secundum augmentum et decrementum talis proportionis, et est proportio velocitatum sicut proportio valium proportionum. Et intelligo proportionem maioris inequalitatis, id est maioris termini ad minorem, quia sempre potentia motoris est maior».
[77] Oresme, Super Physicam, VII 9, f. 78rb.
[78] Cfr. Kren, Super de celo, II 7, 378-392, p. 563: «Ex hoc sequitur tertio quod grave in motu naturali acquirit quendam impetum seu fortificationem eo quod incipit velocitando. Et ista habilitas quandoque vocatur ab Aristotele gravitas accidentalis sicud tangitur primo huius, tamen proprie non debet dici gravitas nisi respectu motus deorsum quia aliquando eadem habilitas iuvat aa motum lateralem vel ad motum sursum. Istis positis, dico quod ista est causa velocitationis gravis in fine quia ex eo quod velocitatur in principio, acquirit talem impetum et iste impetus coadiuvat ad movendum et deinde fit virtus maior, igitur ceteris paribus est motus velocior et quod ista sit causa probabilis est propter experientias iam dictas et quia alie cause que possent ymaginari sunt reprobate».
[79] Cfr. Kren, Super de celo, I 20 («Utrum quelibet potentia activa determinaretur per maximum in quod potest») e 21 («Utrum quelibet potentia passiva terminaretur per minimum a quo potest pati»), pp. 295-370.
[80] Cfr. Kren, Super de celo, i 21, 56-61: «Secunda conclusio est quod quelibet potentia passiva terminatur ad maximam potentiam a qua non potest pati, et potest probari ex precedente conclusione, quia ex quo ab aliquo potest et ab aliquo non propter magnitudinem et non est dare minimam a qua posset, igitur est dare maximam a qua non potest».
[81] Kren, Super de celo, I 20, 331-333, p. 329.
[82]
Cfr. Kren, Super de celo, I 20, 331-339, p. 329: «Respondetur et est una
conclusio seu regula naturalis, scilicet quod omnis potentia potest illud
quem perfecte assimilat sibi passum vel effectum et quelibet pars eius est
eiusdem rationis cum illa potentia sicud est de igne. Et hoc probatur quia ex quo pars effectus producta est eiusdem rationis cum
producente et omnino similis in specie et in gradu, statim sequitur quod
potest producere et adiuvare illud producens».
[83]
Cfr. Kren, Super
de celo, I 20, 296-301, p. 325: «Tunc de primo est conclusio quod
nulla talis potentia potest aliquid se sola producere ita quod non
concurrat aliqua virtus eius ordinis. Probatur quia A ignis producat
aliquam partem ignis, tunc statim illa pars coadiuvat alia producendum
aliam similiter illius partis prime».
[84]
Cfr. Kren, Super
de celo, I 20, 356-363: «Omnis talis potentia eo quod est naturalis
agit secundum ultimam virtutem et secundum totum conatum, igitur cum
circumstantiis positis facit maximum effectum quam potest facere, sicud
luminosum producit in medium maximum lumen quod potest cum tali
resistentia et etiam si non esset resistentia, producere maximum quod
posset et finitum et ita de calore vel virtute magnetis et similibus».
[85]
Kren,
Super de celo, II 2, 70-76, p.
451.
[86]
Cfr. Oresme, Le
livre, I 4, 60-76, 101-105, pp. 70-74: «Et selonc ce qu’il appert
ou comment, les paroles d’Aristote sont fortes et obscures, mais pour la
chose entendre, je di que mouvemens sont de .iii. manieres. Un est naturel,
si comme du feu droit en haut; l’autre est pur violent contre nature, si
comme du feu droit en bas; l’autre est ne selonc nature ne contre
nature, mais hors nature, si comme le feu en son lieu ou en son espere
estoit selonc partie meu en travers. Et Aristote use yci aucune foys de
ceste mot hors nature pour pur violent et qui est contre nature Je di
donques que il a prouvé par la rayson devant mise que mouvement
circulaire n’est pas naturel a quelconques des .iiii. elements, et pas
ceste seconde il voult monstrer que a nul element cest mouvement n’est
pur violent et contre nature, quar chascune element a un mouvement
contraire au sien naturel, si comme mouvement droit en bas est contraire
au mouvement naturel du feu. Et donques mouvement circulaire n’est pas
contraire au mouvement naturel du feu, quar une chose n’a pas .ii.
contraires, mais un tant seullement quant est de parfaite contrarieté, si
comme sont contraires tres chaut et tres froit, quar ce qui est tiede est
contraire a touz ces .ii. de contrarieté imparfaite. […] Et le
mouvement qui est premier par nature est du corps qui est premier par
nature. Et mouvement circulaire est premier par nature que n’est
mouvement droit. Et convient que tel mouvement circulaire soit d’aucune
corps simple, et les corps simples de <c>i bas, si comme sont feu et
terre, ont mouvement droit et nous avons dit devant…».
[87]
Oresme,
Le livre, II 13, 26-32, p. 412.
[88]
Cfr. Kren, Super
de celo, II 2, 87-91, p. 453: «Iterum arguitur ex parte motus quia
nullum mobile, scilicet quod movetur circulariter quantum est de se potest
moveri cum fatigatione quia non habet resistentiam extrinsecam quia non
oportet dividere medium».
[89]
Cfr. Kren, Super
de celo, II 2, 77-80: «Secundo potest argui quia virtus movens celum
est indivisibilis, igitur infatigabilis quia ex alia questione patet quod
fatigatio est diminutio virtutis vel dispositiva est ad talem diminutionem».
[90]
Kren,
Super de celo, II 2, 126-130, p.
457.
[91]
Cfr. Oresme, Le
livre, II 13, 163-167, p. 418: «Car ligne circulaire est partout de
semblable maniere et n’est pas une partie de elle plus commencement que
autre. Et donques tel mouvement n’a commencement ne fin, tant par raison
de la figure comme par raison du temps, car selon Aristote, il est
perpetuel. Et s’ensuit par ce qui dit est que il n’est pas plus isnel
une fois que autre».
[92] Cfr. Aristotele, Il cielo, a c. di A. Jori, Milano, Rusconi 1999, A 2, 268b 17-22, p. 125: «Ogni movimento secondo il luogo – movimento che chiamiamo “traslazione” – è o rettilineo, o circolare, oppure risultante dalla composizione dei primi due. Questi due tipi di movimento sono, infatti, gli unici semplici, e il motivo di ciò consiste nel fatto che soltanto queste grandezze, la linea retta e la circonferenza, sono delle grandezze semplici. Circolare è il movimento intorno al centro, rettilineo quello verso l’alto e il basso. Chiamo movimento verso l’alto quello che si allontana dal centro, e movimento verso il basso quello che si dirige verso il centro».
[93] Cfr. Aristotele, Il cielo, 310a 33-b 5, pp. 407-409: «Il movimento di ogni cosa verso il suo luogo proprio è per essa il movimento verso la sua forma propria (è questo il modo migliore di intendere l’affermazione degli antichi secondo cui il simile va verso il simile. In effetti, ciò non si verifica in tutti i casi, dal momento che, se si collocasse la terra nel luogo in cui ora si trova la luna, ciascuna particella di terra si dirigerebbe non verso la terra stessa, bensì verso il luogo in cui la terra si trova ora)».
[94] Cfr. Kren, Super de celo, IV 1, 40-45, p. 777: «Et ideo est secunda conclusio quod grave in suo loco non est actualiter grave. Hoc est quod non actu inclinat ad motum vel comprimit illud quod est sub se. Probatur quia si ita esset, tunc quodammodio quiesceret violente et violentaretur ex quo niteretur et coneretur ad ultra moveri».
[95]
Kren,
Super de celo, IV 1, 31-39, p.
775.
[96]
Cfr. Oresme, Le
livre, II 13, 61-69, p. 414: «Et l’en seult dire que les mouvemens
naturelz sont plus isnelz en la fin et les violens ou commencement et les
voulontaires ou milieu. Mais pour ce proprement entendre, l’en doit
savoir que des mouvemens localz qui ont commencement et fin sont .iiii.
manieres: les uns sont purement naturelz, si comme quant la chose pesant
descent droit en bas; les autres purement violens, si comme quant chose
pesante monte droit en haut; les autres sont violens non pas purement, si
comme quant une chose est gectee ou traicte en travers comme seroit une
secte; les autres sont faiz par vertu d’ame de beste ou de honme, si
comme aller, voler, noer».
[97]
Oresme,
Le livre, II 13, 91-98, p. 414.
[98]
Cfr. Oresme, Le
livre, II 13, 98-100, p. 414: «Item, la generacion de ceste qualité
ou redeur crest et enforce tousjours tant comme l’acressement de
l’isneleté crest et enforce».
[99]
Maier,
Zwei Grundprobleme, p. 246-47:
«Das entspricht durchaus dem Wesen des impetus, wie ihn Oresme eingeführt
hat, aber es führt natürlich unrettbar zu einem logischen Zirkel, wenn
einerseits die Beschleunigung den impetus und andererseits der impetus
wieder die Beschleunigung hervorrufen soll. Wie die Entstehung der anfänglichen
Beschleunigung beim freien Fall zu denken ist, wird nicht gesagt».
[100]
Cfr. Oresme, Le
livre, II 13, 139-149, pp. 416-418: «Item, en mouvement naturel, si
comme quant une pierre descent, ceste qualité est touzjours conjointe
avecques la pesanteur naturele, et ce est la cause pourquoy la generacion
de l’isneleté et de ceste qualité viennent tousjours en cressant, car
la pesanteur et la nouvelle qualité tendent a un terme. <Item>, et
pour ce dist Aristote ou.xviii.e chapitre du premier que se une
chose pesante descendoit tousjours sanz fin, l’isneleté de elle
crestoit <tousjous> sans fin et aussi la pesanteur de elle; et par
ceste pesanteur doit estre entendue ceste qualité nouvelle, car elle est
comme pesanteur accidentele pour ce que en ce cas elle encline a
descendre, combien que en autre cas elle enclinast en haut ou en travers
ou autrement».
[101] Cfr. Kren, Super de celo, II 7, 326-344, pp. 557-559.
[102] Cfr. Kren, Super de celo, II 7, 343-351, p. 559: «[Gravitas accidentalis potest augeri vel acquireri] ex velocitatione motus per quam acquiritur quedam habilitas vel impetus et quedam fortificatio accidentalis ad velocius movendum quod probatur quia experimento patet si Sortes moveatur velociter quod non statim in principio movetur citius, sed postea nec potest arestare se statim quando placet, sed cum quodam quasi impetu acquisito tendet ulterius et tamen non sentit se propelli ab aere insequente».
[103]
Oresme,
Le livre, II 13, 107-114, p.
416.
[104]
Cfr. Oresme, Le
livre, I 18, 66-79, p. 144: «Quar se une pierre d’une livre
descendoit d’une lieue de haut et que le mouvement fust grandement plus
isnel en la fin que au commencement, nientmoins la pierre n’avroit plus
de pesanteur naturelle pour ce une foys que autre. Mais l’en doit
entendre pas ceste pesanteur qui crest en descendant une qualité
accidentelle laquelle est cause<e< par l’enforcement de
l’acressement <de> l’isneleté, si comme j’ay autrefoys
declarié ou .vii.e de Phisique.
Et ceste qualité puet estre appellee impetuosité. Et n’est pas
proprement pesanteur, quar se un pertuis estoit de ci jusques au centre de
la terre et encore oultre, et une chose pesante descendoit par ce pertuis
ou treu, quant elle vendroit ou centre, elle passaroit oultre et monteroit
par ceste qualité accidentelle et aquise et puis redescendroit et yroit
et vendroit plusseurs foys en la maniere que nous voins d’une chose
pesante qui pent a un tref par une longue corde».
[105]
Oresme,
Le livre, II 13, 124-125, p.
416.
[106]
Cfr. Kren, Super
de celo, II 7, 428-431, p. 567: «Ad tertium, cum querit que res est,
dico quod non spectat ad naturalem sed ad metaphysicam , et potest dici
quod est quedam qualitas de secunda specie».
[107]
Cfr. Kirschner, Nicolaus
Oresmes Kommentar, III 7 («Consequenter
queritur utrum moveri sit aliter se habere continue quam prius»),
37-43, p. 231: «Quinta est descriptio melior et vera quod ‘moveri’
est ‘aliter se habere continue quam ipsum mobile prius se habebat
respectu sui et non respectu cuiuscumque extrinseci’, et illa probatur,
quia, si esset unum solus corpus, non videtur quin posset moveri
circulariter, et sic non se haberet aliter quam prius nisi respectu sui
ipsius, et ita de alteratione quod, si non esset nisi unum corpus, adhuc
posset alterari et corrumpi, sicut aqua calefacta, et ad nihil aliud
aliter se habere».
[108]
Oresme,
Le livre, II 8, 338-344, p. 372.
[109]
Cfr. Kirschner, Nicolaus
Oresmes Kommentar, III 7, 147-151, p. 234: «Tertia [opinio], que
dicit quod est mobile, quia imaginatur quod taliter se habere non sit nisi
res sic se habens – secundum hoc habet apparentiam, quia etiam illa
condicio vel fluxus non est tale supperadditur sicut multi imaginantur,
nec est res separabilis quacumque virtute, sicut est albedo, <ut>
patet in solutione. […] Alia, que ponit quod est fluxus ad modum unius
forme distincte, sicut esset albedo vel anima vel aliquod tale, est omnium
pessima; tamen, si intelligatur quod non sit talis forma vel talis res,
sed modus vel condicio ipsius, tunc est verissima et probabilior et
facilior inter omnes et concordat dictis Aristotelis et philosophorum».
[110]
Cfr. in particolare: S. Caroti,
«Oresme on motion (Questiones super
Physicam, III, 2-7)”, in Vivarium,
31 (1993), pp. 8-36; “La perception du mouvement selon Nicole Oresme (Questiones super Physicam, III, 1)”, in Comprendre et maîtriser la nature au moyen âge. Mélanges d’histoire de
sciences offerts à Guy Beaujouan, Genève 1994, pp. 83-99; “La position
de Nicole Oresme sur la nature du mouvement (Questiones
super Physicam III, 1-8). Problèmes gnoséologiques, ontologique et
sémantiques”, in Archives d’histoire
littéraire et doctrinale du moyen âge, 61 (1994), pp. 303-385; “Nicole
Oresme et les modi rerum” in
Oriens/Occidens. Science, mathématiques
et philosophie de l’Antiquité a l’Âge classique, 3 (2000), pp. 91-113;
“Time and modi rerum in Nicole
Oresme’s Physics Commentary”
in The Mediaeval Concept of Time.
Studies on the Scholastic Debate and its Reception in Early Moderno Philosophy,
ed. by P. Porro, Brill, Leiden-Boston-Köln 2001..